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L’Islam e i suoi Giusti

annasegreTrattare il tema dei Giusti dell’Islam – ha affermato Sherif El Sebaie nell’interessante introduzione alla serata torinese di martedì scorso (di cui già ha dato conto Alice Fubini) – spinge ebrei e musulmani a riflettere e mette in discussione il negazionismo e il relativismo ampiamente diffusi nel mondo islamico. In effetti la situazione da lui accennata suona quasi paradossale: i musulmani che nel corso della seconda guerra mondiale hanno contribuito a salvare ebrei sono un fenomeno poco conosciuto anche perché c’è una certa resistenza a parlarne all’interno dello stesso mondo islamico. Un paradosso che a mio parere si genera da un altro paradosso più generale: perché il negazionismo è più diffuso tra chi ha meno interesse a negare o minimizzare la Shoah? Perché affannarsi a cancellare le tracce di crimini commessi da altri? D’accordo, ci sono state simpatie per il nazismo, e anche complicità, ma la Shoah resta comunque un crimine europeo, commesso sul suolo europeo da cittadini europei nell’indifferenza o cecità di molti altri cittadini europei. Il solo fatto di non appartenere alla civiltà che ha potuto produrre questo crimine dovrebbe essere per chiunque un legittimo motivo di orgoglio. Tanto più dovrebbe essere motivo di orgoglio poter contare tra i propri correligionari persone che non hanno chiuso gli occhi di fronte a questo crimine ma, anzi, si sono prodigate per salvare vite umane.
Le ragioni di questo paradosso sono evidenti (si ritiene che la Shoah legittimi l’esistenza dello Stato di Israele) ma a mio parere assai poco consistenti: Israele è un dato di fatto da quasi settant’anni e non basterebbe certo la cancellazione della memoria della Shoah a farlo scomparire. In compenso in nome di queste ragioni poco consistenti molti musulmani non conoscono parti della propria storia di cui dovrebbero essere fieri, e anche nel mondo ebraico queste vicende sono poco note.
I conflitti di oggi avvelenano persino la ricerca storica e la memoria del passato. Forse la ricerca storica e la memoria potrebbero essere un antidoto contro gli odi di oggi.

Anna Segre, insegnante

(5 febbraio 2016)