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Da Tel Aviv a Sderot, un Paese che sa giocare

2013-08-21-10.05.48

Nei giorni d’estate, l’incontro tra le pietre bianche di Gerusalemme e il sole mediorientale sprigiona un effetto abbagliante, a metà fra un riflettore acceso in una galleria di specchi e la vista della tua migliore amica in abito da sposa. Tuttavia, anche se i suoi massi più famosi sono le eterne rocce che stanno nel chilometro quadrato scarso della Città Vecchia dove case e luoghi sacri si affollano in egual misura, per assaggiarne la realtà oltre le cartoline sarebbe opportuno fermarsi appena fuori dalle mura ottomane.
Qui è stato infatti inaugurato nel 2013 il Teddy Park, diventato per molti la spiaggia di Gerusalemme, con uno spiazzo dove ogni due ore zampilla una giostra di 256 fontane: per la gioia di bambini sguazzanti accompagnati da papà e mamme con kippah (il tipico copricapo ebraico maschile), capelli scoperti, velati, foulardati, parruccati o cappellati in tutte le sfumature di ciò che si può trovare sulle teste della variegata popolazione israeliana. Con una media di 3,1, Israele è il paese Ocse con il numero più elevato di figli per donna. Per strada, il contrasto con l’Italia (1,4) non potrebbe essere più abissale: bambini, carrozzine e pancioni sono dappertutto, così come i parchi giochi, un osservatorio unico per scoprire un Paese che sprigiona vita complicata, ma considera le nuove generazioni una priorità.
“Tesoro vieni è ora di tornare a casa!». ll richiamo dei genitori di tutto il mondo risuona anche nella piccola area giochi su Rothschild Boulevard, cuore della Tel Aviv più esclusiva. Noa, fiera mamma locale dagli occhi azzurri e i capelli neri, richiama la sua Alma, sette anni e look principesco con vestitino rosa antico e riccioli leggeri raccolti in uno chignon, che si arrampica per l’ennesima volta sullo scivolo. Nel 2011, le tende piantate sullo sciccoso viale alberato, dove i veicoli corrono sulle corsie laterali mentre il giardino in mezzo vibra di caffè, biciclette e cultura, conquistavano i titoli dei giornali. Quell’anno furono centinaia di migliaia le persone in piazza contro il carovita, mentre si scopriva che l’economia israeliana ruggiva ma le sue classi medie e povere tagliate fuori dalla bolla dell’high tech iniziavano a soffrire. «Ricordo bene le proteste, c’era la sensazione che tante cose potessero cambiare.
Non è che poi siano cambiate granché» ammette Noa. In effetti i costi degli appartamenti sono alle stelle, e non solo sull’elitaria Rothschild. Secondo l’ Economist, tra il 2006 e il 2016 Israele è stata seconda soltanto a Hong Kong, nel mondo, per tasso di crescita dei prezzi degli immobili: l’82%, in termini reali. E così, nonostante l’economia abbia segnato lo scorso anno un 4% e la disoccupazione viaggi sotto il 4,5, sono in molti a rimanere indietro.
Per scoprire la faccia della città che fatica basta spostarsi in un altro parco giochi solo un paio di chilometri più a sud, all’ombra della Stazione centrale degli autobus di Tel Aviv, zona malfamata e piena di migranti africani arrivati a piedi dall’Egitto. Qui gli edifici sono squallidi, ingentiliti soltanto dalla luce della primavera, mentre a seconda della direzione del vento il profumo nell’aria cambia dalla fragranza dei fiori fucsia e arancio all’immondizia umidamente decotta dalla calura.
Tuttavia, mentre su prati e panchine in molti bivaccano, il Lewinsky Park offre anche tutto quello che un bambino può desiderare, oltre a una felice biblioteca-giardino all’aperto con migliaia di volumi in 16 lingue per lettori di tutte le età, attività ricreative e di formazione. Se i parchi giochi rappresentano gli occhi penetranti di una Israele giovane e immaginifica che non smette di guardare avanti, è proprio dal grande edificio degradato della stazione che si può partire per esplorare qualcuna delle rughe di una nazione alla vigilia del suo settantesimo compleanno.
Urbani e interurbani, gli autobus in Israele sono stati il tradizionale mezzo di trasporto per eccellenza in uno Stato che, anche per tragiche ragioni memoriali, non ha amato e sviluppato i treni a sufficienza e dove le auto per molto tempo sono rimaste un bene di lusso; ma oggi le strade sono le più congestionate dell’Ocse, solo il 10% degli spostamenti viene effettuato usando i mezzi pubblici, mentre le autorità stanno cercando in ritardo di correre ai ripari con nuovi investimenti infrastrutturali.
A dare il nome alla Egged, la prima e più grande cooperativa di mezzi pubblici del Paese che incarna ancora l’impronta del sogno socialista dei suoi fondatori, è stato nel 1933 il pioniere della poesia ebraica Haym Nachman Bialik (la parola richiama il concetto di unificazione). Da allora gli autobus hanno portato i soldati al fronte nelle guerre che si sono susseguite un decennio dopo l’altro, sono diventati bersaglio della crudeltà terrorista, sono stati tra i protagonisti della transizione dell’economia nazionale verso un sistema più capitalista, con i loro autisti caparbi (qualcuno direbbe aggressivi), insofferenti nelle minuzie ma capaci di portarti a casa a fine turno se sei finito sulla linea sbagliata, in un concentrato di israelianità pura.
È in autobus che vado a sud e raggiungo Sderot, 25mila abitanti, divenuta tristemente celebre nel mondo come bersaglio facile per le migliaia di razzi lanciati da Hamas, l’organizzazione terroristica che dal 2007 ha preso il controllo della Striscia di Gaza, a un solo chilometro di distanza. «Vivere qui vuol dire imparare a tenere testa alle difficoltà», mi racconta Rinat nel parco giochi divenuto uno dei simboli della città per via di un bruco gigante di cemento cavo che funge allo stesso tempo da giostra e da rifugio antirazzo. I suoi bimbi, Ulavi, Neriah e Arhel, conoscono bene il significato delle sirene che lasciano solo nove secondi per arrivare ai bunker. Eppure la giovane madre si dice contenta di vivere in questa cittadina che, quando l’allarme non suona, è a metà tra il ridente e il sonnacchioso, dove «le scuole sono ottime e la vita poco costosa» e nei parchi giochi i rifugi, presenti per legge anche in tutti gli edifici, sono decorati con personaggi dei cartoni animati.
Più critico è l’atteggiamento di Maisam, residente di Tira: città del cosiddetto “Triangolo”, una zona qualche decina di chilometri a nord di Tel Aviv con un’alta concentrazione di centri arabo-israeliani. «Nelle città arabe le infrastrutture pubbliche per famiglie praticamente non esistono: sia perché i terreni sono quasi tutti di proprietà privata, sia perché mancano i fondi, e il governo non se ne occupa abbastanza», dice, portandomi in giro per una Tira semideserta in omaggio al venerdì di Ramadan su una Bmw dai sedili rossi fiammanti quanto la sua personalità vulcanica, che il digiuno in ossequio al mese sacro dell’Islam non scalfisce affatto. Nonostante tutto, almeno un classico parco giochi con scivoli, altalene e gabbia di corda per arrampicarsi lo troviamo anche qui prima di andare a trovare Diana, che per le sue bimbe di tre anni e cinque mesi, Bissan e Carmel, non si accontenta. «A Tira non ci sono caffè adatti alle famiglie. Così stiamo lavorando per aprirne uno, con un’area gioco, libri e anche uno spazio per le attività culturali».
Se Maisam e Diana raccontano la ricerca di una vita normale in un Paese che definiscono il loro ma verso cui esprimono sentimenti difficili, fatti delle complessità che caratterizzano il rapporto tra Israele e i suoi cittadini arabi, a descrivere quella che a suo parere è la normalità unica di un’altra delle sue città «per quanto riguarda un po’ tutto, dal clima al conflitto», è Nir, che incontro con il figlio di nove anni Doron nello stupendo Parco Hecht sul mare di Haifa. «Ammetto che di solito è mia moglie ad accompagnarlo, ma oggi è giornata di mezza vacanza e così sono potuto venire io» sottolinea mentre in compagnia di diversi papà fa volare Doron su un’altalena rotonda.
Al tramonto a sostituire i bambini nei parchi del Paese da nord a sud sono giovani coppie di innamorati o aspiranti tali. II Teddy Park di Gerusalemme, con le sue fontane che si trasformano in uno spettacolo di romantica magia grazie a giochi di luce e musica di sottofondo, è ancora una volta un’isola d’incanto. D’altronde, per mettere al mondo tutti quei pargoli, da qualche parte bisogna pur cominciare. Forse il segreto sta proprio nel fascino dei parchi giochi. Negli autobus, ve lo garantisco, no.

Rossella Tercatin, Corriere Sette

(Nell’immagine, giochi d’acqua al Teddy Park di Gerusalemme)

(18 giugno 2017)