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29 novembre 2015 - 17 Kislev 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
Rabbi Pinchas di Koretz diceva: “Ciò a cui si corre dietro, non lo si ottiene; ma ciò che si lascia venire ci vola incontro. Apri la pancia a un grosso pesce e troverai dei pesci più piccoli con la testa all’ingiù”.
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
La ribellione non nasce sempre dalla povertà. Talvolta nasce dal rifiuto. Se vogliamo capire perché molti europei islamici di seconda e terza generazione nonché convertiti entusiasti aderiscono a Isis, dobbiamo sapere che non tutto nasce dalla povertà, dall’esclusione e dunque da un’emancipazione mancata.
 
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Il dilemma Assad
Dopo gli attacchi terroristici di Parigi, la Francia si dimostra sempre più determinata a sconfiggere e fermare l’avanzata dello Stato Islamico. Una guerra che ridefinisce completamente lo scacchiere mediorientale siglando nuove inaspettate alleanze. In questo quadro si colloca la proposta del ministro degli Esteri francese Laurent Fabius che suggerisce una nuova alleanza con le truppe del dittatore Bashar Assad e i ribelli moderati dell’esercito siriano libero. Un cambiamento radicale, se si pensa che tre anni fa lo stesso Fabius dichiarava: “Assad non merita di stare su questa Terra”. A commentare questa eventualità è l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, che lo definisce “un errore colossale” che rafforzerebbe l’Isis: “In Siria una collaborazione militare con Bashar Assad spingerebbe i ribelli sunniti tra le braccia del Califfato” dice Fischer. “Fra l’altro – prosegue – si produrrebbe un’ulteriore emorragia di profughi”. In Francia continua ad essere alta la vigilanza: il ministro degli Interni Cazeneuve ha annunciato che mille persone sono state respinte alle frontiere. Salta fuori inoltre la testimonianza del proprietario di una fabbrica di Saint-Ouen-l’Aumone che avrebbe venduto dei detonatori a Salah Abdeslam, l’ottavo uomo, ancora ricercato, responsabile degli attentati del 13 novembre. Sarebbero stati proprio quei detonatori, utilizzati solitamente per i fuochi d’artificio, a fare esplodere le cinture esplosive dei kamikaze. Un clima teso, quello che si respira in Europa, che potrebbe avere rischi sulla ripresa dell’Italia: a confermarlo, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (Corriere della sera).
 
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  davar
qui roma - italia ebraica
4 giugno '44, la foto che fa Storia
La foto è un po’ sciupata, i volti non completamente a fuoco. Ma il suo valore simbolico è comunque inestimabile. L’immagine che pubblichiamo in esclusiva ha infatti come protagonista Aron Colub, il giovane soldato americano che il 4 giugno del 1944 ruppe i sigilli apposti dai nazisti al Tempio Maggiore di Roma, restituendo agli ebrei della Capitale il loro luogo di preghiera e di incontro dopo mesi di paura, violenza, persecuzione. Un nome cui non era mai stato associato un volto, come confermano dall’archivio comunitario. Un tassello di memoria che è stato ricomposto grazie all’impegno di Alberto Di Consiglio, autore di una ricerca che sta contribuendo al recupero di molti frammenti del complesso mosaico di quegli anni. Il soldato Colub osserva dall’alto e col sorriso un ragazzino, il piccolo Amedeo Di Veroli. L’atmosfera è spensierata e così sorridono anche le due donne che ha al suo fianco. Roma è libera, la vita può tornare alla normalità.


Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked

Italia Ebraica dicembre 2015

parigi, l'anno del coraggio - itai anghel
Nelle viscere del Califfato
A pochi giorni dai drammatici fatti di Parigi il giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche pubblica sul numero di dicembre in distribuzione un ampio dossier (curato da Ada Treves) e vari servizi. Dal racconto del giornalista israeliano inviato nelle viscere di Daesh alla testimonianza dei giovani medici italiani in servizio negli ospedali della Capitale francese. E ancora le analisi di Ilan Greilsammer, Philippe Ridet, Gérard Haddad, Alain Finkielkraut, Georges Bensoussan. Da Charlie al Bataclan molte pagine per raccontare la ferita d’Europa e la riscossa della libertà.
“Mai come oggi, in questi giorni di minaccia e di paura, ma anche di risveglio degli ideali di libertà e di orgoglio identitario, vogliamo ascoltare e pronunciare chiare parole. Ecco la nostra istanza di ebrei italiani, di cittadini, di giornalisti” scrive il direttore Guido Vitale nell’editoriale che apre le pagine di “Parigi, l’anno del coraggio”.

“Forse è vero che l’Europa si sta svegliando. Ma la domanda è come e per fare cosa”. Itai Anghel, giornalista di Arutz 2, il secondo canale della televisione israeliana, parla con Pagine Ebraiche all’indomani dei fatti di Parigi e di ritorno da una serie di conferenze negli Stati Uniti. Un mese fa era a Kobane, città curda nel nord della Siria divenuta uno dei simboli della lotta, ma anche della devastazione, portata dall’Isis, per un documentario che andrà in onda nei prossimi mesi.
Appassionato di Italia e di calcio (come raccontato sul giornale dell’ebraismo italiano nel maggio 2015), Anghel fa il corrispondente di guerra dal 1989. È stato nei Balcani, in Rwanda, in Pakistan, in Afghanistan. Nel dicembre 2014 è partito di nuovo, destinazione Siria, e poi Iraq: la linea del fronte dove al califfato si oppongono le milizie curde.
Il risultato è un documento unico, 45 minuti in cui l’ebraico si mischia all’arabo e all’inglese, tra testimonianze dei soldati che combattono contro l’Isis e interviste ad alcuni boia delle bandiere nere, catturati negli scontri, là dove si tocca con mano lo sgretolamento dello scacchiere mediorientale. “Era uno dei confini più protetti e sorvegliati del mondo. Oggi lo può attraversare chiunque senza batter ciglio. Anche un israeliano di Tel Aviv. O un combattente dell’Isis” racconta Anghel alla telecamera in poche stranianti sequenze attraverso il fantasma di un posto di frontiera.


Pagine Ebraiche, dicembre 2015

(Nell'immagine, Itai Anghel, di spalle, intervista un miliziano dell'Isis)
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parigi, l'anno del coraggio - philippe ridet
"Tanto lavoro per gli psicologi"
“Niente sarà come prima. Ma questo fondamentalmente lo sapevamo almeno già da gennaio, dopo gli attacchi a Charlie Hebdo e al supermercato casher. Anche se c’è chi non ha voluto vedere e si è detto: non sono né vignettista, né ebreo. Cosa può succedermi?”. Giornalista e scrittore, autore di Rome, l’Italie et moi, Philippe Ridet racconta ogni giorno l’Italia e le sue complessità ai lettori di Le Monde. È un parigino (anche se d’adozione) “ferito”, ma non ha rinunciato alla speranza che i suoi connazionali continuino a riempire i locali e ad affollare le strade e i boulevard. “Lo spero, lo spero davvero di tutto cuore. Anche se non sarà semplice, perché a mio avviso l’elaborazione di quanto accaduto, per molti, non è nemmeno iniziata. Nella vita, come sappiamo, ci sono infatti diversi modi di affrontare un lutto: c’è chi piange, c’è chi resta apparentemente imperturbabile, c’è chi crolla magari qualche settimana dopo. Uno standard che possiamo applicare a questa nuova situazione, anche se adesso non parliamo più di fatti individuali ma di traumi che riguardano una intera collettività. La sensazione – osserva Ridet – è che gli psicologi francesi avranno molto materiale su cui lavorare”.


Pagine Ebraiche, dicembre 2015
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parigi, l'anno del coraggio - due testimonianze
"Vivi anche grazie allo Shabbat"
Sotto i ferri di Gadiel sono passati due feriti, uno dei quali in condizioni critiche. La struttura in cui lavora Jael si trova in un quartiere dove la quasi totalità degli abitanti è di fede islamica e dove certi argomenti possono diventare incendiari. Non sono testimoni diretti dei drammatici fatti che hanno sconvolto Parigi, ma davanti ai loro occhi continuano a scorrere incubi, speranze, incertezze della città ferita. “Dopo i fatti di gennaio, e dopo l’ultima ondata di attacchi, la domanda mi viene posta sempre più spesso: è questo il posto giusto per te? È qui che vuoi costruirti un futuro? Al momento la risposta è sì. Perché la Francia – dice Gadiel Liscia (il primo da sinistra nella foto) – mi ha dato quello che da un punto di vista professionale non avrei mai potuto ottenere in Italia”.
Ma se da una parte ha dato, dall’altra qualcosa ha tolto. Come la possibilità di vivere alla luce del sole la propria identità ebraica. “Sono arrivato a Parigi una prima volta nel 2011 e tra le mie abitudini – racconta – c’era quella di girare con la stella di Davide al collo e la kippah in testa. Da quando sono tornato lo scorso anno, in ragione dei gravi episodi di antisemitismo che già si erano verificati nei mesi precedenti, ho dovuto cautelarmi nei modi più opportuni: ho tolto la catenina e per strada indosso sempre il cappello”.
Jael invece alla stella di Davide, pur piccola, ha deciso di non rinunciare. “Ho studiato per cinque anni in Israele, imparando in quella circostanza a convivere con una minaccia terroristica costante. Mi sforzo pertanto di non fare nessun passo indietro, di non regalare niente a chi vuole toglierci tutto. E questo – afferma – vale sia per l’aspetto esteriore che per i comportamenti e i luoghi che abitualmente frequento”.
“Prima di entrare in un supermercato – aggiunge Jael Liscia – mi guardo attorno e rifletto su quello che sto per fare. Il pensiero va a quello che è successo. Ed è un pensiero che inevitabilmente scuote e angoscia. Ma alla fine ha il sopravvento la voglia di normalità”.


Pagine Ebraiche, dicembre 2015
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qui torino - comunità a confronto - p
"Opportunità e sfide comuni,

non smettiamo di parlarci"
In svolgimento il convegno “Piccole Comunità crescono. Ieri, oggi, domani” organizzato a Torino dall’associazione culturale Anavim. Introducendo i temi della giornata, dedicata alle trasformazioni e al futuro delle istituzioni comunitarie, la presidente di Anavim Marta Morello ha ricordato come nei lunghi anni in cui ha diretto la scuola ebraica sia stata di grande aiuto la possibilità di un confronto tra realtà diverse. “Una delle cose che più mi hanno fatto sentire forte era proprio la possibilità di scambiare pareri e di ragionare insieme a colleghi di altre scuole, e scoprire che molti dei problemi che mi trovavo ad affrontare erano comuni. Sono state occasioni per me molto stimolanti, che mi hanno aiutato più volte a individuare un approccio diverso, che magari non avrei utilizzato o avrei affrontato con minore tranquillità se non avessi sentito di poter contare sull’appoggio e sui consigli di chi si era magari già trovato in situazioni simili. Anche per questo motivo – le sue parole – credo che occasioni come quella di oggi possano essere uno stimolo e un valore per le comunità”. Prima dell’apertura dei lavori della prima sessione, intitolata “Da ieri ad oggi… Uno sguardo d’insieme: dalle Comunità del passato all’attuale situazione dell’ebraismo italiano”, con gli interventi dello storico Gadi Luzzatto Voghera, del giurista e vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Giulio Disegni, dell’assessore UCEI al bilancio e all’Otto per Mille Noemi Di Segni e del sociologo Enzo Campelli, moderati da Giuseppe Di Chio, è stato il presidente della comunità di Torino Dario Disegni a salutare i presenti e ringraziare l’associazione che ha promosso l’iniziativa.


(Nell'immagine, da sinistra, Marta Morello, Dario Disegni, Giuseppe Di Chio, Giulio Disegni e Gadi Luzzatto Voghera)
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qui torino
Memoria, i giovani ricordano
Nuova occasione di approfondimento nell’ambito della mostra itinerante “I giovani ricordano la Shoah” realizzata dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in collaborazione con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. L’appuntamento è per lunedì mattina alle 11 presso l’Archivio di Stato di Torino, a pochi giorni dalla chiusura dell’esposizione che, per due settimane, è stata visitata da numerose scolaresche. L’iniziativa, ospitata presso le sale degli Archivi Juvarrani (ingresso P.za Castello), vedrà gli interventi di Maria Gattullo, direttore delegato dell’Archivio di Stato torinese; Franco Calcagno, dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte; Giulio Disegni, vicepresidente UCEI; Dario Disegni, presidente della Comunità Ebraica cittadina. Seguirà alle ore 11.30 un intervento di Michele Sarfatti, storico e direttore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, sul tema “Le leggi antiebraiche”.


(Nell'immagine, la tappa torinese della mostra itinerante "I giovani ricordano la Shoah")
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spotlight - premio interfedi
La lunga strada per l'integrazione
“Sono davvero contento e onorato da questo premio, dedicato proprio a quei temi con cui ci siamo confrontati durante tutta la durata delle riprese. Non è stato facile, ma era davvero importante per tutti noi che il messaggio potesse essere compreso, e che la storia che abbiamo portato sugli schermi riuscisse a toccare il pubblico”.
È con queste parole che alla Casa Valdese di Torino, l’attore francese Karim Leklou ha ricevuto, in rappresentanza del regista Raphael Jacoulot, il “Premio per il rispetto delle minoranze e per la laicità” 2015 per Coup de chaud. Dopo le parole introduttive del presidente della Comunità ebraica Dario Disegni e di Patrizia Mathieu, Presidente del Concistoro della Chiesa Valdese di Torino, è stata consegnata la targa a Karim Leklou, che ha avuto ieri sera il premio come miglior attore dalla giuria composta da Valerio Mastrandrea, Marco Cazzato, Josephine Decker, Jan-Ole Gerster, Corin Hardy, mentre il film ha ricevuto il premio del pubblico. Il film vincitore, che da tre anni viene scelto da una apposita giuria fra i tantissimi proiettati durante il Torino Film Festival, deve saper essere uno strumento di comunicazione e trasmissione di valori. Istituito per iniziativa della Chiesa Valdese e della Comunità Ebraica di Torino con il patrocinio del Comitato Interfedi della città, che riunisce i rappresentanti delle tante comunità presenti sul territorio, il premio vuole richiamare l’attenzione su pellicole che promuovono il rispetto delle minoranze, il riconoscimento dei loro diritti, l’integrazione e il superamento delle discriminazioni e che al contempo sappiano affermare il valore di laicità, cultura della tolleranza, rispetto dell’autonomia, della libertà e della responsabilità individuali.

(Nell'immagine in alto Karim Leklou viene premiato dalla giuria composta da Ada Treves, Marco Fraschia e Beppe Valperga, in basso Leklou con Dario Disegni e Patrizia Mathieu)
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qui venezia
Ritrovare se stessi. 70 anni dopo
È in svolgimento a Venezia, presso la Sala Montefiore, la 39esima edizione della “Giornata di studio” organizzata dalla Comunità ebraica lagunare con l’obiettivo di riflettere su ebraismo e temi identitari. Il tema di quest’anno, “Ritrovare se stessi / A 70 anni dalla Liberazione”, propone una lettura analitica del periodo del dopoguerra attraverso gli interventi di studiosi e professionisti attivi in diversi ambiti. Tra i protagonisti chiamati ad offrire un contributo Giovanni Levi, Alberto Cavaglion, Domenico Scarpa, Edoardo Gesuà sive Salvadori, Laura Luzzatto Voghera, Massimo Persic e il rav Roberto della Rocca. Moderatori della Giornata, Enrico Levis e Shaul Bassi.
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la rassegna settimanale di melamed
A scuola, tra studio e accoglienza
Melamed è una sezione specifica della rassegna stampa del portale dell’ebraismo italiano che da più di tre anni è dedicata a questioni relative a educazione e insegnamento. Ogni settimana una selezione della rassegna viene inviata a docenti, ai leader ebraici e a molti altri che hanno responsabilità sul fronte dell’educazione e della scuola. Da alcune settimane la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane aggiunge al lavoro di riordino e selezione settimanale un commento, per fare il punto delle questioni più trattate sui giornali italiani ed esteri. Per visualizzare la newsletter settimanale di melamed cliccare qui.

Integrazione, studio, citadinanza

“Nelle scuole italiane, un bambino su dieci – per la precisione il 9,2% – è straniero. Una situazione sempre più stabile: nell’anno scolastico 2014-2015 il loro numero è cresciuto in maniera ridottissima, essendo solo tremila i nuovi iscritti non italiani. In totale, gli alunni stranieri sono 805.800: i dati sono contenuti nel consueto rapporto del Miur, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Addirittura, nella scuola dell’infanzia e nelle medie inferiori il numero dei bambini che arrivano da altri Paesi è diminuito mentre è in crescita nella scuola primaria e alle superiori. Invariata anche la presenza in base alla nazionalità d’origine: in testa, con il numero più alto di iscritti nelle scuole italiane, c’è la Romania, seguita da Albania, Marocco, e Cina. Dietro il banco siedono anche tanti bambini che arrivano da Filippine, Moldavia, India, Ucraina, Perù e Tunisia. Come sempre, la regione che accoglie più alunni con cittadinanza non italiana è la Lombardia.” È Popotus, l’inserto per bambini dell’Avvenire, a fare chiarezza (il 26 novembre) sulla presenza di bambini stranieri nelle scuole italiane.


Ada Treves twitter @atrevesmoked
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sorgente di vita
L'Europa e Israele dopo Parigi
Maurizio Molinari, che sarà direttore de La Stampa dal prossimo gennaio, di passaggio a Roma alla vigilia della nomina, ci ha concesso un’intervista per una analisi dopo i fatti di Parigi. Tra i temi toccati, gli attentati in Europa, in Africa, in Medio-Oriente e in parallelo l’Intifada dei coltelli in Israele; analogie e differenze nelle strategie del terrore, la penetrazione dell’ideologia jihadista a Gaza, Cisgiordania e tra gli arabi israeliani, i legami tra Isis e Al Qaeda per portare la ‘guerra santa’ in territorio nemico e il concetto di resilienza nella società occidentale. L’intervista apre la puntata di Sorgente di Vita di domenica 29 novembre.


p.d.s.
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pilpul
Barbarie e modernità
Daesh, in quanto organizzazione militare e movimento terroristico, è il prodotto della confluenza di molteplici elementi. Barbarico nelle condotte, è invece moderno nella conduzione della guerra di guerriglia e nella sua mediatizzazione, la procedura con la quale comunica, inflazionandone e colonizzando il nostro immaginario, la sua presunta identità. La concezione che presiede al suo agire è quella della guerra civile permanente, una ‘creazione’ occidentale, se vogliamo ragionare in termini di bipolarismo geopolitico. La prima metà del Novecento (quanto meno dal 1914 al 1945), infatti, è attraversata in tutto il corpo del Continente a sviluppo avanzato, dal susseguirsi di una pluralità di conflitti armati dove la persistenza e la perduranza delle violenze, sia pure manifestate in forme e tempi diversi tra i due antipodi costituiti dalle guerre mondiali, è il nocciolo del dispiegarsi di quel composito fenomeno politico che chiamiamo ‘totalitarismo’.

Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Inadeguati
Una coppia di mezz’età procede come può, sudando per la vergogna, tenendo per mano due infernali ragazzini, di cui intanto uno tocca il sedere di una signora e l’altro sghignazza alla vista di una ragazza paraplegica.

Alessandro Treves, neuroscienziato
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