Quei figli scomparsi cinquant’anni fa

schermata-2016-12-11-alle-17-49-04Nello Yemen viveva una volta una delle più antiche comunità ebraiche del mondo, fondata duemila anni fa, arrivata a contare più di 50 mila membri. Ma negli anni della fondazione dello Stato di Israele, i gruppi religiosi musulmani più radicali e una parte delle autorità yemenite divennero sempre più intolleranti alla loro presenza. Ci furono massacri e saccheggi nel 1947 e nel 1948, e decine di ebrei yemeniti furono uccisi. Tra il giugno del 1949 e il settembre del 1950 il governo israeliano decise di riportare in Israele tutti quegli ebrei che non si sentivano più al sicuro nel paese. Nel corso dell’operazione, denominata “Tappeto magico”, 380 voli aerei segreti, compiuti dall’aviazione americana e britannica, trasportarono in Israele più di 49 mila persone. “Come immaginavate Israele?”, la domanda posta dal giornalista del Financial Times John Reed a Naomi Giat, ebrea yemenita sbarcata in Israele nel 1949 assieme al marito Yehiel e il piccolo Yosef, il figlio neonato. “Il paradiso”, la risposta di Naomi, che oggi ha 92 anni, al giornalista. Dopo i pericoli vissuti in Yemen, l’aliyah significava per queste migliaia di ebrei yemeniti la salvezza e la costruzione di una nuova vita. Il racconto di Naomi prosegue e racconta di come una volta sbarcati dall’aereo un’infermiera le disse che doveva prendere in custodia il figlio. La madre protestò ma l’infermiera insistette, dicendo che il bambino era malato e bisognava sottoporlo ad alcuni test. Poco dopo l’infermiera si ripresentò ai coniugi Giat, spiegando che Yosef doveva essere portato in un altro campo di transito. A distanza di due mesi, ai genitori arrivò infine la notizia della morte del figlio. Nessun certificato di morte, sottolinea Reed nel ricostruire la storia, una di quelle raccolte nel suo articolo dedicato a una ferita ancora aperta della storia d’Israele: la presunta sparizione in Israele di decine di bambini ebrei yemeniti e misrahim, che secondo le denunce sarebbero stati di fatto rapiti alle proprie famiglie e dati in adozione ad altre. “La maggior parte dei genitori – scrive il Financial Times – credono, e in una manciata di casi è stato dimostrato attraverso il test del Dna o con documentazioni, che i loro bambini siano stati presi dagli ospedali o dai campi profughi e dato a coppie senza figli di ashkenaziti ebrei israeliani, tra cui sopravvissuti alla Shoah”. Lo scorso giugno la questione è diventata nuovamente attuale, a causa di una nuova pressione da parte dell’opinione pubblica israeliana per scoprire la verità. Il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha così istituito una nuova commissione d’inchiesta guidato da Tzachi Hanegbi, ministro senza portafoglio per metà yemenita. È la terza di questo tipo ma Hanegbi, a differenza di quanto detto dalle altre due che hanno negato l’esistenza del caso (i bambini scomparsi erano tutti morti, la spiegazione data) ha dichiarato che “centinaia” di bambini erano stati deliberatamente rapiti nei primi anni della nascita d’Israele. Una dichiarazione forte che ha riaperto il vaso di Pandora e ora decine di persone aspettano di sapere se Hanegbi porterà alla luce la verità di quanto accaduto.

Pagine Ebraiche, Dicembre 2016