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16 Dicembre 2016 - 16 Kislev 5777
PAGINE EBRAICHE 24
ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
Quando Yaakov ed Esaù, i due fratelli gemelli, si incontrano dopo gli anni di distanza e dopo l’odio dichiarato del secondo verso il primo, Esaù bacia Yaakov. Nella scrittura del Sefer Torà questo atto è caratterizzato da una punteggiatura superiore sulla parola, come a dire che su questo bacio bisogna riflettere. I maestri si dividono tra coloro che giudicano Esaù ancora una volta non sincero e che il suo bacio era stato programmato come morso che solo un miracolo ha trasformato in bacio e coloro, tra i quali rabbi Shimon Bar Yochai, che affermano che in quel momento, nonostante l’odio naturale di Esaù per Yaakov, il bacio fu sincero. Perché mai tutto questo rumore intorno ad un bacio?
 
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
Nel mondo che ci troviamo ad abitare il concetto di diaspora va assumendo un ruolo sempre più centrale. Su questo argomento il mondo ebraico avrebbe molto da dire, e la sua storia di movimenti e transumanze, con relativi incontri e/o scontri di civiltà è di certo da studiare e meditare per gestire le attuali emergenze migratorie. Il prossimo anno – 2017 – segna il cinquantesimo anniversario dell’ultima grande diaspora che ha segnato l’ebraismo del ventesimo secolo; l’esodo forzato degli ebrei di Libia, ultimi di una catena di fughe ed espulsioni che negli anni precedenti aveva costretto quasi un milione di ebrei residenti da millenni nei paesi arabi a fuggire dalle loro case. Sono solo pochi anni, eppure già siamo in grado di ragionare sulle dinamiche di quella migrazione, sui respingimenti e sulle accoglienze, sui faticosi percorsi di integrazione, sulla perdita e sul mantenimento di tradizioni secolari (rituali, alimentari, linguistiche). Più rifletto sulla vicinanza di quegli eventi, e più mi sembrano fuori luogo le dinamiche identitarie attuali. Da più parti ci si vuole convincere che siamo parti di nazioni coese legate a uno specifico territorio, irrinunciabile e atavico. E su questo paradigma si costruiscono teorie politiche e si prospettano conflitti. Tutto questo è sbagliato, e lo sappiamo bene. Quel che siamo, in fondo, ce lo portiamo dentro, ovunque noi si vada. Il nazionalismo – che ha fatto infiniti danni a partire dall’Ottocento e che ora torna a minacciare l’Europa e le sue regioni – lasciamolo da parte, ché in fondo non si tratta di un valore ma sembra ogni giorno di più una minaccia da cui guardarsi.
 
Aleppo, l'Europa è divisa
Europa spaccata sulla Siria e sul dramma di Aleppo. Scrive La Stampa: “Da Bruxelles si è intensificato il pressing per richiedere i corridoi umanitari: i Ventotto hanno fatto loro la dichiarazione franco-tedesca dei giorni scorsi. Ma senza ventilare ‘misure restrittive’ nei confronti degli alleati di Assad, dunque la Russia”.
Il primo ministro italiano Gentiloni ha confermato ‘che sono girate’ ipotesi di sanzioni, ma alla fine non se n’è fatto nulla. “L’Italia resta contraria e anche gli Stati solitamente più ‘duri’, come i Baltici, la Polonia, la Gran Bretagna e la Svezia, questa volta non hanno insistito più di tanto”.
Hollande ha invece dichiarato che il Consiglio europeo “ha chiaramente identificato la responsabilità di Russia e Iran”.
Sulla linea dura anche Theresa May, secondo cui “il presidente siriano Bashar al Assad, l’Iran e la Russia condividono la responsabilità di quelle che sta succedendo ad Aleppo”.
 
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  davar

LA NOMINA DEL NUOVO AMBASCIATORE
Israele, Trump sceglie Friedman:

"Lavorerò da Gerusalemme"
"Un amico di lunga data e un fidato consigliere. Le sue forti relazioni in Israele costituiranno le fondamenta della sua missione diplomatica e saranno uno straordinario punto di riferimento per il nostro Paese". Così Donald Trump definisce David Friedman, avvocato esperto in cause finanziarie, 57 anni, appena designato nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Israele.
Friedman, che è ebreo ortodosso e ha alle spalle un lungo impegno nelle istituzioni comunitarie, ha promesso dal canto suo di lavorare "senza tregua" per rafforzare i legami tra i due paesi e promuovere la pace nella regione mediorientale.
Il neo ambasciatore ha inoltre affermato di non veder l'ora di lavorare "nell'ambasciata americana nella capitale eterna di Israele, Gerusalemme". Una chiara conferma quindi rispetto a quanto annunciato di recente da Trump, che aveva espresso senza mezzi termini l'intenzione di spostare la propria rappresentanza diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme.
Una promessa fatta in particolare la scorsa estate al Congresso dell’Aipac – la più grande organizzazione americana a sostegno d’Israele. “Siamo fiduciosi che Trump continuerà a rinforzare la nostra città, riaffermando la sua sovranità e spostando qui l’ambasciata Usa”, il messaggio inviato al nuovo inquilino della Casa Bianca dal sindaco della Capitale israeliana Nir Barkat poche ore dopo la sua elezione.
La notizia della nomina di Friedman è ampiamente trattata sulla stampa israeliana. Per il Jerusalem Post, il premier Benjamin Netanyahu ha "un ottimo motivo per festeggiare". E questo, analizza il quotidiano, in ragione del profilo di un diplomatico "che mette in discussione la soluzione dei due Stati, è favorevole alla costruzione di insediamenti, vuol spostare l'ambasciata a Gerusalemme".
Il Times of Israel, tra gli altri, ricorda come il ruolo strategico tenuto da Friedman durante la campagna elettorale gli abbia dato grande visibilità e sottolinea l'opposizione alla nomina di gruppi ebraici apertamente anti-Trump come J Street, intervenuto con un duro comunicato di protesta.
Netta la posizione anti-Friedman di Haaretz, che lo definisce "radical-right ambassador". 

"Quella di spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme è una decisione coraggiosa, che non guarda ai diktat di Unesco e Onu e per la quale non possiamo che esprimere piena soddisfazione. Vedremo se questa decisione influenzerà quella di altri paesi" dichiara la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Noemi Di Segni.

qui roma - fondazione museo della shoah
Il comandante dell'Arma in visita

'Difendiamo insieme la Memoria'
"Ad accomunarci sono tanti ideali, tante passioni. La sfida di lavorare assieme per un futuro di pace tra i popoli”.
Lo ha affermato il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Tullio Del Sette, visitando questa mattina la sede della Fondazione Museo della Shoah di Roma presso la Casina dei Vallati, nel quartiere ebraico della Capitale.
Una lunga visita per approfondire il lavoro della Fondazione, i suoi obiettivi, la mostra dedicata al 16 ottobre che molte scolaresche hanno già visitato in questi mesi di esposizione. “È un onore averla con noi, in questo luogo così importante per tutta la città di Roma. Il lavoro è tanto, gli obiettivi che ci poniamo sono alti. Fondamentale per una realtà come la nostra è il lavoro dei volontari, senza i quali non sarebbe davvero possibile andare avanti” ha sottolineato il presidente Mario Venezia nel rappresentare le diverse attività messe in campo dalla Fondazione.
Sotto la guida di Marcello Pezzetti, direttore scientifico della Fondazione, il comandante Del Sette quindi ha visitato i vari ambienti espositivi e, uscendo dalla Casina, ha infine assicurato un legame sempre più stretto con l’Arma per quanto concerne progetti educativi e formativi sulla Memoria.
Hanno preso parte alla visita anche la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e la Presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello.
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lo studio DI ALBERTO CAVAGLION 
Ebrei in Piemonte, un libro

per costruire nuovi orizzonti
Sala gremita a Palazzo Lascaris, a Torino, per la presentazione del volume “Gli ebrei in Piemonte. Lezioni di Alberto Cavaglion” (Editrice Impressioni Grafiche, 2016), testo che si presenta come una rielaborazione di più di venti incontri tra lezioni, conferenze, tavole rotonde promosse
dall’Amicizia Ebraico-Cristiana di Torino, ente che ne ha curato la pubblicazione, con il sostegno della Comunità ebraica di Torino e del Consiglio Regionale, rappresentato dal vicepresidente Nino Boeti. Filo rosso di questi incontri, oggi messi nero su bianco, è il tema della presenza ebraica in Piemonte e la direzione seguita per lo studio di tale fenomeno è quella dello storico Arnaldo Momigliano: esiste una via piemontese alla storia delle idee.
libro“Estremamente agile e perfettamente adeguato per intenti divulgativi e didattici, il volume presenta un quadro molto accurato e al tempo stesso di piacevolissima lettura della vicenda storica degli Ebrei in Piemonte dal XV secolo ai giorni nostri” commenta Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica di Torino.


Alice Fubini
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pilpul
Eletti dal popolo
In questi ultimi giorni abbiamo visto la caduta di un governo e la nascita del successivo; tutto, ovviamente, secondo le modalità previste dalla nostra Costituzione, quella stessa Costituzione che una schiacciante maggioranza di italiani ha dimostrato di voler difendere con le unghie e con i denti (o, per lo meno, questo in teoria dovrebbe essere il senso dell’esito del referendum del 4 dicembre). Eppure, molti tra coloro che più accanitamente sembravano voler difendere la Costituzione hanno contestato a gran voce (fino al punto di non partecipare al voto sulla fiducia) la legittimità di un governo designato secondo le modalità e le procedure previste dalla Costituzione. Confesso che faccio un po’ fatica a capire la logica che sta dietro a queste contestazioni. Si parla di leader illegittimi perché non scelti dal popolo. Ma chi è il popolo? E con quali modalità si esprime?

Anna Segre
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Le ragioni del No
Il risultato del referendum del 4 Dicembre è stato accolto, anche su queste pagine, con timore e inquietudine quasi in maniera univoca. Sinceramente sento di condividere solo in parte queste sensazioni, fin dall’inizio non sono riuscito ad identificarmi in nessuno dei due fronti e nella loro campagna, e ciò che mi ha condotto infine ad esprimere un voto contrario sulla riforma costituzionale, è stato soltanto la riforma stessa, – la quale, come hanno sostenuto una buona parte dei sostenitori del Sì “lasciava comunque a desiderare” o “poteva esser fatta meglio” – e la percezione del rischio che essa un giorno avrebbe attribuito un eccessivo potere ad un qualunque futuro premier e al suo partito vincente, depotenziando così il Parlamento.

Francesco Moises BassanoLeggi

Eroismo biblico 
Secondo il rav Soloveitchik l’angelo che attacca Yaakov nella notte è un possente guerriero. Yaakov, inerme, lo affronta senza arrendersi, scegliendo così la soluzione meno ovvia e razionale. Yaakov agisce da eroe: l’eroismo biblico, contrariamente a quello classico, non è drammatico e spettacolare, ma silente e segnato da uno strano senso di tranquillità; non è sporadico e impressionante, ma costante e contemplativo. Leitmotiv della nostra esistenza, esso è “semplicemente” un modo di vivere.


Ilana Bahbout

Il privilegio di studiare
Vienna 1938. È un umido mattino di fine maggio e in via Bergasse 19 si chiudono alacremente gli ultimi bauli. Casa Freud è costantemente sorvegliata dalla Gestapo. Sono giorni che il professor Sigmund non dice più una parola, pietrificato all’idea del viaggio: detesta i treni, il caos delle stazioni, la velocità, ma stavolta non può evitarlo, non può tergiversare. Neppure la sua fama lo protegge più. Con i nazionalsocialisti alle porte deve scappare a Londra, dove c’è la bella casa di Hampstead che lo aspetta, o almeno così gli hanno detto. Non è un momento qualsiasi: Freud, già provato dalla malattia, si volge indietro e guarda negli occhi, forse per la prima volta, quell’ebraismo a cui appartiene e che oggi lo sta costringendo a scappare.

Fiona DiwanLeggi


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