Israele – Nuove tensioni, nervi saldi

razziAncora una giornata di sirene che suonano, corse nei rifugi, mappa delle città obiettivo dei razzi con annessi chilometri di distanza da Gaza e report sul lavoro del sistema di difesa Iron Dome, la cupola di ferro programmata per intercettare i missili diretti verso edifici o centri abitati. Così continuano a trascorrere le ore in Israele, mentre agli abitanti di Tel Aviv e della regione centrale del paese, le autorità hanno per la prima volta stamattina raccomandato di rimanere nelle vicinanze dei rifugi, con l’allarme suonato più volte e numerosi razzi intercettati in aria (nell’immagine).
Sulla Striscia di Gaza governata dal gruppo terrorista di Hamas, da dove partono i missili, prosegue l’Operazione Tzuf Eitan/Protective Edge (Roccaforte/Margine protettivo): secondo una nota emessa da Tzahal, l’esercito di difesa israeliano, all’alba del terzo, sono stati raggiunti nel complesso oltre 800 obiettivi di Hamas, tra cui 58 tunnel e 220 basi di lancio distrutti solo nell’ultima notte, mentre sulla stampa israeliana riferiscono della morte di 61 persone.
Se questi sono i fatti, profondi rimangono gli interrogativi su quanto sta accadendo e sui suoi possibili risvolti futuri: dal ruolo della comunità e delle organizzazioni internazionali, alla posizione di Fatah e del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, dalla possibilità di una operazione di terra che porti truppe israeliane dentro Gaza, alla ricerca di una soluzione a lungo termine.
In programma per oggi dovrebbe essere una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mentre il segretario generale Ban Ki Moon ha condannato il lancio di razzi da Gaza e allo stesso tempo invitato Israele alla moderazione. A esprimere parole di sostegno allo Stato ebraico e al suo diritto alla difesa, nel corso di separate conversazioni telefoniche con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono stati il primo ministro britannico David Cameron, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande e il segretario di Stato americano John Kerry (con l’amministrazione Obama che però enfatizza l’importanza dell’impegno di tutte le parti per tornare a una situazione di calma).
Se i paesi occidentali danno l’impressione di sentirsi solo tiepidamente coinvolti di fronte alla situazione, a non dimostrare particolare interesse verso la crisi tra Gaza e Israele sembrano essere anche i paesi arabi. Gli analisti fanno notare come nel novembre 2012, quando al prolungato lancio di missili da Gaza, Israele rispose con l’operazione Pilastro di Difesa, un ruolo chiave nel negoziare la tregua fu giocato dall’Egitto. Ma allora alla guida del Cairo era Mohammed Morsi, appartenente alla Fratellanza Musulmana strettamente legata ad Hamas: cosa possa, ma anche voglia, fare oggi il generale Al Sisi, sotto la cui presidenza il movimento islamista è stato dichiarato gruppo terrorista, rimane tutto da vedere (e intanto il valico di Rafah che collega la Striscia all’Egitto è stato aperto solo in mattinata per far passare i feriti, dopo giorni di richiesta da parte palestinese).
Un’incognita non da poco è costituita senz’altro anche dal ruolo di Abu Mazen, che nelle scorse settimane ha concluso con Hamas un accordo di riconciliazione per dar vita a un governo di unità nazionale, e che nelle scorse ore ha definito “genocidio” gli attacchi militari israeliani nella Striscia, mentre sulla pagina Facebook ufficiale di Fatah è apparsa la rivendicazione del lancio di alcuni missili contro Israele da parte di un braccio armato del movimento, come riportato dal Times of Israel. Una rivendicazione che rappresenterebbe la prima ammissione esplicita di ruolo attivo di Fatah nelle violenze contro Israele in questo conflitto.
“Un’operazione via terra potrebbe avvenire presto, molto presto” ha dichiarato il presidente d’Israele Shimon Peres in un’intervista all’americana Cnn, ricordando “Li abbiamo avvertiti, abbiamo aspettato un giorno, due giorni, tre giorni, hanno continuato e hanno propagato il loro fuoco per Israele”.
A questo punto, il paese è determinato ad andare fino in fondo per riportare la sicurezza nelle proprie città, come ha ribadito Netanyahu. Ciò che tutti si domandano, è se questo comporterà il ritorno di soldati di Tzahal nella Striscia, con tutte le possibili e difficili conseguenze.

Rossella Tercatin
twitter @rtercatinmoked

(10 luglio 2014)