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‘Definizione di antisemitismo dell’IHRA,
all’Onu c’è chi distorce e strumentalizza’

L’atteggiamento ostile nei confronti di Israele alle Nazioni Unite non è una novità. Così come alcune ambiguità sulla lotta all’odio antisemita. Da anni Gerusalemme e il mondo ebraico denunciano questi problemi, che di recente si sono rivelati sotto una nuova forma: la contestazione della definizione operativa di antisemitismo promossa dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Secondo infatti una consulente della Nazioni Unite – E. Tendayi Achiume -, a cui era affidato il compito di analizzare l’aumento dell’antisemitismo nel mondo, la definizione sarebbe “controversa”, “divisiva” “inefficace” e avrebbe un impatto negativo “sui diritti umani delle minoranze e dei gruppi vulnerabili, compresi gli ebrei”. Affermazioni che hanno generato sconcerto e dure prese di posizione, il cui peso non va sottovalutato, ma analizzato, come evidenzia il direttore della Fondazione CDEC Gadi Luzzatto Voghera a Pagine Ebraiche.
In primo luogo lo storico inquadra la definizione dell’Ihra, promossa a partire dal 2016 e adotta da decine di paesi – tra cui l’Italia e l’Unione Europea -, da organismi internazionali, da istituzioni, realtà locali, associazioni, università. “Il testo è certamente perfettibile e il titolo stesso di ‘working definition’ dà il senso di un progetto suscettibile di adattamenti e miglioramenti. La definizione è corredata da esempi che in diversi punti considerano anche Israele come Stato, per cui questi stessi suggerimenti (che non hanno valore giuridico) contengono una premessa estremamente chiara e per nulla ambigua che recita così: ‘Le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite’”, sottolinea Luzzatto Voghera. Non ci sono dunque, come invece contestano alcuni – tra cui la rappresentante Onu -, censure alla libertà di opinione. Anzi. “In base a questo assunto, – ribadisce il direttore della Fondazione Cdec – io sono perfettamente legittimato a criticare, ad esempio, il fatto per me grave che le istituzioni dello Stato d’Israele (polizia, magistratura, governo) non perseguano con la dovuta fermezza gli attacchi squadristi che gruppi di estremisti ebrei conducono sempre più spesso verso civili palestinesi nelle aree della Cisgiordania. Se dico e scrivo queste parole, in base alla dichiarazione IHRA non sono considerato antisemita. E in effetti non lo sono: è una critica politica legittima, che io mi sento di proporre in piena libertà”.
Per chiarire ulteriormente quali affermazioni siano invece da considerare antisemite, la definizione dell’IHRA elenca alcuni esempi: “Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti. Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico. Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani. Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti. Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”.
Esempi che hanno incontrato alcune contestazioni in un appello all’Onu firmato, ricorda Luzzatto Voghera, da 128 studiosi universitari “molto affermati e autorità scientifiche riconosciute, in gran parte ebrei ma non solo”. In queste appello si attaccavano gli esempi usati dall’IHRA definendoli “politicizzati”, “problematici”, “strumentalizzati per scoraggiare la libertà di opinione”, “arma per screditare e silenziare le legittime critiche alle politiche di Israele”. Questo documento inviato all’Onu, in una sorta di controversa porta girevole, era però uscito dallo stesso organo internazionale. “Ricalca alla lettera quasi per intero il paragrafo G) del ‘Report of the Special Rapporteur on contemporary forms of racism, racial discrimination, xenophobia and related intolerance on ecological crisis climate justice and racial justice’ pubblicato il 7 ottobre da E. Tendayi Achiume nel suo ruolo di UN Special Rapporteur sulle forme contemporanee di razzismo”, nota il direttore della Fondazione Cdec. Nel rapporto si denuncia la crescita di tendenze razziste e xenofobe in alcuni paesi, l’emergere di preoccupanti forme di neonazismo e di antisemitismo in Europa e Nord America. Ma, evidenzia lo storico, si evita “di fare menzione di altre aree del mondo, ivi compresi i paesi islamici dove è noto che l’antisemitismo è parte sostanziale del discorso pubblico e della retorica quotidiana”. Non solo, si chiede poi all’Onu – con l’appoggio dei 128 firmatari dell’appello – di non adottare la definizione dell’IHRA, sostenendo che quest’ultima danneggia la lotta all’antisemitismo e indebolisce l’azione di chi difende i diritti dei palestinesi.
Sul primo punto, la replica di Luzzatto Voghera è attraverso un esempio concreto. “L’adozione della definizione IHRA ha permesso di varare la prima strategia europea di contrasto all’antisemitismo. Programmi educativi, campagne di sensibilizzazione, ricerche, attività di protezione delle comunità ebraiche da minacce esterne sono state attivate e sono operative grazie ai finanziamenti prodotti da questa strategia. Per la prima volta nella sua storia l’Europa ha adottato misure visibili ed efficaci per contrastare l’odio antiebraico, collegandolo strettamente all’educazione alla cittadinanza attiva, all’antirazzismo, all’integrazione e all’accoglienza. In definitiva, una definizione non proprio scientificamente completa (solo in questo concordo con i firmatari) ha condotto alla pianificazione di un’azione politico/giuridica duratura nel tempo”. Una risposta chiara all’idea della rappresentante Onu secondo cui la definizione sarebbe un danno e non un aiuto.
Non si può poi non esaminare quale sia il contesto da cui è emersa la controversa richiesta: “l’attuale Human Rights Council delle Nazioni Unite (ambito in cui è stato prodotto il rapporto della Prof. Tendayi Achiume) è composto fra l’altro dai rappresentanti di stati in cui il concetto stesso di Diritti Umani non ha cittadinanza: Libia, Somalia, Venezuela, Cina, Qatar, Corea del Nord”, sottolinea lo storico. Che poi si sofferma su un’altra contraddizione, ovvero come la denuncia dei 128 studiosi contro una presunta strumentalizzazione della definizione IHRA sia stata a sua volta – “come era ovvio attendersi ”- strumentalizzata. “Il principale veicolo di diffusione dell’appello è stata infatti la testata Al-Jazeera, proprietà degli emiri del Qatar che sono, com’è noto, strenui difensori dei diritti umani. Sarà forse utile ricordare che il Qatar, oltre a essere fra i maggiori finanziatori del regime antidemocratico di occupazione di Hamas a Gaza (a proposito di libertà di espressione), oltre a essere il proprietario di innumerevoli investimenti mobiliari e immobiliari in Occidente (è nota la vicenda della proprietà dei grattacieli milanesi), è anche responsabile del maltrattamento e della morte di migliaia di lavoratori/schiavi stranieri impegnati nella costruzione delle strutture del mondiale di calcio. Un compagno di strada un po’ scomodo, direi, per chi si vuole ergere a difensore dei diritti umani”.
Per il direttore della Fondazione Cdec il punto è chiaro: “la lotta politica, legittima e necessaria, in difesa dei diritti di persone e popoli (in questo caso dei palestinesi), non può e non deve passare attraverso l’indebolimento del contrasto necessario e urgente a ogni forma di antisemitismo, riconoscendolo dov’è e per quello che è”. Per cui non si può ignorare, come accaduto con il rapporto della rappresentante Onu, che “c’è un forte e riconoscibile antisemitismo non solo legato alla destra neo-nazista e xenofoba”. È un errore significativo, così come quello commesso dagli studiosi che hanno prestato le proprie firme a questa operazione. “Non vedere il modo politicamente distorto in cui vengono strumentalizzati certi organismi delle Nazioni Unite sul tema dell’antisemitismo è sorprendente da parte di storici che ricordano di certo l’equiparazione del sionismo al razzismo nel 1975 o quel che accadde a Durban nella conferenza del 2001”, denuncia Luzzatto Voghera. “Non tener conto dei chiari risultati delle indagini sociologiche fra gli ebrei del mondo, che segnalano con allarme una crescente pressione antisemita, accompagnata da atti concreti di minaccia fisica, è folle. – chiosa lo storico – E, mi si lasci dire, scegliere come compagni di lotta organi di comunicazione che sistematicamente distorcono la realtà e sono al servizio di ricchi petrolieri del Golfo è per lo meno imbarazzante”.