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Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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Colpisce
la cerimonia descritta nei primi versi della parashà di Mishpatim
(Esodo 21, 5-7) con la quale il servo temporaneo, dopo aver deciso di
restare a servizio perpetuo, è portato vicino allo stipite della porta
e gli viene bucato l’orecchio come segno del proprio status di servitù
per la vita. Il Talmud Kiddushin 22b sottolinea che il luogo dove
avviene la cerimonia, lo stipite, è lo stesso dove la generazione
uscita dall’Egitto ha posto il sangue del sacrificio per segnare le
case ebraiche da salvare al passaggio dell’angelo della morte, così
come l’orecchio è l’organo che ha sentito sul Sinai il comandamento:
“Io sono il Signore che ti ha fatto uscire dalla terrà di Egitto, dalla
casa degli schiavi…” e che, accettando la schiavitù, disprezza la
salvezza e la libertà donata da Dio. Una grande lezione per tutti quei
momenti nei quali ci schiavizziamo e serviamo altri padroni che non
siano l’Eterno, se credenti, o la nostra identità di persone libere, di
ebrei consapevoli, di esseri umani onesti.
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
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C’è
qualcosa di profondamente sbagliato nell’emergenza della battaglia
politico culturale che occupa i giornali e le piazze in questi giorni.
Si dà vita a uno scontro dai forti accenti morali sulle unioni civili e
sull’adozione dei figliastri (in italiano è così, e non si vede perché
dirla con l’inglese stepchild adoption), ma si fa finta di non sapere
che si tratta di un provvedimento di legge che va a regolamentare uno
stato di fatto che già esiste da molti anni, un’azione necessaria per
allineare finalmente la legislazione italiana a un principio di
eguaglianza riconosciuto a livello mondiale, normato già da un
quindicennio in numerosissimi paesi senza creare né drammi né scompensi
in relazione al livello di moralità in quelle società (Paesi Bassi,
Belgio, Canada, Spagna, Sudafrica, Norvegia, Svezia, Islanda,
Portogallo, Argentina, Danimarca, Francia, Brasile, Nuova Zelanda,
Uruguay, Gran Bretagna, Lussemburo, Finlandia, Slovenia e Stati Uniti;
solo unioni civili in Austria, Cipro, Croazia, Estonia, Germania,
Malta, Repubblica Ceca, Ungheria, Australia, Groenlandia, Ecuador e
Colombia). In Israele l’adozione di bambini da parte di coppie
omosessuali è in vigore dal 2008. È un’emergenza quindi? Direi di no,
l’impressione è che ci si scateni su questo tema per coprire dinamiche
politiche diverse, fondandosi su una idea conservatrice,
tradizionalista e poco rispondente alle dinamiche contemporanee del
concetto di famiglia.
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Berlino, arresti e sospetti
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Una
maxiretata di 450 poliziotti in tre Länder tedeschi (Berlino,
Nordreno-Westfalia e Bassa Sassonia) ha portato all’arresto di tre
algerini sospettati di essere affiliati all’Is. La polizia sta
verificando i legami tra almeno uno di loro e i responsabili degli
attentati di Parigi. Nel mirino degli arrestati anche Checkpoint
Charlie, “una volta storico posto di blocco al confine tra la Berlino
Est e Ovest e oggi attrazione per frotte di turisti” (Repubblica).
Dieci miliardi di dollari. È lo stanziamento decretato ieri a Londra
dai rappresentanti dei paesi (occidentali e non) maggiormente impegnati
sul fronte dell’emergenza profughi. Riporta il Corriere: “Tra i
donatori la Germania fa la parte del leone: promette un quarto di tutto
il pacchetto. È il Paese europeo che ha accolto il maggior numero di
migranti (oltre un milione nel 2015, tra cui 430.000 siriani) e offre
2,5 miliardi di dollari. Segue da lontano la Gran Bretagna con 1,75
miliardi di dollari. Poi la Francia con un miliardo sino al 2018. Gli
Stati Uniti parlano di 900 milioni. Scarso invece il contributo dei
Paesi arabi. Gli Emirati sono fermi a 137 milioni. E l’Arabia Saudita
non supera i cento. L’Italia ne stanzia 400″.
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lo studio di todeschini rovescia i pregiudizi Banca, ghetto, emarginazione Una storia tutta italiana
È
una storia di emarginazione e di potere economico. È una storia di
convivenza e di scontro fra realtà maggioritarie e minoranze. È una
storia italiana, quella racconta che lo storico Giacomo Todeschini nel
suo ultimo studio La banca e il ghetto ora in libreria, pubblicato da
Laterza.
Uno studio fortemente
innovativo, che delinea nuove forme della Storia, getta luce là dove i
più banali punti di riferimento continuavano a prevalere sulla visione
chiara, si demoliscono luoghi comuni che hanno alimentato il
pregiudizio per dimostrare che il mondo ebraico fu la prima vittima
dell’avvento del grande potere economico controllato dagli stati.
Il libro, che appare a
poca distanza dall’inizio delle manifestazioni dedicate ai 500 anni del
Ghetto di Venezia, capovolge molti capisaldi del pregiudizio, in
particolare del pregiudizio che parte dagli intrecci fra mondo ebraico
e potere finanziario, e apre una nuova prospettiva per rileggere la
storia italiana ed europea. La banca e il ghetto sono due invenzioni
italiane. Nel 1516 veniva fondato il ghetto di Venezia. Negli stessi
anni, sempre in Italia, si assisteva alla nascita di un nuovo modello
finanziario, destinato a grandi fortune: la banca pubblica. Questa
coincidenza non è casuale. La banca e il ghetto sono le due costruzioni
complementari di una modernità che riconosce nella finanza l’aspetto
più efficace del governo politico. La banca diventa in Italia, tra
Medioevo e Rinascimento, un’invenzione strategica grazie alla quale le
oligarchie cristiane al potere (dagli Sforza ai Gonzaga ai Medici, dal
papa alle élite di Venezia o Genova) controllano direttamente lo spazio
sociale che dominano. Si crea così la possibilità di indicare come
economia “dubbia” quella in cui operano gli “infedeli”. Il prestito a
interesse e le attività economiche affidate dai governi agli ebrei sono
derubricate ad attività minori e non rappresentative dell’economia
“vera” degli stati. Questo percorso conduce alla delegittimazione
progressiva della presenza ebraica in Italia e culmina con
l’istituzione dei ghetti. Ecco qui di seguito il testo
dell’introduzione al libro:
La
banca ha avuto un’origine italiana, tardomedievale e cristiana, anche
se le logiche con le quali questa realtà è stata costruita venivano da
molto più lontano: Babilonia, l’Egitto, la Grecia e Roma, la tarda
antichità cristiana. Queste origini remote hanno forse contribuito alla
formazione di un linguaggio bancario che lascia ancora oggi
intravedere, al di là della prosa quotidiana e domestica del risparmio
e del deposito, il mistero del credito e del rinvio della resa dei
conti a data incerta.
Il ghetto, invece, è stato per secoli pensato e rappresentato come una
realtà estremamente concreta e circoscritta. Che il suo nome venisse o
meno dal «getto» di fonderia veneziano, o dal «ghet» ebraico (il
ripudio), i ghetti – istituiti in Italia nella stessa epoca della
fondazione delle banche pubbliche cristiane – erano visti come un luogo
di separazione, di segregazione più o meno assoluta e umiliante, di
estraniazione. Il ghetto, quindi, è stato a lungo descritto in termini
di spazio paradigmatico. Nettamente perimetrato, misurabile,
topografico, cartografabile, è stato tramandato dalla memoria storica e
dalla memoria individuale come un labirinto di strade strette, di case
buie, di angoli inquietanti e di stracci. Ed è stato pensato non come
il luogo di un’economia, ma piuttosto come una sorta di anfratto
vergognoso in cui la gente per bene rischiava di impelagarsi in
faccende di denaro rischiose e disonorevoli. Al contrario della
«banca», il «ghetto» è sembrato racchiudere, per stereotipo, tutto
quanto appariva il contrario dell’onore, del decoro inerente alla
condizione cristiana, fatta com’essa era fra medioevo ed età moderna,
nel «Rinascimento», di ricchezze e fasti visibili e invisibili. Il
valore che le cose avevano posseduto nel mondo dei mercati segnati dal
potere politico e dalla legge cristiani come veri e autentici si
riteneva destinato a spegnersi nel «chiuso» del ghetto, inteso come
simbolo murato del rifiuto delle verità cristiane.
L’immagine di un’opposizione fra banca e ghetto, fra vitale movimento
produttivo dell’economia cristiana e statico riprodursi di un’economia
ebraica del riciclaggio e del sordido, ha raggiunto la dottrina degli
economisti del Novecento, da Sombart a Weber, nonostante il conflitto
che li ha contrapposti a proposito del ruolo economico degli ebrei
nella storia dell’Occidente. Fossero, gli ebrei dei ghetti, al modo di
Sombart, gli scatenatori di un capitalismo selvaggio, gli iniziatori
della finanza virtuale e avventuriera, i protagonisti dell’economia
«del surrogato», oppure, al modo di Weber, gli esponenti dell’economia
arcaica caratteristica di un «popolo paria», in entrambi i casi il
ghetto è stato descritto dagli economisti del Novecento come il luogo
di origine di un’economia ambigua, e insomma come l’ombra inquietante
che contraddiceva la solarità delle economie cittadine e statali
riassunta dalla banca pubblica, originatasi in Italia nella forma assai
particolare del Monte di Pietà.
Gli storici della seconda metà del XX secolo, schiacciati dal peso
della memoria della «distruzione degli ebrei d’Europa», benché nella
sostanza abbiano accettato l’antica immagine di opposizione fra città
cristiana e ghetto ebraico, si sono tuttavia affaticati a dimostrare
che il rapporto fra ghetti e città, fra ebrei del ghetto e cittadini
cristiani, è stato molteplice, che la mobilità dei ghettizzati è stata
in effetti ben più notevole di quanto le norme potessero stabilire, e
che l’economia del ghetto si intrecciava tutti i giorni con quella
della città e delle sue banche o dei suoi Monti di Pietà. Questa
volontà di sottolineare l’esistenza di una felice collaborazione
ebraico-cristiana nell’Italia tre e quattrocentesca, al fine di negare
la specificità italiana di un antigiudaismo economico da intendersi
come matrice di un futuro antisemitismo tanto più genocidario quanto
più denso di stereotipi finanziari, ha prodotto di conseguenza una
lettura dell’epoca dei ghetti finalizzata fondamentalmente a descrivere
l’integrazione fra economia del ghetto ed economia degli Stati.
L’Italia dei ghetti e dei Monti di Pietà, della banca cristiana e del
ghetto ebraico, in altre parole, sarebbe stata un groviglio di
situazioni difficili da sintetizzare, una moltitudine di variabili
locali irriducibile a un modello governativo fondamentale ed
esportabile.
Benché si sia molto scritto e parlato di Italia dei mercanti e dei
banchieri italiani in quanto iniziatori della «repubblica
internazionale del denaro», dell’Italia delle città-Stato e dell’Italia
«governata» dalla Chiesa come del luogo-situazione generatore di un
modello politico «machiavelliano», l’immagine storiografica più
divulgata dell’Italia rimane, nel complesso, quella di un mosaico di
storie locali sostanzialmente contraddittorio e irriducibile a un
significato sintetico. Raramente, pertanto, ci si è posti il problema
del rapporto fra Italia economica e finanziaria degli ultimi secoli del
medioevo, Italia cristiana e Italia che, di luogo in luogo, stabiliva
criteri per la gestione di gruppi culturalmente dissimili da quello
maggioritario. Tuttavia, al di là delle evidenti differenze locali, ma
anche al di là dell’immagine dell’Italia culla della civiltà umanistica
e repubblicana, ci si può chiedere quanto la storia d’Italia sia stata
caratterizzata, nel passaggio dal «medioevo» all’epoca «moderna», da
tratti unificatori connessi, da un lato, al rapporto fra economia
finanziaria, religione e potere, e dall’altro dipendenti dal nesso – di
solito alquanto sottovalutato – fra poteri locali oligarchici e
minoranze cultural-religiose. Un doppio nodo relazionale spesso in
grado di rivelare continuità sovraterritoriali nelle logiche del
governo e dell’organizzazione economica e di produrre istituzioni
economico-politiche durevoli e cruciali, come le banche e i ghetti.
Il fenomeno costituito dall’«invenzione» italiana della banca pubblica
appare di fatto meglio comprensibile sia che venga reinserito nel
contesto rappresentato dalla dialettica fra maggioranza cristiana e
minoranza ebraica, sia che venga ricondotto a problematiche di governo
della realtà economica che le molteplici configurazioni politiche
dell’Italia medievale e moderna non riuscivano a risolvere. Nell’ambito
della dialettica fra politica e finanza, tanto tipica dell’Italia fra
XIV e XVI secolo, la minoranza ebraica – diversificata in sé stessa,
diffusa sui territori e da sempre numericamente minima – sembra aver
giocato un ruolo decisivo, rappresentando un modello di organizzazione
sociale ed economica a cui reagì e si oppose la complessità di
un’Italia cristiana frammentata e dispersa in una miriade di luoghi, di
città e di contesti locali.
Al di là della secca contrapposizione fra banca e ghetto o
dell’immagine conciliativa che ne ha descritto l’ipotetica
collaborazione, ci si può dunque domandare se l’istituzione di
situazioni sovralocali che, come i ghetti, circoscrivevano la minoranza
ebraica, la nominavano come tale, uniformandola al di là delle
specificità locali, e al contempo la fondazione di enti
politico-economici poi abbondantemente esportati, quali furono alla
fine del medioevo le banche pubbliche e i Monti di Pietà, abbiano avuto
un valore unificante per una collettività multicentrica e diversificata
come quella italiana sul principio della modernità.
Giacomo Todeschini
Nell’immagine il
professor Todeschini con la redazione giornalistica dell’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane durante i lavori di Redazione aperta –
Mercati e valori (Firenze, giugno 2015)
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QUI ROMA 4 giugno '44 - La foto inedita
Una nuova testimonianza
La
foto inedita pubblicata sul numero di Pagine Ebraiche dello scorso
dicembre (immagine a fianco) grazie a cui è stato possibile, per la
prima volta, associare un volto al nome di Charles Aaron Golub, il
soldato americano che per primo varcò la soglia del Tempio Maggiore
dopo la cacciata dei nazifascisti, porta con sé un nuovo straordinario
regalo. È la testimonianza di Vittorio Polacco, un ebreo romano il cui
padre fu tra coloro che affiancarono Golub in quello storico momento,
dando avvio nel solco di quegli irripetibili minuti a un’amicizia che
il tempo non avrebbe cancellato, ma anzi rafforzato.
Raccolta da Alberto Di Consiglio, autore in questi mesi di una intensa
ricerca di storie e memorie locali, la testimonianza dà il senso di
quello che il gesto di Golub rappresentò per la più antica Comunità
della Diaspora, alla luce della ritrovata libertà e del coraggioso
percorso di ricostruzione dalle macerie che prendeva avvio
in quelle ore. Ed è inoltre la prova della grande umanità e del
profondo spirito ebraico che appartennero al milite statunitense,
ricordato all’ingresso del Tempio in una targa commemorativa.
Elio
Polacco e Charles Aaron Golub. Elio con la cravatta, Charles più
informale. Due grandi protagonisti di quel giugno del ‘44 che si
ritroveranno, anni dopo, per non lasciarsi mai più. Come suggella
questa immagine che li ritrae in un momento conviviale, condivisa da
Vittorio con i nostri lettori.
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qui firenze I 70 anni del rav Joseph Levi Un convegno in suo onore
Universalismo
e particolarismo nel mondo ebraico. I fermenti culturali, la kabbalah,
la scienza. Temi di grande fascino, un confronto vivace e dinamico.
Compie 70 anni rav Joseph Levi, rabbino capo di Firenze. In suo onore
un convegno di altissimo livello che, domenica prossima, richiamerà in
città rabbini, studiosi e accademici per una densa giornata di studio
ospitata a Palazzo Sacrati Strozzi. Organizzato dalla moglie Shulamit,
il convegno si aprirà con i saluti del sindaco Dario Nardella, della
presidente della Comunità ebraica Sara Cividalli, di alcuni leader
religiosi cittadini.
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QUI ROMA Ghetto, il ballo della libertà
Premiato
con uno dei più importanti riconoscimenti per le Performing Arts dalla
European Association for Jewish Culture a Londra, lo spettacolo Ghetto
viene riproposto a Roma in occasione del Giorno della Memoria,
nell’anno in cui si celebra il cinquecentesimo anniversario del Ghetto
di Venezia, il più antico d’Europa. Lo spettacolo, ideato e realizzato
dal Maestro Mario Piazza (foto piccola a destra), è stato rimodulato
per l’occasione, maggiorato del corpo di ballo che ora è di 26
danzatori, e sarà ospitato al Teatro Eliseo (800 poltrone) domenica 7
febbraio alle ore 21. Ideato e promosso dalla Comunità ebraica romana –
assessorato alla Cultura, Ghetto è patrocinato e sostenuto dalla
Fondazione Museo della Shoah, con la collaborazione del Teatro Eliseo e
dell’Accademia Nazionale di Danza. Racconta il coreografo a Italia
Ebraica: “Ghetto è un inno alla libertà, un punto di partenza
necessario per elaborare i temi legati al concetto di esclusione e di
paura del diverso”.
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QUI MILANO Web, i rischi da prevenire
Ci
sono alcune regole che potrebbero apparire semplici ma che sono
importanti da seguire quando si naviga online. Soprattutto in caso si
tratti di minori. Per questo la Polizia Postale ha creato una sezione
ad hoc per i più giovani e per il loro genitori in cui elenca una serie
di buone pratiche quando ci si trova su internet. Un esempio, rivolto
ai ragazzi: “Non scaricare programmi se non ne conosci bene la
provenienza. Potrebbero contenere: virus che danneggiano il computer,
spyware che violano la privacy, dialer che fanno lievitare il conto
della tua bolletta”. Oppure: “Nelle chat, nei forum e nei giochi di
ruolo non dare mai il tuo nome, cognome, indirizzo, numero di cellulare
o di casa. Lo schermo del computer nasconde le vere intenzioni di chi
chatta con te”. Al contempo, uno dei primi consigli ai genitori è di
insegnare ai bambini più piccoli l’importanza di non rivelare in rete
la loro identità. "Spiegategli che è importante per la loro sicurezza e
per quella di tutta la famiglia non fornire dati personali”. A fianco
di questo decalogo dei consigli utili, la Polizia Postale ha messo a
disposizione sul proprio sito anche un forum in cui è possibile
chiedere direttamente un parere agli esperti in tema di sicurezza 2.0:
dall’evitare frodi online fino ai temi citati legati alla tutela dei
minori.
Alcune di queste tematiche, oramai presenti nella vita quotidiana di
ogni famiglia, saranno affrontate nel corso di una serata organizzata
da Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità ebraica di Milano
e Polizia Postale.
L’appuntamento
è per lunedì 8 febbraio, alle 19, nei locali della scuola ebraica
milanese. Interverranno i due copresidenti della Comunità Milo Hasbani
e Raffaele Besso, l’assessore alle Finanze UCEI Noemi Di Segni, il
direttore della redazione giornalistica dell’Unione Guido Vitale, il
dirigente della Polizia di Stato Salvatore Labarbera, il ricercatore
del Cdec Stefano Gatti e l’esperto di sicurezza digitale Simone
Tedeschi.
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QUI FIRENZE Cesare Fasola, resistere per l'arte
Nell’ambito
delle celebrazioni del Giorno della Memoria il Polo Museale Fiorentino
ha organizzato una mattinata di studio dedicata alla figura di Cesare
Fasola e al suo impegno per salvare le opere d’arte delle gallerie
fiorentine ma anche quanto era stato depredato dalle case ebraiche e
dalla Comunità stessa.
L’incontro, che ha visto la presenza anche di molti giovani, si è
svolto nell’antica chiesa di San Pier Scheraggio, che fa parte del
complesso degli Uffizi, splendidamente ristrutturata secondo il
progetto dell’architetto Nello Bemporad (z.l.) e dominata dalla
grandiosa e inusuale annunciazione del Botticelli, recentemente esposta
nel Museo Israel a Gerusalemme.
Il convegno è stato aperto, con parole molto appropriate, da Eike
Schmidt, il nuovo direttore della Galleria, cui ha fatto seguito il
discorso introduttivo di Claudio Di Benedetto, bibliotecario degli
Uffizzi e successore del Fasola, che ha ben conosciuto e molto
apprezzato per la sua appassionata dedizione e il coraggioso lavoro
fatto per salvare il patrimonio artistico della città e dei privati
colpiti dalle persecutorie leggi razziste.
Lionella Viterbo
(Nell'immagine Giusta e Cesare Fasola ritratti da Carlo Levi)
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sheva-melamed Un nuovo inizio, con la musica
Sarab,
che in arabo significa oasi, è un programma di educazione musicale per
le comunità beduine del Negev che dal 2015 coinvolge decine di bambini
in età scolare. La musica è un antidoto perfetto: sviluppa la
creatività e stimola ad apprezzare la bellezza; crea un senzo di
identità e di appartenenza che unisce gli individui e li porta a
collaborare per un comune obiettivo. L’educazione musicale insegna
attenzione, perseveranza e concentrazione, e oltre ad avere un effetto
positivo sui risultati scolastici in tutte le materie regala ai bambini
competenze preziose che saranno utili anche più tardi nella vita.
Inoltre imparare a suonare uno strumento richiede tempo, e li tiene
fuori dai guai. La musica può essere l’inizio di uno stile di vita
diverso e migliore per la comunità beduina, e diventare la base di una
nuova e positiva collaborazione con le comunità ebraiche locali.
Novità intanto per il Limmud, l’organizzazione che ogni anno raduna nel
Regno Unito migliaia di persone da tutto il mondo per quella che alcuni
chiamano “la madre di tutte le conferenze”, una settimana dedicata
all’apprendimento dell’ebraismo, con lezioni, laboratori, performance e
molto altro. A pochi giorni dall’entrata in carica del nuovo presidente
David Hoffman, l’organizzazione ha nominato anche un nuovo direttore:
si tratta di Eli Ovitz.
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L'Islam e i suoi Giusti
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Trattare
il tema dei Giusti dell’Islam – ha affermato Sherif El Sebaie
nell’interessante introduzione alla serata torinese di martedì scorso
(di cui già ha dato conto Alice Fubini) – spinge ebrei e musulmani a
riflettere e mette in discussione il negazionismo e il relativismo
ampiamente diffusi nel mondo islamico. In effetti la situazione da lui
accennata suona quasi paradossale: i musulmani che nel corso della
seconda guerra mondiale hanno contribuito a salvare ebrei sono un
fenomeno poco conosciuto anche perché c’è una certa resistenza a
parlarne all’interno dello stesso mondo islamico. Un paradosso che a
mio parere si genera da un altro paradosso più generale: perché il
negazionismo è più diffuso tra chi ha meno interesse a negare o
minimizzare la Shoah? Perché affannarsi a cancellare le tracce di
crimini commessi da altri?
Anna Segre, insegnante
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Il coraggio del Mediterraneo
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“Today
we are deeply concerned with the fate of 60,000 of our fellow citizens
who are Jews… We have lived together in both slavery and freedom, and
we have come to appreciate their feelings, their brotherly attitude,
their economic activity, and most important, their indefectible
patriotism”.
Si conclude con queste frasi l’appello ufficiale di protesta contro le
deportazioni degli ebrei greci, scritto dall’arcivescovo di Atene e di
tutta la Grecia, Damaskinos Papandreou, negli anni dell’occupazione
nazista. Un documento unico di fronte al silenzio delle istituzioni,
soprattutto religiose, degli altri paesi europei. L’arcivescovo
Damaskinos – come è riportato sul sito dello Yad Vashem, il quale lo ha
inserito tra i “Giusti tra le nazioni” – non si arrese mai nel cercare
d’impedire le angherie e le deportazioni da parte degli occupanti nei
confronti degli ebrei greci, ordinò alle chiese sotto la sua
giurisdizione di produrre per loro certificati battesimali falsi,
esortò le stesse ad aiutarli e a nasconderli nei propri monasteri e
conventi, e più volte protestò apertamente contro la tragedia che
opprimeva “i fratelli ebrei” di fronte alle autorità tedesche e al
governo collaborazionista greco, cercando di coinvolgere in questo
tentativo il maggior numero di personalità.
Francesco Moises Bassano, studente
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Fiducia nell'intelligenza |
Il nuovo libro di Bernard-Henry Lévy, L’esprit du judaïsme, fa discutere. La domanda del filosofo è molto simile a quella di altri prima di lui: Etre juif
(Essere ebrei) infatti è il titolo del piccolo saggio di Lévinas, cui
lo stesso Lévy ha dedicato alcune lezioni. Secondo Lévinas essere ebrei
significa riconoscere di avere un padre. Secondo Lévy – nell’intervista
per Le Figaro, recensita per Moked da Francesca Matalon – lo spirito
dell’ebraismo consiste “nell’avere fiducia nell’intelligenza”. Le due
definizioni forse non sono slegate. Anzi. Da quello che l’autore spiega
al quotidiano francese, mi sembra che questa fiducia corrisponda
proprio alla possibilità di inserirsi personalmente e creativamente
nelle parole già dette e nelle azioni già date. È lo sguardo
consapevole del figlio verso chi lo ha preceduto ed è il desiderio del
padre verso il futuro attivo dei propri figli. D’altra parte è proprio
nel Talmud che, dopo una famosa discussione tra una voce divina e i
maestri, leggiamo: “Dio ha sorriso e ha detto: I miei figli mi hanno
superato.”
Ilana Bahbout
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