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Gerusalemme, 50 anni e un Giorno

dossier pag 18 - gerusalemme

La vita colorata in un campus universitario vibrante di diversità, lingue e calcetto in una Gerusalemme “molto più piccola di quella di oggi”, poi nel giro di poche settimane la tensione, la guerra e l’incertezza, interrotta dalla rapidissima vittoria, dall’euforia, dalla commozione: “Har HaBayt BeYadenu”, “il Monte del Tempio è nelle nostre mani”. Sergio Della Pergola, demografo e professore emerito dell’Università ebraica di Gerusalemme, nella tarda primavera del 1967 era arrivato in Israele da pochi mesi dopo la laurea in Scienze politiche a Pavia e delle settimane che portarono alla Guerra dei Sei Giorni, del conflitto, di ciò che ne seguì, ricorda tutto momento per momento. In vista del cinquantesimo anniversario della riunificazione di Gerusalemme, rievoca quegli istanti con Pagine Ebraiche.
Dossier - sergio della pergolaArrivato ad anno accademico inoltrato nel dicembre 1966, Della Pergola riceve una stanza nel dormitorio insieme a uno studente arabo-israeliano. “Ibrahim, veniva da Umm al Fahm (nell’immagine assieme a Della Pergola), centro del nord del paese oggi piuttosto militante in senso anti-israeliano. Io studiavo l’ebraico e cominciavo a scoprire la realtà di Gerusalemme, e quella fu un’occasione per entrare in contatto anche con coetanei arabi. Poi nel campus c’erano studenti stranieri non ebrei, nuovi immigrati, tra cui diversi ragazzi italiani, gli stessi israeliani. Vivevamo con spensieratezza, ricordo epiche partite di pallone”. Poi qualcosa comincia a cambiare. Ci sono scontri al confine con la Siria, che dalle alture del Golan bombardava il territorio israeliano. Fino a che non si arriva al giorno di Yom HaAtzmaut, la festa per il Giorno dell’Indipendenza. “Si era nel maggio del 1967. Come ogni anno, si tenne la parata militare nel Bloomfield Stadium dell’Università ebraica di Gerusalemme. Oltre ai soldati, fu fatta sfilare una jeep che trainava un piccolo rimorchio con sopra un cannoncino, che il pubblico guardò con un sorriso misto a un po’ di commiserazione. Mai avremmo immaginato quello che stava per succedere”. Poche ore dopo infatti, il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser usa quel carrellino come pretesto per accusare gli israeliani di aver introdotto armi pesanti a Gerusalemme rompendo l’armistizio e annuncia la chiusura alle navi israeliane dello Stretto di Tiran, che separa il Golfo di Aqaba dal Mar Rosso, rendendo quindi impossibile raggiungere il porto di Eilat. “La negazione dell’accesso ad acque internazionali era un atto di guerra. Cominciarono le consultazioni diplomatiche, i tentativi stranieri di mediazione, e nel frattempo Nasser chiese alle Nazioni Unite di ritirare le truppe che facevano da cuscinetto tra la Striscia di Gaza allora in mano egiziana e il suo esercito, e Israele, richiesta prontamente esaudita. La tensione cresceva. Il campus dell’Università progressivamente si svuotò, con gli studenti richiamati al servizio militare come riservisti e l’ottimismo giovanile lasciò spazio alla preoccupazione. Eppure ricordo anche come a un certo punto avevamo l’impressione che forse si sarebbe trovata una soluzione diplomatica. Ricordo che la sera del 4 giugno con Ibrahim e altri amici arabi brindammo alla salute di re Hussein di Giordania che credevamo potesse moderare e mettere un freno agli estremismi di Nasser”. Ma il giorno dopo, Sergio e Ibrahim vengono svegliati dalla sirena. È la guerra. “I ragazzi arabi che avevano una casa dove tornare, se ne andarono, noi scendemmo nei rifugi sotterranei”. Sono ore di angoscia, con la radio sempre accesa, senza sapere davvero come stiano andando le cose. “Gerusalemme, veniva bombardata dall’artiglieria giordana che colpiva dalle mura della Città Vecchia, e dalle colline a sud della città”. Poi cominciano ad arrivare le prime notizie: l’aviazione israeliana prevale nettamente e infligge pesanti perdite a quelle di Egitto, Siria, Giordania, Iraq, le truppe hanno conquistato la penisola del Sinai, come annunciato, sempre via radio, dall’allora ministro della Difesa Moshe Dayan. “Ricordo la comunicazione parola per parola: ‘siamo un popolo piccolo ma coraggioso’ fu il suo incipit”. Infine, l’ingresso di Israele nella Città Vecchia, e l’arrivo dei paracadutisti al Kotel, il Muro Occidentale, il luogo più sacro dell’ebraismo. “Sentire la notizia e poi il suono dello shofar fu un’emozione indicibile”.
Cominciano giorni di euforia. Non solo l’accesso a tutta Gerusalemme, dopo quasi vent’anni di occupazione giordana della parte est, ma anche, tiene a precisare Della Pergola, la sensazione che la pace fosse dietro l’angolo.
“C’era un grande ottimismo: tutti pensavano che l’aver occupato dei territori fosse una situazione temporanea, una possibilità per ottenere la pace in cambio della loro restituzione. Lo stesso Dayan disse che aspettava la telefonata di re Hussein. Ma quella
telefonata non arrivò mai, gli Stati arabi decisero per la totale intransigenza, ed esclusero il riconoscimento di Israele. Così, dopo qualche mese e anche in conseguenza di questo atteggiamento, l’atmosfera iniziò a cambiare, e qualcuno cominciò a ipotizzare l’idea di tenere i territori conquistati.”
A cinquant’anni da quei giorni, Della Pergola sottolinea però come un messaggio vada mandato forte e chiaro: “Credo che nessuno cinquant’anni fa avrebbe pensato che il problema sarebbe stato ancora aperto oggi e su come risolverlo ci sono molte correnti di pensiero. Io personalmente ritengo che questi territori rappresentino più un fardello che un vantaggio, se si vuole mantenere l’idea di uno Stato ebraico e democratico, altri hanno idee diverse. Però non possiamo dimenticare che per gli Stati arabi, l’obiettivo della Guerra dei Sei Giorni era quello di distruggere Israele, e non per punirla dell’occupazione, che allora ovviamente non esisteva, ma semplicemente per distruggerla. E questo oggi non lo dice nessuno”.

Rossella Tercatin, Pagine Ebraiche Aprile 2017