Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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Rabbi
Pinchas di Koretz diceva: “Ciò a cui si corre dietro, non lo si
ottiene; ma ciò che si lascia venire ci vola incontro. Apri la pancia a
un grosso pesce e troverai dei pesci più piccoli con la testa
all’ingiù”.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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La
ribellione non nasce sempre dalla povertà. Talvolta nasce dal rifiuto.
Se vogliamo capire perché molti europei islamici di seconda e terza
generazione nonché convertiti entusiasti aderiscono a Isis, dobbiamo
sapere che non tutto nasce dalla povertà, dall’esclusione e dunque da
un’emancipazione mancata.
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Il dilemma Assad |
Dopo
gli attacchi terroristici di Parigi, la Francia si dimostra sempre più
determinata a sconfiggere e fermare l’avanzata dello Stato Islamico.
Una guerra che ridefinisce completamente lo scacchiere mediorientale
siglando nuove inaspettate alleanze. In questo quadro si colloca la
proposta del ministro degli Esteri francese Laurent Fabius che
suggerisce una nuova alleanza con le truppe del dittatore Bashar Assad
e i ribelli moderati dell’esercito siriano libero. Un cambiamento
radicale, se si pensa che tre anni fa lo stesso Fabius dichiarava:
“Assad non merita di stare su questa Terra”. A commentare questa
eventualità è l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, che
lo definisce “un errore colossale” che rafforzerebbe l’Isis: “In Siria
una collaborazione militare con Bashar Assad spingerebbe i ribelli
sunniti tra le braccia del Califfato” dice Fischer. “Fra l’altro –
prosegue – si produrrebbe un’ulteriore emorragia di profughi”. In
Francia continua ad essere alta la vigilanza: il ministro degli Interni
Cazeneuve ha annunciato che mille persone sono state respinte alle
frontiere. Salta fuori inoltre la testimonianza del proprietario di una
fabbrica di Saint-Ouen-l’Aumone che avrebbe venduto dei detonatori a
Salah Abdeslam, l’ottavo uomo, ancora ricercato, responsabile degli
attentati del 13 novembre. Sarebbero stati proprio quei detonatori,
utilizzati solitamente per i fuochi d’artificio, a fare esplodere le
cinture esplosive dei kamikaze. Un clima teso, quello che si respira in
Europa, che potrebbe avere rischi sulla ripresa dell’Italia: a
confermarlo, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (Corriere
della sera).
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qui roma - italia ebraica
4 giugno '44, la foto che fa Storia
La
foto è un po’ sciupata, i volti non completamente a fuoco. Ma il suo
valore simbolico è comunque inestimabile. L’immagine che pubblichiamo
in esclusiva ha infatti come protagonista Aron Colub, il giovane
soldato americano che il 4 giugno del 1944 ruppe i sigilli apposti dai
nazisti al Tempio Maggiore di Roma, restituendo agli ebrei della
Capitale il loro luogo di preghiera e di incontro dopo mesi di paura,
violenza, persecuzione. Un nome cui non era mai stato associato un
volto, come confermano dall’archivio comunitario. Un tassello di
memoria che è stato ricomposto grazie all’impegno di Alberto Di
Consiglio, autore di una ricerca che sta contribuendo al recupero di
molti frammenti del complesso mosaico di quegli anni. Il soldato Colub
osserva dall’alto e col sorriso un ragazzino, il piccolo Amedeo Di
Veroli. L’atmosfera è spensierata e così sorridono anche le due donne
che ha al suo fianco. Roma è libera, la vita può tornare alla
normalità.
Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked
Italia Ebraica dicembre 2015
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parigi, l'anno del coraggio - itai anghel
Nelle viscere del Califfato
A
pochi giorni dai drammatici fatti di Parigi il giornale dell’ebraismo
italiano Pagine Ebraiche pubblica sul numero di dicembre in
distribuzione un ampio dossier (curato da Ada Treves) e vari servizi.
Dal racconto del giornalista israeliano inviato nelle viscere di Daesh
alla testimonianza dei giovani medici italiani in servizio negli
ospedali della Capitale francese. E ancora le analisi di Ilan
Greilsammer, Philippe Ridet, Gérard Haddad, Alain Finkielkraut, Georges
Bensoussan. Da Charlie al Bataclan molte pagine per raccontare la
ferita d’Europa e la riscossa della libertà.
“Mai come oggi, in questi
giorni di minaccia e di paura, ma anche di risveglio degli ideali di
libertà e di orgoglio identitario, vogliamo ascoltare e pronunciare
chiare parole. Ecco la nostra istanza di ebrei italiani, di cittadini,
di giornalisti” scrive il direttore Guido Vitale nell’editoriale che
apre le pagine di “Parigi, l’anno del coraggio”.
“Forse è vero che l’Europa si sta svegliando. Ma la domanda è come e
per fare cosa”. Itai Anghel, giornalista di Arutz 2, il secondo canale
della televisione israeliana, parla con Pagine Ebraiche all’indomani
dei fatti di Parigi e di ritorno da una serie di conferenze negli Stati
Uniti. Un mese fa era a Kobane, città curda nel nord della Siria
divenuta uno dei simboli della lotta, ma anche della devastazione,
portata dall’Isis, per un documentario che andrà in onda nei prossimi
mesi.
Appassionato di Italia e di calcio (come raccontato sul giornale
dell’ebraismo italiano nel maggio 2015), Anghel fa il corrispondente di
guerra dal 1989. È stato nei Balcani, in Rwanda, in Pakistan, in
Afghanistan. Nel dicembre 2014 è partito di nuovo, destinazione Siria,
e poi Iraq: la linea del fronte dove al califfato si oppongono le
milizie curde.
Il risultato è un documento unico, 45 minuti in cui l’ebraico si
mischia all’arabo e all’inglese, tra testimonianze dei soldati che
combattono contro l’Isis e interviste ad alcuni boia delle bandiere
nere, catturati negli scontri, là dove si tocca con mano lo
sgretolamento dello scacchiere mediorientale. “Era uno dei confini più
protetti e sorvegliati del mondo. Oggi lo può attraversare chiunque
senza batter ciglio. Anche un israeliano di Tel Aviv. O un combattente
dell’Isis” racconta Anghel alla telecamera in poche stranianti sequenze
attraverso il fantasma di un posto di frontiera.
Pagine Ebraiche, dicembre 2015
(Nell'immagine, Itai Anghel, di spalle, intervista un miliziano dell'Isis)
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parigi, l'anno del coraggio - philippe ridet "Tanto lavoro per gli psicologi"
“Niente
sarà come prima. Ma questo fondamentalmente lo sapevamo almeno già da
gennaio, dopo gli attacchi a Charlie Hebdo e al supermercato casher.
Anche se c’è chi non ha voluto vedere e si è detto: non sono né
vignettista, né ebreo. Cosa può succedermi?”. Giornalista e
scrittore, autore di Rome, l’Italie et moi, Philippe Ridet racconta
ogni giorno l’Italia e le sue complessità ai lettori di Le Monde. È
un parigino (anche se d’adozione) “ferito”, ma non ha rinunciato alla
speranza che i suoi connazionali continuino a riempire i locali e ad
affollare le strade e i boulevard. “Lo spero, lo spero davvero di tutto
cuore. Anche se non sarà semplice, perché a mio avviso l’elaborazione
di quanto accaduto, per molti, non è nemmeno iniziata. Nella vita,
come sappiamo, ci sono infatti diversi modi di affrontare un lutto:
c’è chi piange, c’è chi resta apparentemente imperturbabile, c’è chi
crolla magari qualche settimana dopo. Uno standard che possiamo
applicare a questa nuova situazione, anche se adesso non parliamo più
di fatti individuali ma di traumi che riguardano una intera
collettività. La sensazione – osserva Ridet – è che gli psicologi
francesi avranno molto materiale su cui lavorare”.
Pagine Ebraiche, dicembre 2015
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parigi, l'anno del coraggio - due testimonianze "Vivi anche grazie allo Shabbat"
Sotto
i ferri di Gadiel sono passati due feriti, uno dei quali in condizioni
critiche. La struttura in cui lavora Jael si trova in un quartiere dove
la quasi totalità degli abitanti è di fede islamica e dove certi
argomenti possono diventare incendiari. Non sono testimoni diretti dei
drammatici fatti che hanno sconvolto Parigi, ma davanti ai loro occhi
continuano a scorrere incubi, speranze, incertezze della città ferita.
“Dopo i fatti di gennaio, e dopo l’ultima ondata di attacchi, la
domanda mi viene posta sempre più spesso: è questo il posto giusto
per te? È qui che vuoi costruirti un futuro? Al momento la risposta è
sì. Perché la Francia – dice Gadiel Liscia (il primo da sinistra
nella foto) – mi ha dato quello che da un punto di vista professionale
non avrei mai potuto ottenere in Italia”.
Ma se da una parte ha dato, dall’altra qualcosa ha tolto. Come la
possibilità di vivere alla luce del sole la propria identità ebraica.
“Sono arrivato a Parigi una prima volta nel 2011 e tra le mie abitudini
– racconta – c’era quella di girare con la stella di Davide al collo e
la kippah in testa. Da quando sono tornato lo scorso anno, in ragione
dei gravi episodi di antisemitismo che già si erano verificati nei
mesi precedenti, ho dovuto cautelarmi nei modi più opportuni: ho tolto
la catenina e per strada indosso sempre il cappello”.
Jael invece alla stella di Davide, pur piccola, ha deciso di non
rinunciare. “Ho studiato per cinque anni in Israele, imparando in
quella circostanza a convivere con una minaccia terroristica costante.
Mi sforzo pertanto di non fare nessun passo indietro, di non regalare
niente a chi vuole toglierci tutto. E questo – afferma – vale sia per
l’aspetto esteriore che per i comportamenti e i luoghi che abitualmente
frequento”.
“Prima di entrare in un supermercato – aggiunge Jael Liscia – mi guardo
attorno e rifletto su quello che sto per fare. Il pensiero va a quello
che è successo. Ed è un pensiero che inevitabilmente scuote e
angoscia. Ma alla fine ha il sopravvento la voglia di normalità”.
Pagine Ebraiche, dicembre 2015
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qui torino - comunità a confronto
- p "Opportunità e sfide comuni,
non smettiamo di parlarci"
In
svolgimento il convegno “Piccole Comunità crescono. Ieri, oggi, domani”
organizzato a Torino dall’associazione culturale Anavim. Introducendo i
temi della giornata, dedicata alle trasformazioni e al futuro delle
istituzioni comunitarie, la presidente di Anavim Marta Morello ha
ricordato come nei lunghi anni in cui ha diretto la scuola ebraica sia
stata di grande aiuto la possibilità di un confronto tra realtà
diverse. “Una delle cose che più mi hanno fatto sentire forte era
proprio la possibilità di scambiare pareri e di ragionare insieme a
colleghi di altre scuole, e scoprire che molti dei problemi che mi
trovavo ad affrontare erano comuni. Sono state occasioni per me molto
stimolanti, che mi hanno aiutato più volte a individuare un approccio
diverso, che magari non avrei utilizzato o avrei affrontato con minore
tranquillità se non avessi sentito di poter contare sull’appoggio e sui
consigli di chi si era magari già trovato in situazioni simili. Anche
per questo motivo – le sue parole – credo che occasioni come quella di
oggi possano essere uno stimolo e un valore per le comunità”. Prima
dell’apertura dei lavori della prima sessione, intitolata “Da ieri ad
oggi… Uno sguardo d’insieme: dalle Comunità del passato all’attuale
situazione dell’ebraismo italiano”, con gli interventi dello storico
Gadi Luzzatto Voghera, del giurista e vicepresidente dell’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane Giulio Disegni, dell’assessore UCEI al
bilancio e all’Otto per Mille Noemi Di Segni e del sociologo Enzo
Campelli, moderati da Giuseppe Di Chio, è stato il presidente della
comunità di Torino Dario Disegni a salutare i presenti e ringraziare
l’associazione che ha promosso l’iniziativa.
(Nell'immagine, da sinistra, Marta Morello, Dario Disegni, Giuseppe Di Chio, Giulio Disegni e Gadi Luzzatto Voghera)
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qui torino
Memoria, i giovani ricordano
Nuova
occasione di approfondimento nell’ambito della mostra itinerante “I
giovani ricordano la Shoah” realizzata dal ministero dell’Istruzione,
dell’Università e della Ricerca in collaborazione con l’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane. L’appuntamento è per lunedì mattina alle 11
presso l’Archivio di Stato di Torino, a pochi giorni dalla chiusura
dell’esposizione che, per due settimane, è stata visitata da numerose
scolaresche. L’iniziativa, ospitata presso le sale degli Archivi
Juvarrani (ingresso P.za Castello), vedrà gli interventi di Maria
Gattullo, direttore delegato dell’Archivio di Stato torinese; Franco
Calcagno, dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte;
Giulio Disegni, vicepresidente UCEI; Dario Disegni, presidente della
Comunità Ebraica cittadina. Seguirà alle ore 11.30 un intervento di
Michele Sarfatti, storico e direttore del Centro di Documentazione
Ebraica Contemporanea di Milano, sul tema “Le leggi antiebraiche”.
(Nell'immagine, la tappa torinese della mostra itinerante "I giovani ricordano la Shoah")
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spotlight - premio interfedi
La lunga strada per l'integrazione
“Sono
davvero contento e onorato da questo premio, dedicato proprio a quei
temi con cui ci siamo confrontati durante tutta la durata delle
riprese. Non è stato facile, ma era davvero importante per tutti noi
che il messaggio potesse essere compreso, e che la storia che abbiamo
portato sugli schermi riuscisse a toccare il pubblico”.
È
con queste parole che alla Casa Valdese di Torino, l’attore francese
Karim Leklou ha ricevuto, in rappresentanza del regista Raphael
Jacoulot, il “Premio per il rispetto delle minoranze e per la laicità”
2015 per Coup de chaud. Dopo le parole introduttive del presidente della Comunità ebraica Dario Disegni e di Patrizia Mathieu, Presidente
del Concistoro della Chiesa Valdese di Torino, è stata consegnata la
targa a Karim Leklou, che ha avuto ieri sera il premio come miglior
attore dalla giuria composta da Valerio Mastrandrea, Marco Cazzato,
Josephine Decker, Jan-Ole Gerster, Corin Hardy, mentre il film ha
ricevuto il premio del pubblico. Il film vincitore, che da tre anni
viene scelto da una apposita giuria fra i tantissimi proiettati durante
il Torino Film Festival, deve saper essere uno strumento di
comunicazione e trasmissione di valori. Istituito per iniziativa della
Chiesa Valdese e della Comunità Ebraica di Torino con il patrocinio del
Comitato Interfedi della città, che riunisce i rappresentanti delle
tante comunità presenti sul territorio, il premio vuole richiamare
l’attenzione su pellicole che promuovono il rispetto delle minoranze,
il riconoscimento dei loro diritti, l’integrazione e il superamento
delle discriminazioni e che al contempo sappiano affermare il valore di
laicità, cultura della tolleranza, rispetto dell’autonomia, della
libertà e della responsabilità individuali.
(Nell'immagine
in alto Karim Leklou viene premiato dalla giuria composta da Ada
Treves, Marco Fraschia e Beppe Valperga, in basso Leklou con Dario
Disegni e Patrizia Mathieu)
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qui venezia Ritrovare se stessi. 70 anni dopo
È
in svolgimento a Venezia, presso la Sala Montefiore, la 39esima
edizione della “Giornata di studio” organizzata dalla Comunità ebraica
lagunare con l’obiettivo di riflettere su ebraismo e temi identitari.
Il tema di quest’anno, “Ritrovare se stessi / A 70 anni dalla
Liberazione”, propone una lettura analitica del periodo del dopoguerra
attraverso gli interventi di studiosi e professionisti attivi in
diversi ambiti. Tra i protagonisti chiamati ad offrire un contributo
Giovanni Levi, Alberto Cavaglion, Domenico Scarpa, Edoardo Gesuà sive
Salvadori, Laura Luzzatto Voghera, Massimo Persic e il rav Roberto
della Rocca. Moderatori della Giornata, Enrico Levis e Shaul Bassi.
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la rassegna settimanale di melamed A scuola, tra studio e accoglienza
Melamed
è una sezione specifica della rassegna stampa del portale dell’ebraismo
italiano che da più di tre anni è dedicata a questioni relative a
educazione e insegnamento. Ogni settimana una selezione della rassegna
viene inviata a docenti, ai leader ebraici e a molti altri che hanno
responsabilità sul fronte dell’educazione e della scuola. Da alcune
settimane la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane aggiunge al lavoro di riordino e selezione
settimanale un commento, per fare il punto delle questioni più trattate
sui giornali italiani ed esteri. Per visualizzare la newsletter
settimanale di melamed cliccare qui.
Integrazione, studio, citadinanza
“Nelle scuole italiane, un bambino su dieci – per la precisione il 9,2%
– è straniero. Una situazione sempre più stabile: nell’anno scolastico
2014-2015 il loro numero è cresciuto in maniera ridottissima, essendo
solo tremila i nuovi iscritti non italiani. In totale, gli alunni
stranieri sono 805.800: i dati sono contenuti nel consueto rapporto del
Miur, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Addirittura, nella scuola dell’infanzia e nelle medie inferiori il
numero dei bambini che arrivano da altri Paesi è diminuito mentre è in
crescita nella scuola primaria e alle superiori. Invariata anche la
presenza in base alla nazionalità d’origine: in testa, con il numero
più alto di iscritti nelle scuole italiane, c’è la Romania, seguita da
Albania, Marocco, e Cina. Dietro il banco siedono anche tanti bambini
che arrivano da Filippine, Moldavia, India, Ucraina, Perù e Tunisia.
Come sempre, la regione che accoglie più alunni con cittadinanza non
italiana è la Lombardia.” È Popotus, l’inserto per bambini
dell’Avvenire, a fare chiarezza (il 26 novembre) sulla presenza di
bambini stranieri nelle scuole italiane.
Ada Treves twitter @atrevesmoked
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Barbarie e modernità |
Daesh,
in quanto organizzazione militare e movimento terroristico, è il
prodotto della confluenza di molteplici elementi. Barbarico nelle
condotte, è invece moderno nella conduzione della guerra di guerriglia
e nella sua mediatizzazione, la procedura con la quale comunica,
inflazionandone e colonizzando il nostro immaginario, la sua presunta
identità. La concezione che presiede al suo agire è quella della guerra
civile permanente, una ‘creazione’ occidentale, se vogliamo ragionare
in termini di bipolarismo geopolitico. La prima metà del Novecento
(quanto meno dal 1914 al 1945), infatti, è attraversata in tutto il
corpo del Continente a sviluppo avanzato, dal susseguirsi di una
pluralità di conflitti armati dove la persistenza e la perduranza delle
violenze, sia pure manifestate in forme e tempi diversi tra i due
antipodi costituiti dalle guerre mondiali, è il nocciolo del
dispiegarsi di quel composito fenomeno politico che chiamiamo
‘totalitarismo’.
Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Inadeguati |
Una
coppia di mezz’età procede come può, sudando per la vergogna, tenendo
per mano due infernali ragazzini, di cui intanto uno tocca il sedere di
una signora e l’altro sghignazza alla vista di una ragazza paraplegica.
Alessandro Treves, neuroscienziato
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