La rappresentazione dell’odio
“Combattevamo la Germania essenzialmente perché la Germania si era alleata con i giapponesi che ci avevano attaccato a Pearl Harbor. Inoltre era credenza piuttosto diffusa che fossimo entrati in guerra su istigazione dei potentissimi ebrei che manipolavano segretamente il governo federale. Soltanto quando le truppe alleate hanno fatto irruzione nei campi di concentramento e i giornali hanno pubblicato le foto degli ammassi di corpi e talora parzialmente bruciati, il nazismo è caduto davvero in disgrazia tra la gente perbene, e le nostre perdite umane hanno trovato una giustificazione. (A mio avviso, è una fantasia che a quel tempo la stragrande maggioranza degli americani fosse profondamente convinta della guerra)”.
Queste parole sono tratte dall’introduzione di Arthur Miller al suo romanzo Focus (1945). Il libro racconta di un capitolo poco conosciuto della storia statunitense, quello poco successivo all’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale nel 1941. A cavallo di questo periodo l’antisemitismo era particolarmente diffuso tra la popolazione statunitense, e numerose organizzazioni (spesso di ispirazione cristiana) oltre a simpatizzare per il nazi-fascismo, propagandavano odio contro gli ebrei, perpetrando di frequenti attacchi violenti contro luoghi ebraici e comuni cittadini. Secondo numerosi storici, il diffuso antisemitismo, presente anche in certi settori amministrativi del governo, avrebbe contribuito alla risposta inizialmente esitante di Washington di fronte ai profughi ebrei che fuggivano dall’Europa e cercavano rifugio negli USA.
Focus è quindi ambientato in questa America che molto ricorda il buio dell’Europa degli stessi anni, dove le aziende non assumono chi ha un “aspetto ebraico”, gruppi di fanatici organizzano affollati comizi e retate per cacciare gli ebrei e la polizia pare totalmente impotente e disinteressata nel fronteggiare tali violenze, se non talvolta persino connivente con esse. L’impressione che tutto possa inevitabilmente precipitare da un momento all’altro, e andare appunto a fuoco, finisce per essere vissuta anche dal protagonista del romanzo, Lawrence Newman. Un everymen, un semplice impiegato con vaghe idee antisemite, il quale inavvertitamente, da quando sarà costretto a indossare un paio di occhiali finirà per essere scambiato anch’egli erroneamente per un ebreo, cadendo quindi vittima della medesima intolleranza, condividendo lo stesso destino di quegli individui prima tanto odiati.
“Quando guarda me non vede me. Che cosa vede?” chiede Finkelstein, il vicino di casa ebreo, a Newman il quale vorrebbe rispondere “che in lui vedeva la faccia di un uomo che avrebbe dovuto”, secondo i pregiudizi di cui era imbevuto, “agire in modo abominevole”. In ciò sta tutto il carattere essenzialista del razzismo, viene odiato qualcuno non in quanto individuo ma per ciò che il suo gruppo dovrebbe rappresentare, e viceversa i comportamenti individuali di qualcuno ricadono sull’intero gruppo.
Concludendo la sua introduzione Miller è scettico al pensiero che i sentimenti antisemiti possano sparire una volta per tutte, “spesso”, scrive, “si ha l’impressione che si temono gli ebrei come si teme la realtà. Guardare e vedere invece se stessi nello specchio della realtà, del mondo sgradevole, è poco rassicurante e richiede una grande forza di carattere”. (20/10/2022)
Francesco Moises Bassano