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…manualità

Le mani sono uno strumento importante. Quando siamo piccoli ci aiutano a conoscere il mondo, toccando oggetti sconosciuti a cui non sappiamo dare un nome. Noi conosciamo il mondo attraverso le mani e attraverso gli occhi che lo scoprono. Yad, la mano in ebraico, unita alla lettera ‘ayn (occhio, sempre in ebraico) fa Yada’, conoscenza. Questi elementi fondamentali, che dovrebbero essere per tutti noi vere e proprie fondamenta di vita, nella società che ci siamo creati tendiamo a dimenticarli, a considerarli parte di una formazione infantile che, con la maturità, va superata. E sbagliamo, perché finiamo con il perdere la capacità stessa di conoscere veramente il mondo che ci circonda. Sbagliamo a considerare la tendenza all’astrazione e alla smaterializzazione come un inevitabile e positivo approdo del nostro viaggio verso l’infinito. Se si rompe qualcosa in casa, se si molla la catena della bicicletta, o se si scuce un abito, non c’è “app” che tenga. Il touch screen si rivela uno strumento inutile, le applicazioni dell’iPad non aiutano, e noi rimaniamo disarmati, perché ci siamo disarmati. Certo, se siamo sufficientemente facoltosi chiamiamo il provvidenziale “tecnico”, in genere rumeno o polacco, di questi tempi. Tuttavia, visti i tempi di crisi, siamo sempre meno facoltosi e spesso non possiamo permetterci interventi esterni. Dobbiamo arrangiarci. Lo sapevano bene i maestri del Talmud, grandi studiosi e sapienti che normalmente lavoravano con le mani esercitando tutta una serie di mestieri tanto umili quanto fondamentali. Le mani, quindi, e la manualità, sono uno strumento che dovremo riscoprire. A noi giovani ebrei italiani (quando eravamo giovani) lo hanno insegnato nei campeggi, per generazioni. Arrivavano da Israele, erano ragazzi giovani, abbronzatissimi e in genere molto pelosi. Il loro obiettivo era valorizzare le nostre conoscenze di Tzofiùt, che potremmo tradurre “scoutismo”. Ci hanno insegnato a far nodi, a usare la sega e l’accetta, a montare tende e a costruire strutture mobili. Insomma, ci hanno insegnato (in ebraico) a usare le mani come strumento di costruzione e di conoscenza. Ci emancipavano da noi stessi e dal nostro inevitabile destino intellettuale. Oggi è sempre più urgente riprenderci quella modalità di conoscenza. Ne va del nostro futuro e di quello dei nostri figli, ai quali abbiamo il dovere di insegnare ad arrangiarsi, per evitare il rischio di allevare dei cervelli raffinati ma monchi, e quindi in definitiva, un po’ superflui.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(15 novembre 2013)