Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui      28 Giugno 2022 - 29 Sivan 5782
 
ISRAELE E L'INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA

"Nuove leggi a tutela delle donne"

"Una donna ha il pieno diritto sul proprio corpo. La decisione della Corte Suprema americana di negare il diritto di una donna di scegliere sul proprio corpo è un triste processo di repressione delle donne, che riporta il riferimento del mondo libero e liberale indietro di cento anni”. 
Sono le parole con cui l’attuale ministro della Sanità d’Israele Nitzan Horowitz ha commentato la recente sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti che ha eliminato il diritto all’aborto a livello federale. Una decisione che ha aperto discussioni e confronti a livello internazionale e che in Israele si è intrecciata con una riforma normativa dedicata proprio all’interruzione volontaria di gravidanza.
La riforma, che entrerà in vigore tra tre mesi, rende meno rigide alcune procedure al riguardo.
In Israele le donne che vogliono abortire entro la dodicesima settimana devono ricevere l’approvazione di una commissione ad hoc, formata da due medici e un assistente sociale. La commissione determina se la richiesta soddisfa i criteri legali per procedere con l’interruzione. In particolare si fa riferimento a cinque casi: se si ha meno di 18 anni – non è richiesto il consenso dei genitori – o se si ha più di quarant’anni. Se la gravidanza è il risultato di un rapporto sessuale illegale, come uno stupro o un incesto. Se la gravidanza potrebbe mettere in pericolo la vita della donna o causare danni fisici o psicologici. Se la donna non è sposata o è rimasta incinta al di fuori del matrimonio. Se il feto potrebbe avere un difetto fisico o mentale.
Fino all’attuale riforma – la legge sull’aborto in Israele risale al 1977 – chi faceva richiesta doveva comparire fisicamente davanti alla commissione prima di essere autorizzata a interrompere la gravidanza. Una procedura considerata “completamente umiliante e non necessaria”, scrive Israel Hayom. Un giudizio che era stato messo nero su bianco nel 2016 da un rapporto del Controllore dello Stato, che aveva chiesto una riforma. Ora, con il nuovo provvedimento, l’obbligo decade.

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SPORT E IDENTITÀ 

La magia di Wimbledon, il sogno infranto di Berrettini
e l'impresa (senza eguali) dell'autodidatta Savitt

L’estate magica dello sport azzurro, l’indimenticabile luglio-agosto 2021, ha visto l’Italia protagonista di imprese memorabili ai Giochi olimpici di Tokyo. Ma è stata anche l’estate in cui un tennista italiano, Matteo Berrettini, è arrivato dove mai nessun connazionale era riuscito prima di lui: la finale di Wimbledon, poi persa con Djokovic al termine di una sfida comunque tirata e appassionante. Il forte atleta romano voleva riprovarci quest’anno e a detta di molti sembrava avere il vento in poppa: a fermarlo, notizia di poche ore fa, è stato purtroppo il Covid. Piani di gloria temporaneamente rimandati, almeno di dodici mesi. Una scorsa all’albo d’oro del torneo, il più prestigioso al mondo, parla da sé: per entrare nella Storia del tennis, per lasciare un segno indelebile, da qui bisogna passare. L’hanno fatto tra gli altri i tre giganti (“Big Three”) di questa generazione: Roger Federer (8 volte), Rafa Nadal (2) e per l’appunto Djokovic (5).


Nella vicenda lunga 145 anni di Wimbledon ci sono imprese che hanno dell’incredibile. Poco ricordata ma senza eguali quella riuscita allo statunitense Dick Savitt, classe 1927, che vinse nel ’51 sull’australiano Ken McGregor da totale autodidatta, senza aver mai preso una singola lezione di tennis in vita sua.
Talento versatile capace di farsi valere anche in altri sport, Savitt scopre il tennis in piena adolescenza. Se ne appassiona e ne apprende i rudimenti in solitaria, senza bisogno di maestri né guide. Si potrebbe immaginare un fiasco e invece quel suo particolare approccio sarà il segreto per una carriera breve ma straordinaria, caratterizzata dal successo a Wimbledon e dalla vittoria, nello stesso trionfale anno, degli Australian Open. Risultati che l’avrebbero catapultato al vertice del ranking mondiale e dell’attenzione mediatica. Al punto da portarlo, primo atleta ebreo nella storia, sulla copertina del Time. Un traguardo anch’esso non convenzionale in quell’America ancora segnata da un certo pregiudizio e dove in alcuni club non si permetteva l’iscrizione agli ebrei. “Ho giocato molto a Central Park e anche sui campi in terra battuta della 96esima strada. Conoscevo il ragazzo che li gestiva, quindi sapeva già a che ora sarei arrivato per tenermi da parte il campo. Non ho mai dovuto aspettare. Molte persone mi guardavano giocare” ha raccontato Savitt in una recente intervista con il New York Times, che l’ha incontrato nel suo appartamento nella Grande Mela.
Anche dopo il ritiro Savitt non ha mancato di eccellere in altri scenari e circostanze. Come le Maccabiadi del 1961, dove si è aggiudicato l’oro sia nel singolo che nel doppio. Prezioso inoltre il suo contributo per far crescere il movimento tennistico israeliano, ancora pionieristico. Una traiettoria di vita che trova risalto nel libro “The Big Book of Jewish Sports Heroes: An Illustrated Compendium of Sports History and The 150 Greatest Jewish Sports Stars”. Peter S. Horvitz, l’autore, l’ha collocato al nono posto della graduatoria.

(Nell'immagine in basso: Dick Savitt, vincitore a Wimbledon nel 1951)

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IL NUOVO NUMERO DELLA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL

Comunità solidali, la lezione di Villa Emma

Comunità solidali “di ieri e di oggi”. È il respiro, il tema che dà il ritmo al nuovo numero della Rassegna Mensile di Israel. Curato da Liliana Picciotto e Adachiara Zevi, il volume 86 (numero due e tre) della prestigiosa pubblicazione edita dall’UCEI si incentra, in particolare, su una specifica storia: quello dei ragazzi di Villa Emma, uno dei luoghi in cui in un tempo buio e incerto si cercò di costruire fratellanza, speranza, condivisione. “La decisione della Rassegna Mensile di Israel di dare ampio spazio a questa vicenda cade nel momento giusto”, sottolinea Zevi. “Dopo anni di reticenze istituzionali, di dilazioni e rinvii, ma anche di studi e approfondimenti, il luogo destinato a raccontare questa storia ha infatti una realtà architettonica, almeno sulla carta”.
Ad innescare il salto di qualità il concorso in due gradi bandito nel 2018 dalla Fondazione Villa Emma, dal Comune di Nonantola e dall’Ordine degli architetti di Modena che l’anno seguente ha premiato un progetto volto a costruire un itinerario tra diversi spazi. Villa Emma appunto, dove 73 ragazzi ebrei soggiornarono da luglio 1942 a ottobre 1943. E quindi il centro storico del paesino, dal seminario alle case dei nonantolani “dove gli stessi trovarono riparo e protezione prima della fuga precipitosa dopo l’occupazione tedesca”.
Il numero della Rassegna è dedicato allo studioso tedesco Klaus Voigt, recentemente scomparso. “Dei ‘ragazzi di villa Emma’ aveva fatto, per molti anni, una ragione di vita, ricostruendone le vicissitudini durante il periodo bellico, ritrovandoli uno a uno (per lo più in Israele), curandone le memorie e stabilendo con loro, già anziani, un circolo virtuoso di simpatia e di affetto”, la commossa testimonianza di Picciotto.

(Nell'immagine: la stazione di Nonantola)

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PITIGLIANI KOLNO'A FESTIVAL AL VIA

Il '48 raccontato da Nesher

Inizia con Avi Nesher, tra i più importanti registi israeliani, e con il suo “Image of Victory” dedicato a una drammatica vicenda della Guerra d’Indipendenza, la quindicesima edizione del Pitigliani Kolno’a Festival. Quattro le serate che caratterizzeranno l’appuntamento romano incentrato sul cinema ebraico e d’Israele a cura di Lirit Mash e Ariela Piattelli.
Per Nesher, collegato online, un ritorno a distanza nella Capitale dove già nel 2018, nell’ambito di questa stessa rassegna, aveva ricevuto un riconoscimento alla carriera. Tra i suoi titoli più noti “The Other Story”, “Turn Left at the End of the World” e “Rage and Glory”. 

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Letture superficiali
Per carattere, e per vizio professionale, ho sviluppato nel corso degli anni una ineradicabile idiosincrasia per i giudizi superficiali, specie se applicati alla critica di un testo. E il testo può essere letterario o, banalmente, lo stesso tuo prossimo in carne e ossa. Più le cose sono complesse – e si parla tanto di complessità, ai nostri giorni – più si ha fretta di sparare giudizi, rapidi e irriflessi, senza pensarci su tanto. Giudizi rapidi e, malauguratamente, definitivi. Prevale il bisogno di prendere parte immediata nella trincea delle idee. La vita corre, e non c’è tempo per fermarsi ad analizzare il dettaglio, altre opzioni, considerando le cose con un po’ di sano distacco.
Dario Calimani
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Armarsi di coraggio
Può accadere che gli unici a non seguire determinate teorie siano i loro stessi adepti, se non altro per conservare il potere di decidere, volta per volta, con chi averla. In una testata religiosa, appartenente ai pacifisti per definizione, trovo un articolo su Gaza dove sembrerebbe che la Striscia sia governata non da tagliagole nella lista nera dei terroristi dell’Unione europea bensì (come avrebbe detto l’indimenticato Enzo Biagi) dalle Dame di San Vincenzo.
Emanuele Calò
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Vizi privati e pubbliche virtù
Ho sempre pensato che la realtà socio-politica italiana e quella israeliana, apparentemente così lontane e diverse, avessero di fatto molti aspetti in comune. Le vicende di questi giorni me ne offrono una conferma evidente. Se scegliamo per convenzione di definire “pubblico” ogni aspetto che riguarda ruoli e rapporti internazionali e “privato” ogni settore della vita politica interna (che certo ha anch’essa un suo preciso spessore pubblico), cogliamo insospettabili analogie.
David Sorani
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