“Definizione di antisemitismo dell’IHRA,
all’Onu c’è chi distorce e strumentalizza”
L’atteggiamento ostile nei confronti di Israele alle Nazioni Unite non è una novità. Così come alcune ambiguità sulla lotta all’odio antisemita. Da anni Gerusalemme e il mondo ebraico denunciano questi problemi, che di recente si sono rivelati sotto una nuova forma: la contestazione della definizione operativa di antisemitismo promossa dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Secondo infatti una consulente della Nazioni Unite - E. Tendayi Achiume -, a cui era affidato il compito di analizzare l’aumento dell’antisemitismo nel mondo, la definizione sarebbe “controversa”, “divisiva” “inefficace” e avrebbe un impatto negativo “sui diritti umani delle minoranze e dei gruppi vulnerabili, compresi gli ebrei”. Affermazioni che hanno generato sconcerto e dure prese di posizione, il cui peso non va sottovalutato, ma analizzato, come evidenzia il direttore della Fondazione CDEC Gadi Luzzatto Voghera a Pagine Ebraiche.
In primo luogo lo storico inquadra la definizione dell’Ihra, promossa a partire dal 2016 e adotta da decine di paesi - tra cui l’Italia e l’Unione Europea -, da organismi internazionali, da istituzioni, realtà locali, associazioni, università. “Il testo è certamente perfettibile e il titolo stesso di ‘working definition’ dà il senso di un progetto suscettibile di adattamenti e miglioramenti. La definizione è corredata da esempi che in diversi punti considerano anche Israele come Stato, per cui questi stessi suggerimenti (che non hanno valore giuridico) contengono una premessa estremamente chiara e per nulla ambigua che recita così: ‘Le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite’”, sottolinea Luzzatto Voghera. Non ci sono dunque, come invece contestano alcuni - tra cui la rappresentante Onu -, censure alla libertà di opinione. Anzi. “In base a questo assunto, - ribadisce il direttore della Fondazione Cdec - io sono perfettamente legittimato a criticare, ad esempio, il fatto per me grave che le istituzioni dello Stato d’Israele (polizia, magistratura, governo) non perseguano con la dovuta fermezza gli attacchi squadristi che gruppi di estremisti ebrei conducono sempre più spesso verso civili palestinesi nelle aree della Cisgiordania. Se dico e scrivo queste parole, in base alla dichiarazione IHRA non sono considerato antisemita. E in effetti non lo sono: è una critica politica legittima, che io mi sento di proporre in piena libertà”.
Per chiarire ulteriormente quali affermazioni siano invece da considerare antisemite, la definizione dell’IHRA elenca alcuni esempi: “Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti. Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico. Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani. Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti. Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”.
Esempi che hanno incontrato alcune contestazioni in un appello all’Onu firmato, ricorda Luzzatto Voghera, da 128 studiosi universitari “molto affermati e autorità scientifiche riconosciute, in gran parte ebrei ma non solo”. In queste appello si attaccavano gli esempi usati dall’IHRA definendoli “politicizzati”, “problematici”, “strumentalizzati per scoraggiare la libertà di opinione”, “arma per screditare e silenziare le legittime critiche alle politiche di Israele”. Questo documento inviato all’Onu, in una sorta di controversa porta girevole, era però uscito dallo stesso organo internazionale. “Ricalca alla lettera quasi per intero il paragrafo G) del ‘Report of the Special Rapporteur on contemporary forms of racism, racial discrimination, xenophobia and related intolerance on ecological crisis climate justice and racial justice’ pubblicato il 7 ottobre da E. Tendayi Achiume nel suo ruolo di UN Special Rapporteur sulle forme contemporanee di razzismo”, nota il direttore della Fondazione Cdec. Nel rapporto si denuncia la crescita di tendenze razziste e xenofobe in alcuni paesi, l’emergere di preoccupanti forme di neonazismo e di antisemitismo in Europa e Nord America. Ma, evidenzia lo storico, si evita “di fare menzione di altre aree del mondo, ivi compresi i paesi islamici dove è noto che l’antisemitismo è parte sostanziale del discorso pubblico e della retorica quotidiana”. Non solo, si chiede poi all’Onu - con l’appoggio dei 128 firmatari dell’appello - di non adottare la definizione dell’IHRA, sostenendo che quest’ultima danneggia la lotta all’antisemitismo e indebolisce l’azione di chi difende i diritti dei palestinesi.
Sul primo punto, la replica di Luzzatto Voghera è attraverso un esempio concreto. “L’adozione della definizione IHRA ha permesso di varare la prima strategia europea di contrasto all’antisemitismo. Programmi educativi, campagne di sensibilizzazione, ricerche, attività di protezione delle comunità ebraiche da minacce esterne sono state attivate e sono operative grazie ai finanziamenti prodotti da questa strategia. Per la prima volta nella sua storia l’Europa ha adottato misure visibili ed efficaci per contrastare l’odio antiebraico, collegandolo strettamente all’educazione alla cittadinanza attiva, all’antirazzismo, all’integrazione e all’accoglienza. In definitiva, una definizione non proprio scientificamente completa (solo in questo concordo con i firmatari) ha condotto alla pianificazione di un’azione politico/giuridica duratura nel tempo”. Una risposta chiara all’idea della rappresentante Onu secondo cui la definizione sarebbe un danno e non un aiuto.
Non si può poi non esaminare quale sia il contesto da cui è emersa la controversa richiesta: “l’attuale Human Rights Council delle Nazioni Unite (ambito in cui è stato prodotto il rapporto della Prof. Tendayi Achiume) è composto fra l’altro dai rappresentanti di stati in cui il concetto stesso di Diritti Umani non ha cittadinanza: Libia, Somalia, Venezuela, Cina, Qatar, Corea del Nord”, sottolinea lo storico. Che poi si sofferma su un’altra contraddizione, ovvero come la denuncia dei 128 studiosi contro una presunta strumentalizzazione della definizione IHRA sia stata a sua volta - “come era ovvio attendersi ”- strumentalizzata. “Il principale veicolo di diffusione dell’appello è stata infatti la testata Al-Jazeera, proprietà degli emiri del Qatar che sono, com’è noto, strenui difensori dei diritti umani. Sarà forse utile ricordare che il Qatar, oltre a essere fra i maggiori finanziatori del regime antidemocratico di occupazione di Hamas a Gaza (a proposito di libertà di espressione), oltre a essere il proprietario di innumerevoli investimenti mobiliari e immobiliari in Occidente (è nota la vicenda della proprietà dei grattacieli milanesi), è anche responsabile del maltrattamento e della morte di migliaia di lavoratori/schiavi stranieri impegnati nella costruzione delle strutture del mondiale di calcio. Un compagno di strada un po’ scomodo, direi, per chi si vuole ergere a difensore dei diritti umani”.
Per il direttore della Fondazione Cdec il punto è chiaro: “la lotta politica, legittima e necessaria, in difesa dei diritti di persone e popoli (in questo caso dei palestinesi), non può e non deve passare attraverso l’indebolimento del contrasto necessario e urgente a ogni forma di antisemitismo, riconoscendolo dov’è e per quello che è”. Per cui non si può ignorare, come accaduto con il rapporto della rappresentante Onu, che “c’è un forte e riconoscibile antisemitismo non solo legato alla destra neo-nazista e xenofoba”. È un errore significativo, così come quello commesso dagli studiosi che hanno prestato le proprie firme a questa operazione. “Non vedere il modo politicamente distorto in cui vengono strumentalizzati certi organismi delle Nazioni Unite sul tema dell’antisemitismo è sorprendente da parte di storici che ricordano di certo l’equiparazione del sionismo al razzismo nel 1975 o quel che accadde a Durban nella conferenza del 2001”, denuncia Luzzatto Voghera. “Non tener conto dei chiari risultati delle indagini sociologiche fra gli ebrei del mondo, che segnalano con allarme una crescente pressione antisemita, accompagnata da atti concreti di minaccia fisica, è folle. - chiosa lo storico - E, mi si lasci dire, scegliere come compagni di lotta organi di comunicazione che sistematicamente distorcono la realtà e sono al servizio di ricchi petrolieri del Golfo è per lo meno imbarazzante”.
L'INTERVISTA ALLA PRESIDENTE UCEI PUBBLICATA DAL PICCOLO
“Trieste, scritta antisemita non è una novità.
Importante è non sminuire né banalizzare"
Nella notte tra mercoledì 9 e giovedì 10 la sinagoga di Trieste è stata imbrattata da una scritta antisemita. “Gli ebrei sono i novi razzisti e fascisti” è la frase ritrovata sul muro dell'edificio. Il quotidiano Il Piccolo pubblica oggi un'ampia intervista sul caso alla Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni. Di seguito riproduciamo il testo del colloquio firmato dal giornalista Marco Ballico.
"A chi l'hanno scritto, a chi l'hanno veramente scritto?". Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ripete la stessa domanda di sempre, quella che spesso non trova una risposta. Di certo, nel caso della scritta antisemita sulla Sinagoga di Trieste, non ce l'avrà prima che le indagini possano fare chiarezza sull'accaduto.
"Non è una novità, purtroppo. E una volta ancora il nostro richiamo, se anche si trattasse del gesto di un balordo, è a non banalizzare quanto successo". Presidente Di Segni, la prima impressione per le notizie che arrivano da Trieste?
Nulla di nuovo. Viviamo la disperazione di non comprendere a chi sono indirizzate quelle frasi vergognose. E siamo preoccupati che si finisca con lo sminuire il gesto solo per il fatto che lo abbiamo visto tante altre volte. A chi fa appello?
A chi ha ruoli, competenze e la responsabilità di creare un clima di cultura e di convivenza a favore di chiunque si trovi nel territorio italiano. Un compito delle istituzioni?
Senz'altro delle istituzioni. Dal Governo al Parlamento. La politica è chiamata in particolare a migliorare l'impianto legislativo, e faccio riferimento all'articolo 604 ter del Codice penale, lì dove si parla di reati commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso. Ma è anche compito dei corpi intermedi: enti, associazioni, operatori e media. Vede un pericolo social?
Quel pericolo è evidente. Quello di Trieste, città multietnica che da sempre convive con la nostra e con altre comunità, è un atto fisico, ma il travaso dal social alla realtà è un elemento costante. Molto spesso le azioni sono effetto di sollecitazioni che arrivano dalla rete. Crede che la mano sia stata quella di uno squilibrato?
Non lo posso dire. Lasciamo gli inquirenti svolgere il proprio lavoro. Anzi, ringraziamoli per l'impegno e la tempestività del loro intervento. Era la Notte dei cristalli. Un caso?
Non escludo che chi ha scritto quella frase abbia scelto di agire nella notte in cui ricordiamo l'inizio del buio in Europa. Come comunità italiane abbiamo voluto dare una risposta di luce, invitando le Sinagoghe a rimanere aperte e illuminate. Il segnale di luoghi oggi vivi, frequentati, accesi, non più distrutti. A qualcuno, forse, quella luce ancora non piace. Ma la luce è più forte di loro. Le pare che il clima del Paese stia mutando?
Non è corretto associare un fatto come quello di Trieste al cambio di Governo. Sicuramente, però, c'è un'aspettativa di coerenza e di attenzione. Che cosa intende?
Attendiamo ancora di più sui fronti della memoria e della convivenza da parte di chi prima non c'era. Lo verificheremo quotidianamente. Intravede un collegamento con le minacce di morte nei confronti di Liliana Segre dal versante no vax?
Non credo. Dopo di che, il pensiero dei no vax noi lo conosciamo molto bene. È il pensiero del negazionista. È la presunzione, arbitraria, di coloro che pensano di saperne di più di persone, medici, ricercatori, scienziati, che studiano e operano da una vita per contrastare le pandemie. Da un lato chi legge tre minuti wikipedia, dall'altro chi spende anni nella ricerca per il bene del prossimo. Lo vediamo allo stesso modo sulle questioni di demonizzazione di Israele. Le false verità non sono usate per il bene dei cittadini, ma con la sola finalità della contestazione e dell'odio. La reazione indignata sull'episodio di Trieste è stata bipartisan.
Lo apprezziamo tantissimo. Ma invitiamo tutti a non sminuire i fatti.
“Ritorno Alessia Piperno in Italia,
lavoro diplomatico efficace”
Il ritorno in Italia di Alessia Piperno, la giovane romana incarcerata in Iran per 45 giorni, ha suscitato molte reazioni.
“La liberazione di Alessia Piperno rappresenta una splendida notizia”, ha tra gli altri commentato la presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello in una nota. Per poi aggiungere: “Bisogna elogiare soprattutto il lavoro instancabile e silenzioso della nostra diplomazia che si conferma sempre efficace e di alto livello. Un impegno che ha consentito di riportarla a casa dopo settimane di attesa e angoscia. La sinergia e l’affiatamento tra i diversi livelli istituzionali, sempre nel rispetto delle singole competenze, ha assicurato un valore aggiunto. Ci uniamo alla gioia della famiglia e ringraziamo tutte le istituzioni che hanno contribuito alla riuscita di un’operazione così delicata e complessa”.
Più di duemila ebrei originari dei Balcani trovarono rifugio e salvezza in Albania al tempo delle persecuzioni nazifasciste. Una pagina di “solidarietà, coraggio, accoglienza e speranza” rievocata quest’oggi a Roma, nel corso di un incontro organizzato all’Università Roma Tre dalla rappresentanza diplomatica del Paese e dalla Fondazione Museo della Shoah. Fulcro dell’evento una presentazione scientifica di quei fatti attraverso l’intervento di vari storici e lo svelamento in anteprima del progetto per la realizzazione di un Museo ebraico in Albania. Un’occasione per affermare tra gli altri un concetto. E cioè che “i valori dell’accoglienza e della solidarietà vanno oltre le differenze di credo religioso, l’appartenenza etnica o nazionale”.
Terrorismo, intelligence e gestione delle crisi. È il tema di un seminario svoltosi alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri a Roma, organizzato con il contributo del coordinamento sicurezza UCEI. Molti i temi al centro dell’approfondimento, sotto la guida di vari esperti. Tra gli argomenti affrontati l’impatto del terrorismo “tra vittime dirette e indirette”, “costi politici ed economici”, “gestione delle crisi”. Ma anche Islam radicale e antiterrorismo attraverso l’analisi di alcune “esperienze operative sul campo”, cyberspazio “come piattaforma per scovare terroristi”, la sfida di “prendere decisioni sotto stress e con mancanza di informazioni”. A portare un saluto il comandante della Scuola Ufficiali Claudio Domizi, il capo del II Reparto del Comando Generale dell’Arma Giuseppe De Riggi, la presidente UCEI Noemi Di Segni e il capo del Crisis Management dello European Jewish Congress Elie Kagan. In sala tra gli altri il vicepresidente dell’Unione Milo Hasbani.
Oltre trecento gli ufficiali che hanno assistito ai lavori sia in presenza che online. “Un grande successo, che rafforza i nostri progetti di collaborazione sul campo” afferma Giacomo Zarfati, coordinatore nazionale per la sicurezza delle Comunità ebraiche italiane.
Ci sono mitzvòt a cui si dà un peso maggiore, in quanto simboleggiano il rapporto che deve esserci fra esseri umani, tra ebrei. Esse vengono definite dai chakhamim con le seguenti definizioni: Ghemilut Chasadim – Azioni di bontà. Essendo alcune di esse fino al tempo dei nostri padri totalmente sconosciute dalla società dell’epoca, la maggior parte di esse ci vengono insegnate direttamente dal Signore D-o e sono: Hakhnasat orechim – ospitalità; Bikkur Cholim – visite ai malati; nichum avelim – consolare chi è di lutto.
La rubrica “Opinioni a confronto” raccoglie interventi di singoli autori ed è pubblicata a cura della redazione, sulla base delle linee guida indicate dall’editore e nell’ambito delle competenze della direzione giornalistica e della direzione editoriale.
È compito dell'UCEI incoraggiare la conoscenza delle realtà ebraiche e favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di interesse per l’ebraismo italiano: i commenti che appaiono in questa rubrica non possono in alcun modo essere intesi come una presa di posizione ufficiale dell’ebraismo italiano o dei suoi organi di rappresentanza, ma solo come la autonoma espressione del pensiero di chi li firma.
La rappresentazione dell'odio
"Combattevamo la Germania essenzialmente perché la Germania si era alleata con i giapponesi che ci avevano attaccato a Pearl Harbor. Inoltre era credenza piuttosto diffusa che fossimo entrati in guerra su istigazione dei potentissimi ebrei che manipolavano segretamente il governo federale. Soltanto quando le truppe alleate hanno fatto irruzione nei campi di concentramento e i giornali hanno pubblicato le foto degli ammassi di corpi e talora parzialmente bruciati, il nazismo è caduto davvero in disgrazia tra la gente perbene, e le nostre perdite umane hanno trovato una giustificazione. (A mio avviso, è una fantasia che a quel tempo la stragrande maggioranza degli americani fosse profondamente convinta della guerra)".
Queste parole sono tratte dall’introduzione di Arthur Miller al suo romanzo Focus (1945). Il libro racconta di un capitolo poco conosciuto della storia statunitense, quello poco successivo all’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale nel 1941. A cavallo di questo periodo l’antisemitismo era particolarmente diffuso tra la popolazione statunitense, e numerose organizzazioni (spesso di ispirazione cristiana) oltre a simpatizzare per il nazi-fascismo, propagandavano odio contro gli ebrei, perpetrando di frequenti attacchi violenti contro luoghi ebraici e comuni cittadini. Secondo numerosi storici, il diffuso antisemitismo, presente anche in certi settori amministrativi del governo, avrebbe contribuito alla risposta inizialmente esitante di Washington di fronte ai profughi ebrei che fuggivano dall’Europa e cercavano rifugio negli USA. Focus è quindi ambientato in questa America che molto ricorda il buio dell’Europa degli stessi anni, dove le aziende non assumono chi ha un “aspetto ebraico”, gruppi di fanatici organizzano affollati comizi e retate per cacciare gli ebrei e la polizia pare totalmente impotente e disinteressata nel fronteggiare tali violenze, se non talvolta persino connivente con esse. L’impressione che tutto possa inevitabilmente precipitare da un momento all’altro, e andare appunto a fuoco, finisce per essere vissuta anche dal protagonista del romanzo, Lawrence Newman. Un everymen, un semplice impiegato con vaghe idee antisemite, il quale inavvertitamente, da quando sarà costretto a indossare un paio di occhiali finirà per essere scambiato anch’egli erroneamente per un ebreo, cadendo quindi vittima della medesima intolleranza, condividendo lo stesso destino di quegli individui prima tanto odiati.
“Quando guarda me non vede me. Che cosa vede?” chiede Finkelstein, il vicino di casa ebreo, a Newman il quale vorrebbe rispondere “che in lui vedeva la faccia di un uomo che avrebbe dovuto”, secondo i pregiudizi di cui era imbevuto, “agire in modo abominevole”. In ciò sta tutto il carattere essenzialista del razzismo, viene odiato qualcuno non in quanto individuo ma per ciò che il suo gruppo dovrebbe rappresentare, e viceversa i comportamenti individuali di qualcuno ricadono sull’intero gruppo.
Concludendo la sua introduzione Miller è scettico al pensiero che i sentimenti antisemiti possano sparire una volta per tutte, “spesso”, scrive, “si ha l’impressione che si temono gli ebrei come si teme la realtà. Guardare e vedere invece se stessi nello specchio della realtà, del mondo sgradevole, è poco rassicurante e richiede una grande forza di carattere”. (20/10/2022)
Di recente Marco Belpoliti notava giustamente il ricorrere della parola “nazione” nel vocabolario politico della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Fare gli interessi della nazione, condurre la nazione, contrapporsi a chi non fa il bene della nazione sono tutte espressioni che fanno parte di un lessico ambiguo e potenzialmente escludente. Tempo fa fu il presidente Ciampi a resuscitare il culto della bandiera tricolore e a reintrodurre con intento inclusivo il concetto di patria. Anche in quel caso ci furono non pochi mugugni: pareva, ad alcuni, che una certa nota retorica avesse pervaso gli spazi pubblici, e che il ricorso a questa terminologia e a certi gesti propri della religione civile (ad esempio gli onori resi al vessillo nazionale) fossero più un artificio che non un fatto concreto di unità e di unificazione di un Paese tradizionalmente diviso in cento campanili, in nord e sud, in città e campagna.
Oggi il ritorno del concetto di nazione rischia di aprire nuovamente polemiche (legittime). Al contempo assistiamo all’apparire (ri-apparire?) di una novità, di uno scarto nel dibattito politico, che avrà di certo delle conseguenze. Sì, perché il termine “nazione” non è neutro e ha una lunga storia. Può essere inteso in senso inclusivo o con intento divisivo. Ernest Renan affermava nettamente che essere parte di una nazione significa “aver sofferto insieme” (e vengono in mente i duri giorni del lockdown del recente passato). Altri, soprattutto in area tedesca (i nazisti, ma non solo), utilizzavano il concetto di nazione legandolo al sangue e al suolo patrio, il famoso “Blut und Boden”. Gli ebrei nei due casi si sono trovati in mezzo a un guado: inclusi nella nazione nel primo caso, esclusi (e perseguitati) nel secondo. Sarà interessante e importante capire con quali intenti il concetto di nazione verrà declinato nella nuova stagione politica, se e come sarà in grado di risolvere ad esempio la questione dello Ius soli, in che modo sarà utile per interpretare l’idea collettiva di società italiana, proiettata nella prospettiva di una relazione positiva con un’Europa che non sempre dimostra di camminare nella stessa direzione. (20/10/2022)
Se un leader politico nell’ambito di un’assemblea con i suoi deputati (non al bar con pochi amici o in una cena di famiglia) si lascia andare ad affermazioni gravissime e opposte alla linea ufficiale del suo partito non su una questione secondaria ma sul tema più rilevante del momento in politica estera e viene applaudito calorosamente, davvero il problema da porsi è chi sia stato a registrare e divulgare l’audio? Gli elettori non hanno il diritto di sapere cosa pensano realmente le persone che hanno eletto? Potrei capire il diritto alla segretezza nel caso avessero dovuto decidere, per esempio quale strategia adottare nell’elezione dei presidenti o dei vicepresidenti delle camere, ma dire che con una guerra in corso bisogna concedere ai deputati di un partito il diritto di dire pubblicamente che stanno da una parte e dirsi tra di loro che invece stanno dall’altra mi pare piuttosto bizzarro.
Fa pensare anche il fatto che nell’audio “rubato” Berlusconi affermi che in Ucraina avrebbe dovuto nascere “un governo già scelto dalla minoranza ucraina, di persone perbene e di buonsenso”. In base a quale criterio sarebbero state scelte le persone perbene e di buonsenso? Chi ha il diritto di decidere chi è o non è “perbene e di buonsenso” se l’opinione della maggioranza non conta nulla? Mi torna in mente per contrasto il noto passo talmudico in cui persino una voce divina si inchina al volere della maggioranza.
Infine, sempre nell’audio rubato, mi ha colpito l’idea che la guerra in Ucraina avrebbe potuto finire in pochi giorni se solo l’Occidente non si fosse intromesso e gli ucraini si fossero lasciati invadere senza fare tante storie. E cosa sarebbe successo dopo? Quale sarebbe stata la sorte degli oppositori? Sarebbero state consentite pubblicazioni, opere teatrali, film, ecc. contrarie al governo delle persone perbene e di buonsenso? E se no, cosa sarebbe accaduto ai loro autori? E se qualcuno si fosse permesso di manifestare contro l’invasione cosa sarebbe accaduto?
Si è detto e si dirà che erano affermazioni decontestualizzate, o che Berlusconi stava scherzando. Dunque perché preoccuparsi tanto per parole smentite anche da chi le ha pronunciate? In realtà il discorso di Berlusconi riflette le opinioni di molti, e non solo del suo partito: ho sentito spesso argomentazioni simili nelle discussioni, da persone di ogni colore politico. Non tanto, forse, l’idea che una minoranza di persone perbene abbia il diritto di governare (anche se, in fin dei conti, la logica di qualunque sistema maggioritario prevede che a governare non sia la maggioranza ma una minoranza un po’ meno minoranza delle altre), quanto l’idea che una resa rapida dell’Ucraina sarebbe stata e ancora sarebbe doverosa per evitare morti, violenze e devastazioni. Come se arrendersi e accettare pacificamente di essere invasi determinasse magicamente la fine di ogni genere di violenza e una vita serena per tutti. O forse tutte le forme di violenza (repressione del dissenso, arresti di oppositori, stragi di civili, torture, ecc.) sono considerate per principio più accettabili, indipendentemente dal numero di morti che causano, purché non si chiamino ufficialmente “guerra”? (21/10/2022)