Torino – Israele tra legge, storia e politica

torMentre fuori si scatenava una inattesa quanto affascinante tormenta di neve, nel centro sociale della Comunità ebraica di Torino si è tenuto ieri sera il primo di un ciclo di incontri promosso su tutto il territorio dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: “Jewish think tank”. In questo caso, organizzato con la locale Comunità, l’incontro intitolato “I confini e i territori d’israele: halachà, storia e politica” ha avuto come ospiti rav Pierpaolo Pinhas Punturello e lo storico Claudio Vercelli. A moderare la serata la direttrice di Ha Keillah, Anna Segre, mentre l’introduzione è stata tenuta dal Consigliere comunitario David Sorani.
Interessanti le riflessioni emerse dai relatori. Ad intervenire per primo è rav Punturello, che ha citato Genesi 15,18 e 17,8 ha fatto notare come già nel patto tra il Signore e Abramo ci siano differenti descrizioni di quale sia la terra del popolo d’Israele. Se nel primo versetto si intende come terra concessa quella che sta tra il Nilo e l’Eufrate, questa si riduce sensibilmente nel passo successivo alla terra di Canaan intesa da Dan a Be’er Sheva. Il rav spiega come si debba intendere primo confine come un territorio eventualmente leggittimabile a fronte di eventuali conquiste e il secondo come invece un territorio frutto di una eredità e che quindi sia possesso imprescindibile del popolo ebraico, e di come questo lo sia stato halachicamente anche quando lo Stato d’Israele non esisteva. Tutto ciò che sta al di fuori dei confini di Dan e Be’er Sheva sembrerebbe quindi frutto di opportunità politiche trattabili. Tutto questo potrebbe cocciare con Deuterenomio 7,2 dove si dice esplicitamente che è vietato scendere a patti con gli idolatri, ma il rav ricorda che halachicamente cristiani e musulmani non siano considerabili “idolatri”. Ed è proprio su queste basi (la collocazione geografica extra canaanea e la non idolatria islamica) che rav Ovadia diede il benestare per la restituzione del Sinai e lo stesso principio fu valido anche su Gaza: “Chi si opponeva a quelle concessioni – dice il Rav – lo faceva spinto da altri principi morali”. Ma Chevron? Questa infatti rientra nell’eredità più stretta della terra di Canaan. E in effetti parrebbe intrattabile. Rav Punturello torna sul secondo dei due patti, quello di Canaan dove si legge “a te darò et eretz megurecha, la terra dove risiedi, la terra di Canaan”: se il possesso ha come riprova il fatto di risiedere in un determinato luogo, e se in quel luogo risiedono effettivamente dei non idolatri da tempo, forse – ad opinione del rav – in quelle terre è davvero possibile una convivenza.
Prende la parola Claudio Vercelli, che pone al folto pubblico diversi spunti. In primis fa notare come ormai non si discuta più di “legittimazione” dello Stato d’Israele, ma si discuta sulla “delegittimazione” dello Stato ebraico: “il problema dei confini d’Israele non è più legato all’esistenza questo, ma da ciò che Israele, ritengono, abbia sottratto”. Poco importa che – ricorda il professore – la provincia di Palestina sotto l’impero ottomano fosse estremamente frazionata, suddivisa sotto grandi famiglie in continua lotta tra di loro che, sotto ad una fedeltà apparente a Costantinopoli godevano di forte autonomia. Un popolo quindi disunito attanagliato da lotte intestine. Ed è in questo contesto a cavallo tra Ottocento e Novecento che si inserisce il sionismo, un movimento basato sulla mobilità che ambisce a una stanzialità. Per questi motivi il movimento sionistico si impegnava “a prender ciò che riusciva” senza imporsi a prescindere confini ben precisi.
Dentro a questa esperienza nascono i confini mobili (linee armistiziali) e si è giunti alle forme di sovranità e legittimità dell’Israele contemporaneo.
Siamo in un periodo storico in cui, a seguito di nuove profuganze e nuovi esìli, i concetti identitari sono di nuovo rimessi in discussione. Se i nemici di Israele – dice Vercelli – una volta si riconoscevano come nazionalisti, ora sono antinazionalisti: il radicalismo islamico si pone come obiettivo quello di abbattere i confini stabili.
Contemporaneamente, però, è Israele stessa ad essersi aperta ad un’ottica estremamente multiculturale: la dimensione ebraica oggi, significa molte cose diverse, molti modi diversi di vedere un progetto comune di cui tutti si è parte.

Filippo Tedeschi

(17 marzo 2016)

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