#EyalGiladNaftali – Gli hashtag e la speranza
Muoversi, comunicare al mondo la propria posizione, sensibilizzare opinione pubblica e soprattutto istituzioni nella speranza che qualcuno possa ottenere qualcosa.
Erano passate poche ore dal rapimento di Eyal, Gilad e Naftali dalla zona di Gush Etzion che dentro e fuori Israele è partita la mobilitazione. Mentre il governo israeliano e le istituzioni hanno messo in campo tutto ciò che potevano per capire cosa fosse accaduto, individuare i responsabili, riportare a casa i ragazzi, mentre in ogni angolo del mondo sono stati organizzati momenti di preghiera per la loro liberazione, particolarmente significativo è stato anche l’accaduto sul web. Sui social media infatti è partita una vera e propria campagna, in larga parte basato sull’hashtag (l’etichetta utilizzata su twitter e altri network per indicizzare gli argomenti) #BringBackOurBoys: parole ispirate all’analogo #BringBackOurGirls lanciato dopo il rapimento di oltre 200 studentesse nigeriane dal gruppo terroristico Boko Haram negli scorsi mesi, e che hanno fatto il giro del mondo, anche grazie a testimonial d’eccezione come la First Lady statunitense Michelle Obama.
Dopo essere stato lanciato da laureati dell’Ambassadors Program dell’Università di Haifa, che si propone appunto di istruire gli utenti a utilizzare il web come strumento di diplomazia pubblica, #BringBackOurBoys è stato presto adottato anche da account ufficiali ricollegabili a istituzioni israeliane, come le pagine facebook e twitter di Tzahal, oltre che da migliaia di internauti di ogni genere.
Una vera e propria febbre da hashtag che ha suscitato però anche delle perplessità, e soprattutto dei profondi interrogativi su quanto ciò che viene fatto possa avere degli effetti positivi sulla drammatica vicenda. “Gli hashtag sono davvero carini su Twitter, li adoro, mi trasformerei io stessa in un hashtag. Ma l’hashtag non è un movimento – ricordava negli scorsi giorni la grande autrice e sceneggiatrice televisiva statunitense Sonda Rhimes durante la cerimonia di conferimento delle lauree nella prestigiosa università di Dartmouth – Un hashtag non cambia nulla. Sei tu, seduto comodo al computer, che passi qualche minuto sulla tastiera e poi torni a guardartene in pace il tuo telefilm preferito”.
Ma non è solo il rischio di un approccio autoconsolatorio ma poco effettivo che è stato messo in evidenza. Il settimanale Forward per esempio si è chiesto se sia giusto utilizzare la campagna per liberare le ragazzine nigeriane, magari dirottando la già scarsa attenzione dei media dopo mesi senza novità. Mentre un lungo approfondimento del New York Times racconta non soltanto la campagna israeliana, ma anche come lo stesso tipo di approccio sia stato adottato da molti utenti per cercare di affermare il contrario, utilizzando lo slogan e i social media in maniera strumentale per combattere la battaglia contraria (per esempio associando a #BringBackOurBoys foto o informazioni su palestinesi caduti per mano di Israele).
Di fondo, quello degli hashtag rimane infatti un messaggio necessariamente semplice, tanto più efficace quanto meno si addentra nella complessità delle cose. E così, il rischio di utilizzo in malafede è fortissimo.
Allo stesso tempo però, come sottolinea il rabbino Elyahu Fink, ci sono altri aspetti che non possono essere sottovalutati. “Nessuno andrebbe mai a rimproverare che appendere il tradizionale nastro giallo fuori dalle case per indicare l’attesa della liberazione di un ostaggio sia stupido o sbagliato – spiega – Twittare un hashtag non significa pensare di salvare il mondo. C’è una ragione molto più semplice per farlo: la solidarietà: mostrare la propria solidarietà attraverso la condivisione. Sentire, nel momento dell’angoscia, che ci sono altre persone che provano gli stessi sentimenti”.
Perché condividere può voler dire riuscire a ottenere effetti positivi per se stessi ma anche per gli altri. Lanciare un messaggio tutti insieme contro l’odio e il terrore e smuovere le coscienze e l’indifferenza. Come ha ricordato il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna in una lettera al presidente del Coni Giovanni Malagò e al presidente della Federcalcio Giancarlo Abete per coinvolgere la squadra di calcio italiana e i Mondiali in un appello di solidarietà. #BringBackOurBoysAndGirls.
Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked
(18 giugno 2014)