Da Firenze a Gerusalemme, la storia di David Cassuto
Vicesindaco di Gerusalemme a metà degli anni 90, l’architetto David Cassuto è sempre un punto di riferimento della comunità degli Italkim, gli italiani d’Israele. Sono oltre 7o anni che ha lasciato Firenze e si è ricostruito una vita dopo mesi in clandestinità per evitare la cattura dei nazifascisti. Ma non per questo ha smesso di sentirsi parte della storia e dei valori della sua città. Al sindaco Dario Nardella, oggi a Tel Aviv per alcune iniziative dedicate al Giorno della Memoria e al Cinquantenario dell’Alluvione, racconterà la vicenda della sua famiglia, di come si salvò dagli aguzzini, ma anche del tradimento subito dal padre Nathan, rabbino capo e tra i principali protagonisti della rete di assistenza agli ebrei. Deportato nei lager, non farà mai ritorno. Sopravvisse invece sua moglie Anna, che fu prigioniera ad Auschwitz, Bergen Belsen e Terezin. Con i figli partirà poi alla volta dell’allora Palestina mandataria, il futuro Stato di Israele. Stato che però non vide nascere. Nell’aprile del 1948 fu infatti uccisa da un gruppo di terroristi arabi nel corso di un attacco a un convoglio medico.
Cosa ricorda della sua infanzia fiorentina?
“Delle bellissime passeggiate. Lungo il viale dei Mille, ma anche nei dintorni della sinagoga di via Farini o nei pressi di quella, oggi non più esistente, di via delle Oche. Talvolta la domenica, che era il giorno libero di mio padre, andavamo in giro per la Toscana. Cercavamo le more, che io e mia sorella Susanna mettevamo in piccoli involucri e che nostra madre poi trasformava in gustose marmellate. Sono ricordi belli e teneri, gli ultimi tutti insieme prima della bufera. Mio padre d’altronde l’aveva detto in sinagoga, rivolgendosi alla sua Co-munita: “Guardatavi bene intorno. State attenti, non fate affidamento su nessuno”. Avevo sei anni, non riuscivo a comprendere il significato di quelle parole così cariche di tensione. Purtroppo presto ne avrei colto il senso in tutta la loro lacerante drammaticità”.
Con l’arrivo dei tedeschi in città, la situazione precipita.
“Sì, e come prima conseguenza porta al distacco tra nostro padre e il resto della famiglia. Noi, con la mamma, veniamo accolti al Convento della Calza. Papà invece è coinvolto fin da subito nella rete di assistenza clandestina ai perseguitati insieme al cardinale Elia Dalla Costa e ad altri eroi come il grande Gino Bartali. I contatti diventano meno intensi: alla fine, saranno poche le occasioni di incontro. Inoltre, essendo un istituto femminile quello in cui alloggiavamo, papà non poteva entrare. Era la mamma a scendere in strada e a raccogliere i suoi messaggi e il suo affetto. Il volto della mamma, quando tornava, tradiva però l’angoscia che l’assaliva. Pochi giorni e papà sarebbe stato arrestato in seguito a una delazione, e quindi deportato. Come noto, non tornò più”.
In quell’ottobre del 43 le nasce una sorellina…
“Sì, Eva. Dopo l’arresto di mia madre viene affidata a una balia, ma un’infezione ce la porta via in breve tempo. Ogni volta che sono a Firenze, vado a trovarla al cimitero in via di Caciolle e le dedico un pensiero”.
Il suo rapporto con Firenze?
“Mi sento fiorentino, sono orgoglioso di questa identità e ho sempre cercato di portarla in tutte le cose di cui mi sono occupato: dal lavoro di architetto all’impegno nelle istituzioni. La traccia che mi è stata innestata nella fanciullezza non è stata dispersa, l’umanesimo che ho imparato a toccare con mano sin da piccolo è sempre con me. Faccio questo esempio, che trovo significativo: quando ero vicesindaco di Gerusalemme, fu stabilito che partecipassi ai più importanti incontri con leader internazionali. Mi veniva detto: “Sei fiorentino, hai una carta in più da spendere per rappresentarci al meglio”.
Ho così cercato di rafforzare i legami tra le nostre due città, accogliendo con emozione il grande regalo che Firenze volle farci donandoci una riproduzione del David di Michelangelo. Purtroppo, la nudità della statua fu vista come fumo negli occhi sia tra gli arabi che negli ambienti più conservatori del mondo ebraico. Alla fine, per placare le polemiche, fu trovata una soluzione alternativa. E in dono ci arrivò una copia del David del Verrocchio che come noto indossa un gonnellino”.
C’è qualcosa invece che rimprovera a Firenze?
“Vorrei che ci fosse più consapevolezza. Sia di quello che è successo in quel tragico passato, perché non è un caso che io viva da sempre a molte migliaia di chilometri dal posto in cui sono nato. Sia per quello che sta succedendo oggi, con la minaccia del terrorismo sulla popolazione civile di Israele. Ci sentiamo isolati a Gerusalemme. Sempre in allarme. Eppure, tanti sembrano volerci insegnare come comportarci di fronte alle complesse sfide della nostra quotidianità. Anche quando sono a Firenze mi capita di orecchiare discorsi spiacevoli. Mentirei se dicessi che queste cose non mi feriscono”.
Cosa dirà a Nardella?
“Gli racconterò la mia storia, e la storia di mio padre Nathan. Ma anche quella di mio nonno Umberto, una delle più eccelse menti del goo. Abbiamo un legame profondo con Firenze, che ancora oggi rappresenta quella sfida antica di umanesimo di cui tutti nel mondo abbiamo un gran bisogno. Firenze è sinonimo di bellezza. E lo è anche Gerusalemme, città aperta a tutte le persone e a tutti i popoli che credono realmente nella pace. Non solo a parole”.
Adam Smulevich, Corriere Fiorentino, 15 gennaio 2017
(15 gennaio 2017)