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La salute digitale al servizio dei cittadini

Schermata 2017-06-11 alle 18.45.46La spesa per la sanità pubblica – e soprattutto come ridurla – è uno dei grandi temi della politica moderna. In gioco, il bilanciamento di diversi interessi e diritti: da una parte la tutela della salute del cittadino, dall’altra le esigenze di bilancio degli Stati. Un caso esemplare di questo confronto, l’attuale quanto discussa riforma sanitaria voluta negli Stati Uniti dal presidente Donald Trump per sostituire quella del suo predecessore Barack Obama: da una parte la nuova legge, l’American Health Care Act, prevede un taglio netto delle spese previste dal cosiddetto Obamacare (la riduzione proposta dai Repubblicani dovrebbe toccare quota 800 miliardi di dollari in 10 anni in riferimento alle spese federali), dall’altro però causerebbe, secondo alcune stime, la perdita per milioni di americani della copertura sanitaria (nella prima versione della riforma, il Congressional Budget Office CBO, un ufficio indipendente che analizza e prevede impatto e costi delle leggi in discussione al Congresso, aveva stimato che a rimanere senza assicurazione sarebbero stati 24 milioni di americani). La situazione oltreoceano è dunque un esempio di un dibattito non scontato sulla sostenibilità dei sistemi sanitari, che coinvolge ovviamente anche l’Italia (realtà molto diversa da quella americana, visto il principio solidaristico che vige nel nostro Paese), a maggior ragione a fronte di un progressivo invecchiamento della popolazione. “I modelli di cura tradizionali difficilmente riusciranno a sostenere la crescita costante delle esigenze dei pazienti e dei costi sanitari nelle economie ad alto reddito”, avvisano Ran Balicer, del dipartimento di Salute pubblica dell’Università Ben Gurion, e Arnon Afek, della Scuola di Medicina dell’Università di Tel Aviv, sul numero monografico dedicato a Israele dalla rivista scientifica The Lancet (considerata una delle più autorevoli a livello internazionale). Secondo Balicer e Afek, che inquadrano la situazione israeliana, una delle soluzioni sta nella “innovazione della medicina digitale” che promette di contribuire alla riduzione delle inefficienze della Health Care Delivery (HCD – ovvero il processo di erogazione delle cure sanitarie ai malati), “migliorarne l’accesso, aumentarne la qualità e rendere la medicina più personalizzata e precisa in un’epoca di crescenti vincoli di bilancio”. In attesa di vedere appieno i risultati, Israele ha investito in modo significati nel settore dell’innovazione medica: negli ultimi anni, come spiega Lancet, il numero di nuove società sanitarie digitali è cresciuto in modo significativo, con 385 aziende fondate nel solo 2016. Queste aziende rappresentano una parte importante di una fiorente industria legata al settore delle life sciences
(scienze della vita) che sta avendo un chiaro impatto sull’economia israeliana: nel 2015, registra un report del Pew research center, in Israele sono stati fatte fusioni e acquisizioni in questo settore per 7,2 miliardi di dollari. Le cosiddette exit (uscite – vendita delle quote di una società) di start-up connesse alle life sciences sono passate dal 2014 al 2015 dal essere il 15 per cento delle exit totali al 33 per cento. “Israele – proseguono Balicer e Afek – è stato anche precoce nell’adottare tecnologie sanitarie digitali nella pratica clinica, l’analisi dei big data, la telemedicina e il coinvolgimento online dei pazienti all’interno della cura clinica quotidiana”. Ad esempio, i fornitori di servizi assistenziali del Clalit Health Services (una delle quattro principali mutue israeliane) hanno privilegiato i pazienti anziani a rischio di deterioramento dello stato di salute in base a una modellistica predittiva fondata sui big data per più di un decennio, e molti altri modelli predittivi per possibili future malattie sono stati adottati. Queste iniziative non hanno aumentato i costi sanitari. Le spese dello Stato d’Israele sono di due terzi sotto la media dei Paesi Ocse eppure, in una classifica stilata da Bloomberg, il Paese è tra i primi paesi a livello mondiale nella scala di efficienza sanitaria.
Per Balicer e Afek il modello Israele – che pure ha alcuni problemi – è replicabile in altri sistemi sanitari, seguendo quello che i due studiosi definiscono “la convergenza di quattro attributi”. Che sono: l’infrastruttura informatica e dei repository (archivi dei dati) del settore sanitario, l’integrazione e aggiornamento dei dati del paziente provenienti da tutte le strutture di cura e sociali in registri sanitari nazionali unificati (ciascun paziente ha un numero identificativo unico); la cultura imprenditoriale che porta allo sviluppo di innovazione nel settore sanitario; l’investimento da parte dello Stato in ricerca e sviluppo (Israele investe il 4 per cento del suo Pil, è la prima al mondo in questo settore).

(11 giugno 2017)