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JCiak – Il giovane Karl Marx

The Young Karl Marx

Diciamolo subito, nessuno ha gridato al miracolo. Le Jeune Karl Marx era uno dei film più attesi al Festival di Berlino. Il tema, la giovinezza di Karl Marx e il suo incontro con Engels, era intrigante come il periodo storico in questione. E la regia di Raoul Peck, fresco della candidatura all’Oscar per I Am Not Your Negro (2016), documentario basato su un testo di James Baldwin e dedicato alla storia degli scontri razziali negli Stati Uniti, lasciava presagire un film capace di andare al di là delle solite biografie romanzate.
Il lavoro ha invece diviso la critica. Troppo cerebrale per alcuni (Hollywood Reporter l’ha paragonato alle “note per un corso universitario sulla storia del XIX secolo”, solo in versione grande schermo), un po’ piatto per altri, Le Jeune Karl Marx è in ogni caso un film da vedere se amate la storia, le idee, la politica.
Il film esce dai luoghi comuni dei biopic e mescola vita privata, riflessione filosofica e scenari storico politici. La scena di apertura ci porta direttamente nel cuore della questione, quello che è il vero soggetto di Le Jeune Marx, la nascita della dottrina marxista. Vediamo un gruppo di miseri contadini che raccolgono i rami caduti a terra nella foresta assaliti dalla polizia a cavallo: anche quella povera raccolta è considerata un furto.
Siamo nel 1842.
La violenza indigna il giovane Marx (August Diehl) che ne scrive a più riprese sul giornale Rheinische Zeitung. Quando il giornale chiude e lo staff è arrestato, Karl si rifiuta di venire a più miti consigli e si ripromette invece di diventare ancora più esplicito.
L’opportunità arriva alla svelta. Marx si trasferisce a Parigi insieme alla moglie Jenny von Westphalen (Vicky Krieps), aristocratica che ha infranto le convenzioni di classe sposandolo anche se figlio di un ebreo convertito. E’ qui che il pensatore incontra Friederich Engels (Stefan Konarske).
Dopo le prime scintille, i due stringono un sodalizio destinato a fare storia. Costretto all’esilio, braccato dalla polizia, poverissimo, Marx continua assieme a lui il suo lavoro monumentale e le loro strade s’incrociano, spesso scontrandosi, con altri pensatori di spicco, tra tutti Pierre-Joseph Proudhon (Olivier Gourmet) e l’anarchico Mikhail Bakunin (Ivan Franek).
L’azione culmina a Londra, nel 1847, al congresso della Lega dei giusti. I due amici sono accolti in modo trionfale e nel giro di poche votazioni il gruppo, di ispirazione socialista e cristiana, si trasforma in Lega comunista. Cambia anche il motto. Il “Tutti gli uomini sono fratelli” usato fino allora, diventa “Proletari di tutti i paesi, unitevi”.
In finale, le parole di Marx (“in passato i filosofi hanno solo spiegato il mondo. Il punto è cambiarlo”) vengono fatte risuonare, con una certa vena euforica, nel passato prossimo. Sulle note di Bob Dylan vediamo il Che, il Muro di Berlino, Nelson Mandela, il movimento Occupy. Quasi superfluo, a questo punto, il commento del direttore della Berlinale Dieter Kosslick “sarebbe bello poter guardare il mondo di oggi attraverso gli occhi di Marx”.

Daniela Gross

(16 febbraio 2017)