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Le scuole ebraiche di Torino: chi integra chi?

Le scuole ebraiche di Torino sono istituzioni scolastiche nate successivamente alla promulgazione delle Leggi sulla razza del 1938, che portarono all’espulsione degli alunni e dei professori ebrei dalle scuole dell’Italia fascista. Sono quindi la risposta della Comunità ebraica torinese, similmente alle maggiori Comunità ebraiche italiane, all’assenza di democrazia e alla negazione dei diritti fondamentali.
A garanzia e continuità dei caratteri fondativi della scuola, i principi e gli obiettivi di una formazione democratica verranno mantenuti e fortemente valorizzati anche alla riapertura nel dopoguerra e, proprio per tale ragione, porteranno progressivamente all’apertura ai non ebrei. Inizialmente a valdesi o laici e successivamente a chiunque fosse interessato al progetto educativo proposto.
Possiamo considerare le scuole ebraiche come un possibile modello di espressione di rapporti interculturali? Se per intercultura intendiamo un rapporto attivo e non passivo del contatto tra culture la risposta è certamente affermativa, così come nel caso in cui l’intercultura sia considerata come la capacità di produrre una cultura comune. Ma come si manifesta allora la specificità ebraica all’interno di tale realtà? Quali spazi o quali strumenti consentono il rispetto delle differenti declinazioni identitarie di cui sono portatori gli allievi e le famiglie degli iscritti alla scuola?
In linea teorica, nell’interazione tra comunità differenti i contatti e i relativi cambiamenti sfociano in tre configurazioni: fusione completa dei gruppi inizialmente diversi; eliminazione di uno o di ambedue i gruppi oppure permanenza di ambedue i gruppi in equilibrio dinamico all’interno di una più vasta comunità
Naturalmente tale concetto di contatto può essere esteso fino ad includervi le condizioni di differenziazione all’interno di una singola cultura. Quindi il primo compito per chi è posto davanti al problema del contatto tra ebrei e non ebrei, come nel nostro caso, è decidere senza ipocrisie quale esito sia auspicabile e suscettibile di compimento. Dei tre sopra menzionati, il mantenimento di una qualche forma di equilibrio dinamico per poter instaurare un sistema in cui i processi di differenziazione delle norme derivanti dall’interazione tra individui siano bilanciati, è ciò che de facto  avviene nella scuola ebraica di Torino.
I bambini si chiedono e si interrogano sulle proprie appartenenze, sulle proprie radici e si abituano a declinarle con maggiore o minore flessibilità e scioltezza ma ciò che resta, ed è l’aspetto educativamente più rilevante, è l’abitudine al confronto, la partecipazione diretta alle pratiche e ad alcune  azioni che caratterizzano l’ebraismo. Tale abitudine non si alimenta di sola discussione o teoria: la maggioranza degli allievi non ebrei si nutre dei rituali, cresce nell’esperienza di comportamenti che non  appartengono  loro ma “capisce” cosa significhi avere dei rituali che non solo non temono ma neppure assumono.
A rendere ancora più complessa la realtà delle scuole ebraiche è il dato numerico paradossale: la popolazione scolastica è costituita del 70% di non ebrei e del restante 30% di ebrei. Una realtà, per dirla in altri termini, nella quale la cultura egemone è al tempo stesso espressione di una minoranza demografica. A fronte di un intero impianto educativo che deve rispondere alle esigenze di costruire un’appartenenza, che deve scendere alle radici di essa, troviamo una diffusa presenza di individui a maggioranza non ebrei.
Il principio cardine di tutto l’impianto scolastico è la non assimilazione della maggioranza e ciò garantisce lo spazio dell’interazione, del confronto della crescita all’interno della differenza come dato “naturale” secondo l’accezione di Taguieff
Due a nostro avviso le ragioni che rendono possibile il mantenimento dell’equilibrio e la crescita degli allievi nel rispetto reciproco. Una è intrinseca all’ebraicità, da intendersi come una realtà umana, un processo di esperienza sostenuta da una storia con una sua fisionomia e, quello che più importa, con una sua logica. L’identità ebraica infatti sfugge ad ogni definizione perché è la sua stessa sostanza a rifiutare ogni etichetta o meglio qualunque sistema di classificazione, non suo, con cui la si vuole legare.
L’altra è invece intrinseca alle scelte educative e formative della scuola stessa. L’obiettivo non è focalizzato solamente sulla costruzione del processo di identità ma si valutano gli atti progettati nei termini del loro valore implicito immediato.
Non capita mai di sentire l’espressione “Voi ebrei” anche se la maggioranza degli allievi sono non ebrei.  E forse l’assenza di quel pronome personale che delimita chiaramente i confini dell’appartenenza è il miglior risultato dello sforzo e dell’impegno educativo della nostra piccola e dinamica realtà.

Sonia Brunetti, dirigente scolastica e insegnante

(29 gennaio 2016)