Israele – Giro di vite contro i violenti
“Ogni azione per fermare il terrorismo è casher”, aveva dichiarato nelle scorse ore il ministro israeliano alla Sicurezza Gilad Erdan. Ovvero, spiegava il ministro, “tutto ciò che viene fatto nel caso dei terroristi palestinesi, deve essere applicato anche quando si tratta terroristi ebrei”. Da qui la decisione del Gabinetto di sicurezza israeliano, guidato dal premier Benjamin Netanyahu, di ampliare le misure a disposizione dei servizi di intelligence per fermare i responsabile del rogo di Duma, in cui un bimbo di 18 mesi è rimasto ucciso. Un atto terroristico che ha scosso la coscienza degli israeliani, come scrive Nahum Barnea su Yedioth Ahronoth, spiegando che “l’odio sta distruggendo le fondamenta dell’esistenza di Israele”. Per il giornalista, le istituzioni (in particolare governo e Corte suprema) non sono riuscite a intervenire su chi istiga all’odio, tutelando in modo troppo ampio la libertà di espressione. Quest’ultima è “un valore nobile, l’aria con cui respira la democrazia” ma la stessa democrazia, sottolinea Barnea, ha bisogno di “strumenti per difendersi contro coloro che trasformano la libertà d’espressione nella base per il reclutamento dei criminali dell’odio”. Una violenza che si genera in uno spazio determinato, scrive il giornalista: “C’è un atmosfera, ci sono istigatori, vi è una comunità solidale” e qui nasce quello che Netanyahu ha definito il terrorismo ebraico. Diversi opinionisti richiamano alla mente l’attentato a Yitzhak Rabin, ucciso da un estremista di destra ma compiutosi dopo mesi in cui si respirava un clima di odio e intimidazioni. Greer Fay Cashman sul Jerusalem Post mette in guardia il presidente Reuven Rivlin dal non sottovalutare le minacce a lui recapitate sui social network. “La battaglia contro istigatori e odiatori non inizia e non finisce con la protezione della polizia – la risposta indiretta di Rivlin – Quando un assassinio è già stato commesso, le condanne e l’indignazione non aiutano”. Parole che trovano eco in quelle di rav Benny Lau, intervenuto a Tel Aviv durante la manifestazione indetta dopo i fatti di Duma e dopo l’attentato compiuto da un estremista ultraortodosso al gay pride di Gerusalemme. “È impossibile dire che le nostre mani non sono cosparse del loro sangue” ha affermato rav Lau, in riferimento ad entrambi i crimini. “Nel nome di quale Torah, di quale D.o, qualcuno va e uccide, le persone agiscono e bruciano un bambino e la sua famiglia? Che Torah è questa?”, la condanna del rav che ricordando poi l’attacco compiuto al gay pride, in cui è stata assassinata una ragazza di 16 anni (Shira Banki), ha affermato “è inaccettabile che dopo l’accoltellamento di giovedì sera (30 luglio, ndr) qualcuno possa venire e dire che condanna l’atto perché ‘un ebreo non accoltella un altro ebreo’”. “Questo è razzismo – ha dichiarato a pieni polmoni il rav – Un ebreo non accoltella un altro essere umano. Punto”. Riguardo all’omofobia, Lau ha poi sottolineato come la condiscendenza verso battute omofobe prepara il terreno ad atti più violenti, invitando ad essere i primi a non tollerare questi comportamenti. “Nessuno dovrebbe vivere rinchiuso in un armadio perché altrimenti sarebbe la sua morte. Nessuno deve avere paura di vivere all’aperto. Dobbiamo liberare le persone dalla paura”, l’applaudito appello del rav.
d.r.
(5 agosto 2015)