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Periscopio – Le mani libere

lucreziTornato da un breve ma intenso soggiorno in Israele, in occasione della conferenza di cui ho parlato mercoledì scorso, cerco di sintetizzare, in brevi righe, l’essenza delle molteplici e contrastanti sensazioni da me provate, fatte di molte luci e anche di qualche ombra.
Innanzitutto, da quel po’ che ho potuto vedere con i miei occhi, e da quello che ho potuto apprendere dalle molte conversazioni con i miei diversi amici, il Paese offre senz’altro un’immagine di grande forza, vitalità, benessere. L’economia va benissimo, i fermenti culturali crescono, i giovani riescono ad esprimere i loro talenti, in patria e all’estero, nei campi più disparati, si respira una diffusa gioia di vivere, in un clima generalmente sereno e disteso: anche le misure di sicurezza (lo scrivo toccando ferro…), nonostante i recenti, cruenti attentati, appaiono evidentemente allentate. La cosiddetta sindrome dell’assedio, che, a livello politico, ha tutte le ragioni di esistere, non sembra tanto percepita o manifestata nella vita quotidiana. Il tasso di natalità è elevato, e Israele, nonostante tutte le difficoltà, figura ai primi posti delle classifiche della felicità. Perfino il flusso di immigrazione, in sensibile crescita, da alcuni Paesi europei – come la Francia e la stessa Italia – può essere letto in un’ottica positiva: non è solo frutto dell’antisemitismo, ma anche dell’attrazione esercitata da una società in crescita, che offre varie opportunità. Come è stato detto, un “Paese start up”. Di questa vitalità, la piccola ma gloriosa comunità degli Italkìm appare pienamente partecipe: i nostri concittadini raccolgono successi nei terreni più disparati, appaiono sempre più rispettati, benvoluti e ammirati, tengono ben alte entrambe le loro bandiere.
Ma, come ho detto, ho visto anche delle ombre, anzi una, che è la crescente divisione interna del Paese. Qualche tempo fa il Presidente Rivlin ebbe a denunciare il dato negativo di un Paese diviso in quattro “tribù” – gli ortodossi, il laici religiosi, i laici non religiosi e gli arabi -, che poco dialogano tra di loro. Ebbene, non solo questa separazione non mi pare essersi ridotta, ma mi sembra anzi che anche all’interno di ciascuna tribù – almeno della seconda e della terza, che sono quelle che più conosco e frequento – si siano approfonditi i solchi di profonde contrapposizioni, dovute a divisioni particolarmente aspre e radicali nelle visioni politiche. Sappiamo bene che la forte vis polemica del dibattito politico ha sempre segnato la società israeliana, fin da prima della fondazione dello stato, ed è sempre stata, fondamentalmente, un elemento di vitalità civile, un costante segno di impegno, confronto, partecipazione. Ma credo che, in precedenza, queste contrapposizioni tendessero comunque a confluire verso un momento di sintesi e di unità, rappresentato dalla comune fiducia nei valori fondanti dello stato, dal sentimento di un’identità di fondo condivisa, di un forte legame comune – una comune Memoria e un comune destino -, dall’amore per un’unica bandiera. Mi pare invece che anche Israele sia stato raggiunto, o lambito, da quell’onda di intolleranza e violenza verbale che sta minando le fondamenta di molte società d’Europa e del Nordamerica, e che fa sì che la lotta politica coinvolga anche le fondamenta del patto sociale e la funzione delle istituzioni democratiche, che dovrebbero invece svolgere un ruolo di garanzia per tutti, venendo lasciate al riparo da contrasti di parte, tensioni e polemiche.
Tra queste, un posto di particolare importanza riveste, com’è noto, la Corte Suprema, che da sempre svolge una fondamentale e imprescindibile opera di mediazione tra politica e diritto, sottoponendo tutte le decisioni del governo, del Parlamento e dell’esercito a un rigoroso e indispensabile vaglio di legittimità, dal quale la democrazia d’Israele ha sempre tratto forza e vigore, tanto da diventare un modello, per tutto il mondo, di giustizia e civiltà. Naturalmente tutti, anche i giudici, possono sbagliare, e anche le sentenze della Corte possono essere criticate, ma disprezzarne sistematicamente la funzione e l’operato, in ragione del mancato gradimento di alcune delle sue risoluzioni – come si è visto di recente fare, anche da parte di soggetti investiti di autorevoli responsabilità -, è qualcosa che va la di là della legittima critica. E alcune proposte, che sono state avanzate, di ridurre drasticamente i poteri della Corte (fino, in pratica, a svuotarli sostanzialmente, come avverrebbe se la cassazione delle leggi potesse essere disposta solo con maggioranze fortemente qualificate), mi sembrano molto pericolose. Se venissero accolte, sarebbe lo stesso valore della democrazia a essere colpito, e tutto Israele sarebbe più debole: compreso il governo di turno, nonostante l’effimera illusione delle “mani libere”.

Francesco Lucrezi, storico

(1 marzo 2017)