La carta di Aaron
Quando hanno scorto il suo vascello pirata puntare a tutta forza contro le loro rotte industriali, i gran signori della carta stampata americana si sono guardati increduli da costa a costa, poi hanno liquidato quell’apparizione come un gesto di follia. Come se non fosse abbastanza il crollo delle vendite e la caduta verticale degli introiti pubblicitari dei grandi quotidiani americani, come se non bastasse l’annuncio di morte certa che i profeti di sventura vanno disseminando sui giornali, ci mancava pure un forsennato californiano che si mette di traverso. Poi, di fronte alla faccia tosta di Aaron Kushner, fra i concorrenti si è fatto strada lo sgomento. Nei quartier generali a New York e a Los Angeles dei grandi gruppi editoriali, dove nel tentativo di salvarsi la pelle si pensa solo a ridurre gli organici, a tagliare la foliazione, a strizzare le tirature, ci si è resi conto che il nuovo editore del Register, lo sgangherato quotidiano californiano al diciassettesimo posto nella classifica nazionale delle tirature, tutta l’esperienza di carta stampata che poteva vantare era quella di un produttore di cartoline d’auguri per i compleanni e le ricorrenze liete.
Kushner è sbarcato alla periferia di Los Angeles per rimettere in piedi un vecchio quotidiano americano ormai ridotto sull’orlo del fallimento. Ha accusato i grandi editori di essersi lasciati logorare dalla mancanza di fiducia e di progettualità, dai dati economici scoraggianti, dalla marea di informazioni paccottiglia che piovono dal web. Per lui la gente ha ancora bisogno di leggere e di sfogliare. In poche settimane Kushner ha riempito le newsroom reclutando centinaia di giornalisti di valore e ha disposto che il frastuono delle sue rotative accompagni senza sosta ogni ora del giorno e della notte. I giornali secondo lui non stanno morendo per la gravissima crisi che il settore della carta stampata sta attraversando, ma per le ferite che continuano a infliggersi da soli. Sono preda di ragionieri che li impoveriscono a forza di sforbiciare indiscriminatamente e hanno perso di vista l’unica cosa che conta: il rapporto con il lettore. La sua spending review è calata pesante come una martellata. Al rialzo. Più dipendenti, più carta, più pagine, migliori retribuzioni, più giornalisti. Carta canta, e cantano i numeri.
All’appuntamento del lunedì, la giornata di maggior magra per i giornali di tutto il mondo, quando il New York Times e il Washington Post non ce la fanno a superare la soglia delle 48 facciate, il Register ne manda ora al lettore 72 su otto fascicoli. La forbice si allarga ancora sulla mitica edizione pesante del week end. Nelle domeniche di maggio Kushner ha surclassato la concorrenza spingendo la foliazione a 242 pagine e pubblicando innumerevoli pezzi di originalità e professionalità giornalistica. E non è tutto, perché se i giornali saranno forse salvati dai lettori, secondo Kushner non basta vendere loro copie e abbonamenti. E’ anche necessario sviluppare strategie nuove per far crescere consapevolmente le Community che attorno ai giornali possono identificarsi.
Restituendo alla gente l’orgoglio e la possibilità di riconoscersi nelle pagine che ha preso in mano. Un’idea molto ebraica che forse potrebbe attecchire anche nell’insieme dei mercati occidentali. I primi risultati positivi sembrano dar ragione a Kushner. Ma quello che più conta non può essere dichiarato. Anche i signori che hanno perso il coraggio di investire sulla carta stampata fanno ormai il tifo per quel pazzo che naviga controcorrente. Perché se le sue rotative fossero ridotte al silenzio, se il suo vascello dovesse affondare fra le onde, ci sarebbe allora davvero da temere per molti valori di cui le società progredite non possono permettersi di fare a meno.
Guido Vitale, Pagine Ebraiche giugno 2013
(10 giugno 2013)