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5 Febbraio 2016 - 26 Shevat 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
Colpisce la cerimonia descritta nei primi versi della parashà di Mishpatim (Esodo 21, 5-7) con la quale il servo temporaneo, dopo aver deciso di restare a servizio perpetuo, è portato vicino allo stipite della porta e gli viene bucato l’orecchio come segno del proprio status di servitù per la vita. Il Talmud Kiddushin 22b sottolinea che il luogo dove avviene la cerimonia, lo stipite, è lo stesso dove la generazione uscita dall’Egitto ha posto il sangue del sacrificio per segnare le case ebraiche da salvare al passaggio dell’angelo della morte, così come l’orecchio è l’organo che ha sentito sul Sinai il comandamento: “Io sono il Signore che ti ha fatto uscire dalla terrà di Egitto, dalla casa degli schiavi…” e che, accettando la schiavitù, disprezza la salvezza e la libertà donata da Dio. Una grande lezione per tutti quei momenti nei quali ci schiavizziamo e serviamo altri padroni che non siano l’Eterno, se credenti, o la nostra identità di persone libere, di ebrei consapevoli, di esseri umani onesti.
 
Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’emergenza della battaglia politico culturale che occupa i giornali e le piazze in questi giorni. Si dà vita a uno scontro dai forti accenti morali sulle unioni civili e sull’adozione dei figliastri (in italiano è così, e non si vede perché dirla con l’inglese stepchild adoption), ma si fa finta di non sapere che si tratta di un provvedimento di legge che va a regolamentare uno stato di fatto che già esiste da molti anni, un’azione necessaria per allineare finalmente la legislazione italiana a un principio di eguaglianza riconosciuto a livello mondiale, normato già da un quindicennio in numerosissimi paesi senza creare né drammi né scompensi in relazione al livello di moralità in quelle società (Paesi Bassi, Belgio, Canada, Spagna, Sudafrica, Norvegia, Svezia, Islanda, Portogallo, Argentina, Danimarca, Francia, Brasile, Nuova Zelanda, Uruguay, Gran Bretagna, Lussemburo, Finlandia, Slovenia e Stati Uniti; solo unioni civili in Austria, Cipro, Croazia, Estonia, Germania, Malta, Repubblica Ceca, Ungheria, Australia, Groenlandia, Ecuador e Colombia). In Israele l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali è in vigore dal 2008. È un’emergenza quindi? Direi di no, l’impressione è che ci si scateni su questo tema per coprire dinamiche politiche diverse, fondandosi su una idea conservatrice, tradizionalista e poco rispondente alle dinamiche contemporanee del concetto di famiglia.
 
Berlino, arresti e sospetti
Una maxiretata di 450 poliziotti in tre Länder tedeschi (Berlino, Nordreno-Westfalia e Bassa Sassonia) ha portato all’arresto di tre algerini sospettati di essere affiliati all’Is. La polizia sta verificando i legami tra almeno uno di loro e i responsabili degli attentati di Parigi. Nel mirino degli arrestati anche Checkpoint Charlie, “una volta storico posto di blocco al confine tra la Berlino Est e Ovest e oggi attrazione per frotte di turisti” (Repubblica).

Dieci miliardi di dollari. È lo stanziamento decretato ieri a Londra dai rappresentanti dei paesi (occidentali e non) maggiormente impegnati sul fronte dell’emergenza profughi. Riporta il Corriere: “Tra i donatori la Germania fa la parte del leone: promette un quarto di tutto il pacchetto. È il Paese europeo che ha accolto il maggior numero di migranti (oltre un milione nel 2015, tra cui 430.000 siriani) e offre 2,5 miliardi di dollari. Segue da lontano la Gran Bretagna con 1,75 miliardi di dollari. Poi la Francia con un miliardo sino al 2018. Gli Stati Uniti parlano di 900 milioni. Scarso invece il contributo dei Paesi arabi. Gli Emirati sono fermi a 137 milioni. E l’Arabia Saudita non supera i cento. L’Italia ne stanzia 400″.
 
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  davar
lo studio di todeschini rovescia i pregiudizi
Banca, ghetto, emarginazione Una storia tutta italiana
È una storia di emarginazione e di potere economico. È una storia di convivenza e di scontro fra realtà maggioritarie e minoranze. È una storia italiana, quella racconta che lo storico Giacomo Todeschini nel suo ultimo studio La banca e il ghetto ora in libreria, pubblicato da Laterza.
Uno studio fortemente innovativo, che delinea nuove forme della Storia, getta luce là dove i più banali punti di riferimento continuavano a prevalere sulla visione chiara, si demoliscono luoghi comuni che hanno alimentato il pregiudizio per dimostrare che il mondo ebraico fu la prima vittima dell’avvento del grande potere economico controllato dagli stati.
Il libro, che appare a poca distanza dall’inizio delle manifestazioni dedicate ai 500 anni del Ghetto di Venezia, capovolge molti capisaldi del pregiudizio, in particolare del pregiudizio che parte dagli intrecci fra mondo ebraico e potere finanziario, e apre una nuova prospettiva per rileggere la storia italiana ed europea. La banca e il ghetto sono due invenzioni italiane. Nel 1516 veniva fondato il ghetto di Venezia. Negli stessi anni, sempre in Italia, si assisteva alla nascita di un nuovo modello finanziario, destinato a grandi fortune: la banca pubblica. Questa coincidenza non è casuale. La banca e il ghetto sono le due costruzioni complementari di una modernità che riconosce nella finanza l’aspetto più efficace del governo politico. La banca diventa in Italia, tra Medioevo e Rinascimento, un’invenzione strategica grazie alla quale le oligarchie cristiane al potere (dagli Sforza ai Gonzaga ai Medici, dal papa alle élite di Venezia o Genova) controllano direttamente lo spazio sociale che dominano. Si crea così la possibilità di indicare come economia “dubbia” quella in cui operano gli “infedeli”. Il prestito a interesse e le attività economiche affidate dai governi agli ebrei sono derubricate ad attività minori e non rappresentative dell’economia “vera” degli stati. Questo percorso conduce alla delegittimazione progressiva della presenza ebraica in Italia e culmina con l’istituzione dei ghetti. Ecco qui di seguito il testo dell’introduzione al libro:

La banca ha avuto un’origine italiana, tardomedievale e cristiana, anche se le logiche con le quali questa realtà è stata costruita venivano da molto più lontano: Babilonia, l’Egitto, la Grecia e Roma, la tarda antichità cristiana. Queste origini remote hanno forse contribuito alla formazione di un linguaggio bancario che lascia ancora oggi intravedere, al di là della prosa quotidiana e domestica del risparmio e del deposito, il mistero del credito e del rinvio della resa dei conti a data incerta.
Il ghetto, invece, è stato per secoli pensato e rappresentato come una realtà estremamente concreta e circoscritta. Che il suo nome venisse o meno dal «getto» di fonderia veneziano, o dal «ghet» ebraico (il ripudio), i ghetti – istituiti in Italia nella stessa epoca della fondazione delle banche pubbliche cristiane – erano visti come un luogo di separazione, di segregazione più o meno assoluta e umiliante, di estraniazione. Il ghetto, quindi, è stato a lungo descritto in termini di spazio paradigmatico. Nettamente perimetrato, misurabile, topografico, cartografabile, è stato tramandato dalla memoria storica e dalla memoria individuale come un labirinto di strade strette, di case buie, di angoli inquietanti e di stracci. Ed è stato pensato non come il luogo di un’economia, ma piuttosto come una sorta di anfratto vergognoso in cui la gente per bene rischiava di impelagarsi in faccende di denaro rischiose e disonorevoli. Al contrario della «banca», il «ghetto» è sembrato racchiudere, per stereotipo, tutto quanto appariva il contrario dell’onore, del decoro inerente alla condizione cristiana, fatta com’essa era fra medioevo ed età moderna, nel «Rinascimento», di ricchezze e fasti visibili e invisibili. Il valore che le cose avevano posseduto nel mondo dei mercati segnati dal potere politico e dalla legge cristiani come veri e autentici si riteneva destinato a spegnersi nel «chiuso» del ghetto, inteso come simbolo murato del rifiuto delle verità cristiane.
L’immagine di un’opposizione fra banca e ghetto, fra vitale movimento produttivo dell’economia cristiana e statico riprodursi di un’economia ebraica del riciclaggio e del sordido, ha raggiunto la dottrina degli economisti del Novecento, da Sombart a Weber, nonostante il conflitto che li ha contrapposti a proposito del ruolo economico degli ebrei nella storia dell’Occidente. Fossero, gli ebrei dei ghetti, al modo di Sombart, gli scatenatori di un capitalismo selvaggio, gli iniziatori della finanza virtuale e avventuriera, i protagonisti dell’economia «del surrogato», oppure, al modo di Weber, gli esponenti dell’economia arcaica caratteristica di un «popolo paria», in entrambi i casi il ghetto è stato descritto dagli economisti del Novecento come il luogo di origine di un’economia ambigua, e insomma come l’ombra inquietante che contraddiceva la solarità delle economie cittadine e statali riassunta dalla banca pubblica, originatasi in Italia nella forma assai particolare del Monte di Pietà.
Gli storici della seconda metà del XX secolo, schiacciati dal peso della memoria della «distruzione degli ebrei d’Europa», benché nella sostanza abbiano accettato l’antica immagine di opposizione fra città cristiana e ghetto ebraico, si sono tuttavia affaticati a dimostrare che il rapporto fra ghetti e città, fra ebrei del ghetto e cittadini cristiani, è stato molteplice, che la mobilità dei ghettizzati è stata in effetti ben più notevole di quanto le norme potessero stabilire, e che l’economia del ghetto si intrecciava tutti i giorni con quella della città e delle sue banche o dei suoi Monti di Pietà. Questa volontà di sottolineare l’esistenza di una felice collaborazione ebraico-cristiana nell’Italia tre e quattrocentesca, al fine di negare la specificità italiana di un antigiudaismo economico da intendersi come matrice di un futuro antisemitismo tanto più genocidario quanto più denso di stereotipi finanziari, ha prodotto di conseguenza una lettura dell’epoca dei ghetti finalizzata fondamentalmente a descrivere l’integrazione fra economia del ghetto ed economia degli Stati. L’Italia dei ghetti e dei Monti di Pietà, della banca cristiana e del ghetto ebraico, in altre parole, sarebbe stata un groviglio di situazioni difficili da sintetizzare, una moltitudine di variabili locali irriducibile a un modello governativo fondamentale ed esportabile.
Benché si sia molto scritto e parlato di Italia dei mercanti e dei banchieri italiani in quanto iniziatori della «repubblica internazionale del denaro», dell’Italia delle città-Stato e dell’Italia «governata» dalla Chiesa come del luogo-situazione generatore di un modello politico «machiavelliano», l’immagine storiografica più divulgata dell’Italia rimane, nel complesso, quella di un mosaico di storie locali sostanzialmente contraddittorio e irriducibile a un significato sintetico. Raramente, pertanto, ci si è posti il problema del rapporto fra Italia economica e finanziaria degli ultimi secoli del medioevo, Italia cristiana e Italia che, di luogo in luogo, stabiliva criteri per la gestione di gruppi culturalmente dissimili da quello maggioritario. Tuttavia, al di là delle evidenti differenze locali, ma anche al di là dell’immagine dell’Italia culla della civiltà umanistica e repubblicana, ci si può chiedere quanto la storia d’Italia sia stata caratterizzata, nel passaggio dal «medioevo» all’epoca «moderna», da tratti unificatori connessi, da un lato, al rapporto fra economia finanziaria, religione e potere, e dall’altro dipendenti dal nesso – di solito alquanto sottovalutato – fra poteri locali oligarchici e minoranze cultural-religiose. Un doppio nodo relazionale spesso in grado di rivelare continuità sovraterritoriali nelle logiche del governo e dell’organizzazione economica e di produrre istituzioni economico-politiche durevoli e cruciali, come le banche e i ghetti.
Il fenomeno costituito dall’«invenzione» italiana della banca pubblica appare di fatto meglio comprensibile sia che venga reinserito nel contesto rappresentato dalla dialettica fra maggioranza cristiana e minoranza ebraica, sia che venga ricondotto a problematiche di governo della realtà economica che le molteplici configurazioni politiche dell’Italia medievale e moderna non riuscivano a risolvere. Nell’ambito della dialettica fra politica e finanza, tanto tipica dell’Italia fra XIV e XVI secolo, la minoranza ebraica – diversificata in sé stessa, diffusa sui territori e da sempre numericamente minima – sembra aver giocato un ruolo decisivo, rappresentando un modello di organizzazione sociale ed economica a cui reagì e si oppose la complessità di un’Italia cristiana frammentata e dispersa in una miriade di luoghi, di città e di contesti locali.
Al di là della secca contrapposizione fra banca e ghetto o dell’immagine conciliativa che ne ha descritto l’ipotetica collaborazione, ci si può dunque domandare se l’istituzione di situazioni sovralocali che, come i ghetti, circoscrivevano la minoranza ebraica, la nominavano come tale, uniformandola al di là delle specificità locali, e al contempo la fondazione di enti politico-economici poi abbondantemente esportati, quali furono alla fine del medioevo le banche pubbliche e i Monti di Pietà, abbiano avuto un valore unificante per una collettività multicentrica e diversificata come quella italiana sul principio della modernità.

Giacomo Todeschini

Nell’immagine il professor Todeschini con la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane durante i lavori di Redazione aperta – Mercati e valori (Firenze, giugno 2015) 

QUI ROMA
4 giugno '44 - La foto inedita

Una nuova testimonianza
La foto inedita pubblicata sul numero di Pagine Ebraiche dello scorso dicembre (immagine a fianco) grazie a cui è stato possibile, per la prima volta, associare un volto al nome di Charles Aaron Golub, il soldato americano che per primo varcò la soglia del Tempio Maggiore dopo la cacciata dei nazifascisti, porta con sé un nuovo straordinario regalo. È la testimonianza di Vittorio Polacco, un ebreo romano il cui padre fu tra coloro che affiancarono Golub in quello storico momento, dando avvio nel solco di quegli irripetibili minuti a un’amicizia che il tempo non avrebbe cancellato, ma anzi rafforzato.
Raccolta da Alberto Di Consiglio, autore in questi mesi di una intensa ricerca di storie e memorie locali, la testimonianza dà il senso di quello che il gesto di Golub rappresentò per la più antica Comunità della Diaspora, alla luce della ritrovata libertà e del coraggioso percorso di ricostruzione dalle macerie che prendeva
avvio in quelle ore. Ed è inoltre la prova della grande umanità e del profondo spirito ebraico che appartennero al milite statunitense, ricordato all’ingresso del Tempio in una targa commemorativa.
Elio Polacco e Charles Aaron Golub. Elio con la cravatta, Charles più informale. Due grandi protagonisti di quel giugno del ‘44 che si ritroveranno, anni dopo, per non lasciarsi mai più. Come suggella questa immagine che li ritrae in un momento conviviale, condivisa da Vittorio con i nostri lettori.
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qui firenze
I 70 anni del rav Joseph Levi
Un convegno in suo onore

Universalismo e particolarismo nel mondo ebraico. I fermenti culturali, la kabbalah, la scienza. Temi di grande fascino, un confronto vivace e dinamico. Compie 70 anni rav Joseph Levi, rabbino capo di Firenze. In suo onore un convegno di altissimo livello che, domenica prossima, richiamerà in città rabbini, studiosi e accademici per una densa giornata di studio ospitata a Palazzo Sacrati Strozzi. Organizzato dalla moglie Shulamit, il convegno si aprirà con i saluti del sindaco Dario Nardella, della presidente della Comunità ebraica Sara Cividalli, di alcuni leader religiosi cittadini.
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QUI ROMA
Ghetto, il ballo della libertà
Premiato con uno dei più importanti riconoscimenti per le Performing Arts dalla European Association for Jewish Culture a Londra, lo spettacolo Ghetto viene riproposto a Roma in occasione del Giorno della Memoria, nell’anno in cui si celebra il cinquecentesimo anniversario del Ghetto di Venezia, il più antico d’Europa. Lo spettacolo, ideato e realizzato dal Maestro Mario Piazza (foto piccola a destra), è stato rimodulato per l’occasione, maggiorato del corpo di ballo che ora è di 26 danzatori, e sarà ospitato al Teatro Eliseo (800 poltrone) domenica 7 febbraio alle ore 21. Ideato e promosso dalla Comunità ebraica romana – assessorato alla Cultura, Ghetto è patrocinato e sostenuto dalla Fondazione Museo della Shoah, con la collaborazione del Teatro Eliseo e dell’Accademia Nazionale di Danza. Racconta il coreografo a Italia Ebraica: “Ghetto è un inno alla libertà, un punto di partenza necessario per elaborare i temi legati al concetto di esclusione e di paura del diverso”.
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QUI MILANO
Web, i rischi da prevenire 
Ci sono alcune regole che potrebbero apparire semplici ma che sono importanti da seguire quando si naviga online. Soprattutto in caso si tratti di minori. Per questo la Polizia Postale ha creato una sezione ad hoc per i più giovani e per il loro genitori in cui elenca una serie di buone pratiche quando ci si trova su internet. Un esempio, rivolto ai ragazzi: “Non scaricare programmi se non ne conosci bene la provenienza. Potrebbero contenere: virus che danneggiano il computer, spyware che violano la privacy, dialer che fanno lievitare il conto della tua bolletta”. Oppure: “Nelle chat, nei forum e nei giochi di ruolo non dare mai il tuo nome, cognome, indirizzo, numero di cellulare o di casa. Lo schermo del computer nasconde le vere intenzioni di chi chatta con te”. Al contempo, uno dei primi consigli ai genitori è di insegnare ai bambini più piccoli l’importanza di non rivelare in rete la loro identità. "Spiegategli che è importante per la loro sicurezza e per quella di tutta la famiglia non fornire dati personali”. A fianco di questo decalogo dei consigli utili, la Polizia Postale ha messo a disposizione sul proprio sito anche un forum in cui è possibile chiedere direttamente un parere agli esperti in tema di sicurezza 2.0: dall’evitare frodi online fino ai temi citati legati alla tutela dei minori.
Alcune di queste tematiche, oramai presenti nella vita quotidiana di ogni famiglia, saranno affrontate nel corso di una serata organizzata da Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità ebraica di Milano e Polizia Postale.

L’appuntamento è per lunedì 8 febbraio, alle 19, nei locali della scuola ebraica milanese. Interverranno i due copresidenti della Comunità Milo Hasbani e Raffaele Besso, l’assessore alle Finanze UCEI Noemi Di Segni, il direttore della redazione giornalistica dell’Unione Guido Vitale, il dirigente della Polizia di Stato Salvatore Labarbera, il ricercatore del Cdec Stefano Gatti e l’esperto di sicurezza digitale Simone Tedeschi.
QUI FIRENZE
Cesare Fasola, resistere per l'arte
Nell’ambito delle celebrazioni del Giorno della Memoria il Polo Museale Fiorentino ha organizzato una mattinata di studio dedicata alla figura di Cesare Fasola e al suo impegno per salvare le opere d’arte delle gallerie fiorentine ma anche quanto era stato depredato dalle case ebraiche e dalla Comunità stessa.
L’incontro, che ha visto la presenza anche di molti giovani, si è svolto nell’antica chiesa di San Pier Scheraggio, che fa parte del complesso degli Uffizi, splendidamente ristrutturata secondo il progetto dell’architetto Nello Bemporad (z.l.) e dominata dalla grandiosa e inusuale annunciazione del Botticelli, recentemente esposta nel Museo Israel a Gerusalemme.
Il convegno è stato aperto, con parole molto appropriate, da Eike Schmidt, il nuovo direttore della Galleria, cui ha fatto seguito il discorso introduttivo di Claudio Di Benedetto, bibliotecario degli Uffizzi e successore del Fasola, che ha ben conosciuto e molto apprezzato per la sua appassionata dedizione e il coraggioso lavoro fatto per salvare il patrimonio artistico della città e dei privati colpiti dalle persecutorie leggi razziste.


Lionella Viterbo

(Nell'immagine Giusta e Cesare Fasola ritratti da Carlo Levi)
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sheva-melamed
Un nuovo inizio, con la musica
Sarab, che in arabo significa oasi, è un programma di educazione musicale per le comunità beduine del Negev che dal 2015 coinvolge decine di bambini in età scolare. La musica è un antidoto perfetto: sviluppa la creatività e stimola ad apprezzare la bellezza; crea un senzo di identità e di appartenenza che unisce gli individui e li porta a collaborare per un comune obiettivo. L’educazione musicale insegna attenzione, perseveranza e concentrazione, e oltre ad avere un effetto positivo sui risultati scolastici in tutte le materie regala ai bambini competenze preziose che saranno utili anche più tardi nella vita. Inoltre imparare a suonare uno strumento richiede tempo, e li tiene fuori dai guai. La musica può essere l’inizio di uno stile di vita diverso e migliore per la comunità beduina, e diventare la base di una nuova e positiva collaborazione con le comunità ebraiche locali.
Novità intanto per il Limmud, l’organizzazione che ogni anno raduna nel Regno Unito migliaia di persone da tutto il mondo per quella che alcuni chiamano “la madre di tutte le conferenze”, una settimana dedicata all’apprendimento dell’ebraismo, con lezioni, laboratori, performance e molto altro. A pochi giorni dall’entrata in carica del nuovo presidente David Hoffman, l’organizzazione ha nominato anche un nuovo direttore: si tratta di Eli Ovitz.

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pilpul
L'Islam e i suoi Giusti
Trattare il tema dei Giusti dell’Islam – ha affermato Sherif El Sebaie nell’interessante introduzione alla serata torinese di martedì scorso (di cui già ha dato conto Alice Fubini) – spinge ebrei e musulmani a riflettere e mette in discussione il negazionismo e il relativismo ampiamente diffusi nel mondo islamico. In effetti la situazione da lui accennata suona quasi paradossale: i musulmani che nel corso della seconda guerra mondiale hanno contribuito a salvare ebrei sono un fenomeno poco conosciuto anche perché c’è una certa resistenza a parlarne all’interno dello stesso mondo islamico. Un paradosso che a mio parere si genera da un altro paradosso più generale: perché il negazionismo è più diffuso tra chi ha meno interesse a negare o minimizzare la Shoah? Perché affannarsi a cancellare le tracce di crimini commessi da altri?

Anna Segre, insegnante
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Il coraggio del Mediterraneo
“Today we are deeply concerned with the fate of 60,000 of our fellow citizens who are Jews… We have lived together in both slavery and freedom, and we have come to appreciate their feelings, their brotherly attitude, their economic activity, and most important, their indefectible patriotism”.
Si conclude con queste frasi l’appello ufficiale di protesta contro le deportazioni degli ebrei greci, scritto dall’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Damaskinos Papandreou, negli anni dell’occupazione nazista. Un documento unico di fronte al silenzio delle istituzioni, soprattutto religiose, degli altri paesi europei. L’arcivescovo Damaskinos – come è riportato sul sito dello Yad Vashem, il quale lo ha inserito tra i “Giusti tra le nazioni” – non si arrese mai nel cercare d’impedire le angherie e le deportazioni da parte degli occupanti nei confronti degli ebrei greci, ordinò alle chiese sotto la sua giurisdizione di produrre per loro certificati battesimali falsi, esortò le stesse ad aiutarli e a nasconderli nei propri monasteri e conventi, e più volte protestò apertamente contro la tragedia che opprimeva “i fratelli ebrei” di fronte alle autorità tedesche e al governo collaborazionista greco, cercando di coinvolgere in questo tentativo il maggior numero di personalità.


Francesco Moises Bassano, studente
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Fiducia nell'intelligenza
Il nuovo libro di Bernard-Henry Lévy, L’esprit du judaïsme, fa discutere. La domanda del filosofo è molto simile a quella di altri prima di lui: Etre juif (Essere ebrei) infatti è il titolo del piccolo saggio di Lévinas, cui lo stesso Lévy ha dedicato alcune lezioni. Secondo Lévinas essere ebrei significa riconoscere di avere un padre. Secondo Lévy – nell’intervista per Le Figaro, recensita per Moked da Francesca Matalon – lo spirito dell’ebraismo consiste “nell’avere fiducia nell’intelligenza”. Le due definizioni forse non sono slegate. Anzi. Da quello che l’autore spiega al quotidiano francese, mi sembra che questa fiducia corrisponda proprio alla possibilità di inserirsi personalmente e creativamente nelle parole già dette e nelle azioni già date. È lo sguardo consapevole del figlio verso chi lo ha preceduto ed è il desiderio del padre verso il futuro attivo dei propri figli. D’altra parte è proprio nel Talmud che, dopo una famosa discussione tra una voce divina e i maestri, leggiamo: “Dio ha sorriso e ha detto: I miei figli mi hanno superato.”

Ilana Bahbout

 

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