moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Voci israeliane per l’accordo nucleare iraniano

aviram levy 2A metà ottobre il Presidente Usa Donald Trump si è rifiutato di “certificare” l’accordo sul nucleare iraniano, decisione che potrebbe preludere a una revoca vera e propria del trattato a meno di un voto del Congresso americano, entro 90 giorni, in cui questo dichiara che l’Iran sta rispettando gli impegni presi. L’annuncio di Trump ha creato subbuglio e preoccupazione non solo in Europa, dove come era prevedibile vi è preoccupazione per le possibili ripercussioni militari e quelle commerciali, ma inaspettatamente anche in ambienti militari negli Stati Uniti e in Israele.
Gli interessi dell’Europa per una continuazione dell’accordo sono abbastanza chiari. Da un lato la vicinanza geografica con l’Iran e col Medio Oriente fa sì che una eventuale escalation militare tra Iran e Israele arriverebbe a toccare i confini dell’Unione europea. Dall’altro lato gli interessi economici: da quando un anno fa è stato stipulato l’accordo con l’Iran, diversi colossi industriali francesi e tedeschi (tra questi Airbus, Total, Peugeot e Siemens) hanno effettuato massicci investimenti in Iran. Peraltro, anche l’industria americana non ha resistito alla “tentazione” e la Boeing di Seattle si è impegnata a vendere all’Iran ben 110 aeromobili. Ovviamente una disdetta dell’accordo e una ripresa delle sanzioni contro l’Iran costringerebbe queste aziende europee e americane ad abbandonare i loro progetti e comporterebbe pesanti perdite. Un sostegno inaspettato, e in linea di massima “disinteressato”, all’accordo con l’Iran è stato invece fornito dall’establishment di sicurezza e militare statunitense e israeliano. Negli Stati Uniti sia il Segretario di Stato sia quello alla Difesa hanno cercato inutilmente di dissuadere Trump dal “disdire” l’accordo. È inoltre noto che tra i fautori dell’accordo vi era anche l’ex Segretario di Stato Colin Powell, un repubblicano non sospettabile di “cedevolezza”. Ancora più inatteso e poco noto è il sostegno all’accordo espresso da alti esponenti militari e dell’intelligence in Israele: Uzi Eilam, ex responsabile della Commissione israeliana per l’energia nucleare, ha dichiarato che l’accordo con l’Iran “era e rimane un buon accordo, che ha reso Israele e il mondo più sicuri”; secondo Carmi Gillon, ex capo dello Shin Bet, “grazie all’accordo, il programma nucleare iraniano è stato reso innocuo e le vie di accesso alla costruzione di una bomba sono state bloccate”; per Efraim Halevy, ex capo del Mossad, “l’accordo raggiunto un anno fa ha superato ogni aspettativa realistica anche qui in Israele”. Pareri dello stesso tenore sono stati espressi da numerosi ex generali dell’esercito israeliano.
In definitiva, a favore dell’accordo sul nucleare iraniano vi sono non solo forti interessi economici ma, per una volta, anche sincere e autorevoli preoccupazioni da ambienti militari difficilmente sospettabili di “appeasement” o di perseguire interessi di bottega. In particolare, le preoccupazioni espresse dagli ambienti militari dovrebbero far riflettere quei commentatori che un anno fa negli Stati Uniti, in Israele ma anche in Italia, in occasione della stipula dell’accordo, avevano attaccato duramente e demonizzato il Presidente Obama, secondo loro colpevole di avere “svenduto” Israele all’Iran.

Aviram Levy, economista, Pagine Ebraiche Novembre 2017