Israele – Combattere per un futuro senza odio
“È il più grave attentato degli ultimi anni, ma riporteremo la sicurezza in città”, affermava il capo della polizia israeliana Yochanan Danino, a poche ore dal terribile ed efferato attentato che ha colpito Gerusalemme. Due palestinesi armati di pistole, coltelli e asce facevano irruzione in una sinagoga, scagliandosi contro le persone in preghiera. Quattro le vittime del rabbioso odio terrorista (la polizia ucciderà i due aggressori), diversi i feriti. Ma oramai da mesi la tensione in Israele è altissima, con Gerusalemme epicentro degli scontri e il terrorismo palestinese nuovamente di scena. Quest’ultimo ha una nuova e preoccupante forma. La modalità delle nuove aggressione ai civili israeliani – l’uso di auto per investire passanti inermi o di coltelli per ferirli a morte – per quanto non sia sofisticata è infatti complessa da arginare. Il fatto che l’attentatore agisca individualmente, ne rende i movimenti più imprevedibili, sottolinea l’analista Yossy Yehoshua del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. C’è chi chiama questi nuovi terroristi “lupi solitari”, ad indicare il loro agire autonomo, senza seguire un piano definito da una cellula terroristica. E la paura è che questa forma di violenza fomenti e faccia nascere possibili emulatori. Tra ottobre e la metà di novembre si sono registrati quattro attacchi terroristici, oltre a quello di Gerusalemme: il 22 ottobre un uomo, identificato poi come un membro di Hamas, ha lanciato la sua auto contro alcune persone in attesa alla fermata del treno leggero che attraversa Gerusalemme. Chaya Zissel Braun, una bimba di tre anni, e Karen Yemima Mosquera, una ragazza di ventidue anni emigrata in Israele, sono rimaste vittima dell’attentato. Il 5 novembre un altro uomo legato a Hamas ha seguito le modalità dell’attentato precedente, investendo con un furgone le persone in attesa alla fermata di Arzei Ha- Bira, quartiere della Capitale israeliana. Jedan Assad, poliziotto di frontiera proveniente dal villaggio druso di Beit Janin, la cui moglie era incinta di tre mesi, è stato la prima vittima dell’attentato. Due giorni dopo anche le ferite di Shalom Aharon Baadani, diciassette anni, sono risultate troppo gravi. Baadani era sulla sua bicicletta quando è stato investito. Troppo gravi le ferite inferte dal suo aggressore anche per Almog Shiloni, il giovane soldato israeliano accoltellato il 10 novembre nella stazione ferroviaria Haganah di Tel Aviv, da un diciottenne di Nablus. Lo stesso giorno, poche ore prima, a cadere vittima di un attentato simile era stata la ventiseienne Dalia Lemkus, ferita a morte da un altro terrorista a Gush Etzion. L’uomo, armato di coltello, aveva colpito prima la donna e poi altre due persone, in seguito ricoverate in ospedale con ferite lievi. L’attentatore, fermato dalla polizia israeliana, si chiama Maher al-Hashlamun, di Hebron ed è membro della Jihad Islamica. Stando alle ricostruzioni, voleva usare un’auto – come già accaduto a Gerusalemme – per investire i passanti. Non riuscendovi, era uscito dalla macchina armato di coltello e aveva aggredito Lemkus e le altre due persone. Secondo l’analista Ron Ben-Yishai, autorevole voce del giornalismo israeliano, la violenza palestinese “questa volta non appare orchestrata dalle organizzazioni terroristiche; invece, il malumore che si è scatenato per le strade offre un’ispirazione religiosa ai singoli di agire per conto proprio”. A fomentare la situazione, secondo Ben-Yishai, i movimenti terroristici – di cui come si è visto diversi attentatori facevano parte – decisi a destabilizzare Israele, sfruttando anche le tensioni legate alla gestione del Monte del Tempio (o Spianata delle moschee) per istigare la popolazione araba israeliana alla violenza. Ma Ben-Yishai punta il dito anche contro l’ultradestra israeliana, che, stando all’analista, trae giovamento e si rafforza in questo clima di tensione e, appena possibile, getta benzina sul fuoco. A fare da pompiere ci sta pensando il presidente d’Israele Reuven Rivlin che in un editoriale ha fatto appello ad arabi ed ebrei perché smettano di farsi condurre “dalla paura e dall’odio nelle nostre relazioni”. “È arrivato il momento per noi – ribadiva il presidente – di prenderci la responsabilità delle nostre vite, del nostro futuro, delle nostre case, delle nostre strade e comunità”. Un appello alla calma condiviso da molti e che, secondo il primo ministro Netanyahu, non troverebbe in Mahmoud Abbas un interlocutore. “Purtroppo Abu Mazen (Abbas) non è un partner nella lotta al terrorismo. Ha dimostrato quanto sia irresponsabile. Invece che calmare le agitazioni, le infiamma e diffonde bugie”. In questo clima di contrasto, la giustizia israeliana continua invece a fare il suo corso, riportando alle cronache giudiziarie una tragica vicenda: l’uccisione di un giovane manifestante palestinese a Betunia (nella West Bank) lo scorso 15 maggio. Il 12 novembre la polizia del distretto di Giudea e Samaria ha arrestato un agente di polizia di frontiera e il suo comandante con l’accusa di omicidio. Secondo le indagini, il poliziotto avrebbe sparato con proiettili veri – nonostante nelle ricostruzioni iniziali si parlasse solo di colpi a salve o di uso di proiettili di gomma per disperdere i manifestanti – ferendo a morte il ragazzo. Il suo superiore sarebbe stato a conoscenza dell’accaduto e non avrebbe fatto rapporto. Da qui l’arresto di entrambi, con la giustizia israeliana a dimostrare la democraticità di Israele, in cui i responsabili (in questo caso presunti) vengono perseguiti penalmente e non osannati pubblicamente.
Daniel Reichel, da Pagine Ebraiche dicembre 2014
(19 novembre 2014)