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Operazione buon vicino, Israele
e l’aiuto al Golan siriano

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Mentre il governo Netanyahu e i suoi diplomatici lavorano per ottenere garanzie da Russia e Stati Uniti sul ruolo dell’Iran in Siria, Israele continua nel suo impegno ad aiutare i civili nel Golan siriano. Un’iniziativa nota da tempo ma di cui le autorità israeliane hanno parlato ufficialmente solo il mese scorso mostrando ai media lo sforzo dell’operazione denominata “buon vicinato”: nel corso del tempo Israele ha trasferito 360 tonnellate di cibo, 450.000 litri di benzina e 50 tonnellate di indumenti per la popolazione Siria. Ha anche inviato grandi quantità di antidolorifici, anestetici e medicine di base per il diabete e l’asma. Senza contare le operazioni di soccorso per i feriti siriani – oltre 3mila, di cui molti bambini -, ricoverati e curati negli ospedali israeliani e poi rimandati in patria in segreto per evitare ripercussioni. Un problema, quest’ultimo, molto sentito, come ha raccontato di recente un comandante di ribelli siriani a un gruppo di giornalisti internazionali riuniti al Media Central di Gerusalemme. In un’intervista via skype, Abu Hamad – nome di battaglia – ha raccontato, con il volto coperto per sicurezza, di come “le milizie sciite sostengono che siamo dei traditori” proprio per la collaborazione sul fronte umanitario con Israele. Da un’abitazione nella zona di Quneitra, nel Golan siriano, Abu Hamad ha spiegato che la popolazione dell’area si trova tra l’incudine e il martello, ovvero tra le milizie sciite finanziate dall’Iran che combattono per il regime di Assad e i jihadisti dell’Isis. Descrivendo l’instabilità della zona, che si trova a ridosso col confine israeliano, il comandante ribelle ha parlato di una società completamente allo sbando, dove non esiste applicazione della legge, non ci sono approvvigionamenti di cibo e acqua, non c’è elettricità, i bambini non possono andare a scuola. “C’è un’intera generazione ignorata”, ha dichiarato l’uomo, come riporta tra gli altri il Times of Israel. Abu Hamad ha poi ringraziato Israele per la sua generosità spiegando che si tratta di un aiuto che non viene nascosto alla popolazione – ad esempio non vengono rimosse le etichette in ebraico dai beni e viveri – ma che per questioni di sicurezza non viene neanche pubblicizzato. Il comandante ha poi spiegato che vi è un contatto diretto con gli israeliani per portare le persone che hanno bisogno di cure mediche oltreconfine: prima i civili siriani passavano dall’altra parte a piedi autonomamente, in cerca di aiuto, ora c’è un contatto che fa da mediatore per organizzare il sistema di soccorso.
In alcune interviste pubblicate dall’esercito israeliano, i civili siriani hanno raccontato le loro esperienze e sensazioni, oltre alla gratitudine, rispetto agli aiuti provenienti da un paese che credevano fosse loro nemico (cosa ufficialmente vera). “Ci insegnano che Israele è il paese che ci odia di più – le parole di una donna siriana che ha ricevuto assistenza medica – Siamo venuti e abbiamo visto con i nostri occhi quello che ci stanno dando qui. Israele è tutto per noi vista la mano che ci sta dando”.

d.r. @dreichelmoked

(25 agosto 2017)