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Il rispetto per l’ambiente sul lettino dello psicoanalista

Beautiful Israel è un’associazione fondata nel 1968 dal Ministero degli Interni Israeliano per sviluppare una coscienza civica fondata sul rispetto e sulla tutela della natura e dell’ambiente, attraverso interventi nelle scuole, sulla cittadinanza e nelle istituzioni a vari livelli e con ogni mezzo possibile: organizzazione di corsi, promozione di concorsi, favorendo studi e progetti di ricerca volti ad una migliore conoscenza delle problematiche ambientali ed ecologiste per individuare le soluzioni più idonee.

Nella cultura e nella tradizione ebraica l’attenzione per la natura ed il conseguente rispetto per l’ambiente ha radici antiche: dalla Genesi ai tanti precetti che regolano la vita religiosa (pensiamo all’obbligo di far “riposare” la terra ogni sette anni o pensiamo alle regole che tutelano la vita degli animali a cui viene riconosciuto il diritto al riposo sabatico e che non possono essere sovraccaricati di pesi), fino alle problematiche che lo Stato di Israele, primo Paese ad entrare nel XXI secolo con un saldo attivo nel numero di alberi e che il 27/12/1964, ad appena 16 anni dalla sua fondazione, vara una legge per la “tutela dei fiori selvatici”, ha dovuto affrontare per favorire la convivenza tra gli uomini ed un territorio inclemente.

Un territorio inclemente, per le scarse risorse idriche e per le ampie aree desertiche, che non ha però scoraggiato la ricerca di efficaci soluzioni basate sulla necessità di sviluppare nuove tecnologie da applicare all’agricoltura (come la tecnica di “irrigazione a goccia”, che ha permesso a 150 paesi nel mondo di aumentare del 40% i raccolti agricoli con il consumo d’acqua ridotto della metà, e come la desalinizzazione, i cui impianti garantiscono oggi il 70% del fabbisogno idrico), alla lotta all’inquinamento ed alla tutela dell’ambiente (con l’82% di edifici dotati di pannelli solari che producono energia pulita e con il sistema di riciclaggio delle acque di scarico domestiche), e della salute, con le metodiche usate nella terapia e nella riabilitazione psichiatrica e cognitiva (greentherapy).

L’associazione italiana, costola di B. I., in sinergia con le omologhe francesi, svizzere e statunitensi, e attraverso rapporti di collaborazione con tutte quelle associazioni che in Italia si occupano di difesa dell’ambiente, si propone di promuovere iniziative a vari livelli per perseguire lo sviluppo di una consapevolezza e di una coscienza delle problematiche ambientali così da favorire la tutela del mondo in cui viviamo.

Ma perché il rispetto per l’ambiente potrebbe interessare il punto di vista di uno psicoanalista? Forse questo curioso accostamento può essere chiarito se consideriamo piuttosto “la mancanza di rispetto per l’ambiente”… come il nostro discorso cercherà di dimostrare.

Si dice che il livello di civiltà di una nazione si misura dal modo con cui vengono trattati gli animali, o gli anziani, ma possiamo estendere (o forse restringere?) tale criterio, rendendolo di più ampio respiro e più specifico nello stesso tempo, considerando come ci si rapporta alla natura e il rispetto, cioè, che si ha per l’ambiente in cui viviamo.

Dunque il rispetto per l’ambiente dovrebbe fornirci indicazioni sul livello di civiltà o di “maturità” di una nazione o di un popolo?

A tale riguardo tante sono le considerazioni che possiamo fare sul piano etico: rispetto per il prossimo, riconoscimento dei propri limiti, rinuncia al possesso onnipotente del mondo, condivisione di un criterio di convivenza basato sul concetto di collettività. Ma sul piano psicologico profondo, se assimiliamo le caratteristiche di una collettività a quelle di un singolo, individuiamo almeno due aspetti per cui il rispetto per l’ambiente può rappresentare la misura, il termometro, per valutare il livello di civiltà di una nazione o di un popolo. La psicologia del profondo, nonostante i modelli teorici siano ormai numerosi e radicalmente differenziati, converge sostanzialmente sul fatto che la maturità di un individuo può essere correlata alla capacità di conservare gli oggetti d’amore con cui si è in rapporto e di cui si ha bisogno. Pensiamo innanzitutto al fatto che il bambino piccolo, che ha la necessità continua di essere rassicurato sulla sopravvivenza degli oggetti con cui è in rapporto, non ha ancora consapevolezza del suo potenziale distruttivo, di cui però percepisce la presenza e la portata. Per tale motivo chiede all’adulto che si cura di lui continue rassicurazioni rispetto al timore che venga distrutto ciò con cui entra in rapporto. Consideriamo il piacere con cui rivede innumerevoli volte lo stesso cartone animato o con cui ascolta la stessa fiaba per verificare che ogni elemento sia sempre lì, al suo posto e non sia stato distrutto. Stessa cosa si verifica con il gioco del nascondino o del “bubù settete” o del lanciare via oggetti con l’aspettativa che qualcuno glieli riporti, riconfermando così che non sono spariti per sempre. La consapevolezza che ogni cosa può finire, che la morte è la conclusione della vita e che ciò che è distrutto non può esserci restituito è una conquista dell’età adulta ed espressione di maturità.

Sulla base di tutto ciò possiamo dire che quando i nostri comportamenti non tengono conto del potenziale distruttivo che può esservi implicito, quando non consideriamo che se abbiamo danneggiato, inquinato, offeso o alterato l’ambiente che ci accoglie e ci permette di vivere, senza la possibilità che un buon genitore possa intervenire a ricreare le condizioni precedenti, siamo paragonabili al piccolo bambino, condizionato da quei sentimenti di onnipotenza che non gli consentono di operare in modo adulto e responsabile affinché ciò che gli è necessario, sia preservato adeguatamente.

Ecco dunque che la tutela dell’ambiente diventa espressione diretta della propria capacità adulta di saper conservare e proteggere ciò che è necessario alla vita, alla nostra stessa vita, a quella del nostro prossimo, della collettività e delle generazioni che ci seguiranno, avendo realizzato il superamento della condizione infantile dove prevale l’illusione onnipotente che qualunque desiderio o aspettativa può essere corrisposta: l’oggetto scagliato lontano ritorna, ci viene riportato, così come ricompare l’adulto che si era nascosto, nulla è andato distrutto definitivamente.

Un altro fondamentale motivo per cui il rispetto per la natura può essere indicativo della maturità di un individuo o di una collettività è fondato sul fatto che il modo con cui trattiamo l’ambiente è espressione della capacità di amore per i nostri figli, per le generazioni che ci seguiranno.

L’amore per i figli non è sempre scontato, a volte è una conquista lì dove si contrappone a quei comportamenti che esplicitamente o implicitamente sottendono aggressività fino alla distruttività. Sono i padri che decidono le guerre, ma sono i figli che vanno a combatterle. In molte culture antiche e nella mitologia sono spesso presenti comportamenti palesemente improntati ad istanze figlicide, basti pensare a tanti riti di iniziazione o ai sacrifici umani, fino ai fatti, anche odierni, di cronaca. Bakan, citato da Raskovsky (1973), ricorda che il figlicidio era praticato da Eschimesi, Polinesiani, Egizi, Cinesi, Scandinavi, Africani, Indiani d’America e Aborigeni Australiani. Crono divora i suoi figli e nel mito di Edipo, sebbene la tragica conclusione sia un parricidio, all’inizio della vicenda è il padre di Edipo, Laio, che dà disposizioni affinché sia il figlio ad essere eliminato.

Un figlio rappresenta una sfida per i propri genitori, rappresenta la continuità della specie, ma al prezzo inevitabile della scomparsa della generazione precedente. Una paziente mi dice: ”Oggi è il primo giorno di scuola per mio figlio; lo vedo crescere e intanto io irrancidisco…”, mentre, nella stessa direzione, scrive A. Yehoshua ne “Il signor Mani”: ”Solo un bambino avrebbe potuto combattere, dalla sua culla, contro gli innaturali pensieri di suo padre, in forza del suo pianto o del suo riso, e del mistero del suo futuro”.

L’amore per i figli è dunque espressione della capacità di dominare le proprie pulsioni, sapendo rinunciare a una parte di se stessi in funzione di ciò che abbiamo creato, dimostrando in tal modo di saper proteggere e conservare ciò di cui disponiamo e che la nostra aggressività, con il suo potenziale distruttivo, minaccia costantemente.

Per tutto questo, dunque, e perché l’ambiente è il lascito più prezioso che consegniamo in eredità ai nostri figli, possiamo dedurre proprio dalla capacità di rispettare la natura un indice della maturità e della civiltà di una nazione o di un popolo.

Alberto Sonnino, psichiatra

(18 ottobre 2013)