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Da Israele, lezioni di resilienza

20190212_094027 (1)Come si costruisce una comunità resiliente. Israele da alcuni anni ha scoperto di avere un know how privilegiato in questo campo e così ha iniziato ad esportare questa conoscenza nata dall’esperienza. A raccontarlo a Roma, a un evento organizzato dall’ambasciata d’Israele in Italia, Sara Shadmi-Wortman, capo del dipartimento di community building dell’Oranim College, che ha insegnato il suo approccio dal Nepal al Burundi. Introdotta dal viceambasciatore Ofra Farhi, Shadmi-Wortman ha incontrato diversi esponenti di enti locali di promozione e assistenza sociale, spiegando cosa significhi costruire una comunità resiliente e perché è importante. “Con resilienza intendiamo la misura in cui risorse e processi all’interno di una comunità mantengono e migliorano il benessere individuale e collettivo in modi coerenti con i principi di equità, partecipazione, fiducia in sé stessi, responsabilità sociale”, ha sottolineato Shadmi-Wortman. Il capitale umano dei singoli viene messo a disposizione della collettività costruendo capitale sociale. L’esperta, che ha fondato e dirige l’Israel Association of Community Centers (IACC – che nell’ultimo anno ha coinvolto 2milioni di persone e può contare su 300mila volontari), ha fatto l’esempio di due realtà al confine nord d’Israele: entrambe bersaglio dei missili, una si è svuotata e gli abitanti si sono spostati nel centro del paese; nell’altra tutti i residenti sono rimasti nonostante i razzi. “Non è una questione di rifugi”, ha sottolineato Shadmi-Wortman. Entrambe le realtà avevano le stesse protezioni ma in una si era creato un senso di unità e appartenenza, l’idea di poter contare ciascuno sull’altro e da qui la convinzione di poter confrontarsi insieme con la situazione difficile della guerra. Questa capacità di fare rete è stata importante, ha spiegato la direttrice dell’IACC, anche in Nepal: “Siamo arrivati in alcuni villaggi assieme a un’equipe per lavorare sul community building. Poi c’è stato il terremoto: quelle stesse realtà con cui abbiamo lavorato sono state fondamentali nel fare da intermediari con le organizzazioni di soccorso e aiuto. Sono state in grado di spiegare, insieme, quali fossero le esigenze primarie, dove agire”. Ma non è solo nelle situazioni emergenziali che questo approccio è importante, anzi. “Gerusalemme a lungo ha avuto un problema con il mantenere in città i giovani: il sindaco Barkat aveva lavorato per garantire borse di studio, agevolazioni, migliorare l’offerta lavorativa ma nonostante questo la città si stava spopolando di giovani (salvo per haredim e arabi). Siamo stati coinvolti dal sindaco e abbiamo lavorato nei quartieri per valorizzare dal basso i legami. Abbiamo avviato progetti d’incontro tra i vicini, faccia a faccia non sui social network, soprattutto abbiamo stimolato il volontariato, una chiave fondamentale per incentivare il senso di appartenenza e responsabilità sociale. E abbiamo visto in breve periodo i risultati”. Tanto che ora a chiedere la consulenza di Shadmi-Wortman e del suo team è arrivata la Silicon Valley, che deve confrontarsi con migliaia di dipendenti di società hightech che quel senso di comunità – salvo in rete – non ha molto idea di cosa sia.

d.r.