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Israele e l’Africa nel futuro

Schermata 2019-02-25 alle 12.50.36Ron Adam è stato di recente nominato ambasciatore israeliano in Ruanda. È la prima volta che Israele ha un suo rappresentante diplomatico nel piccolo paese centrafricano, noto soprattutto per il terribile genocidio del 1994 (quando centinaia di migliaia di persone, soprattutto di etnia Tutsi, vennero uccise per motivi razziali e politici). “Questo paese condivide molte somiglianze con lo stato di Israele e offre molte possibilità per la cooperazione reciproca”, ha Adam dopo aver incontrato il presidente del Ruanda Paul Kagame. Sanità, istruzione, agricoltura, tecnologie della comunicazione e sicurezza informatica sono alcuni dei settori in cui si concentra questa cooperazione, che ha già dato alcuni frutti come l’accordo tra i due paesi per collegare con voli diretti l’aeroporto Ben Gurion con quello di Kigali. Per Israele costruire nuovi rapporti con i paesi Africani o in ogni caso consolidarli fa parte di una strategia diplomatica più ampia: “Sono stato in Africa quattro volte negli ultimi due anni, questo deve dirvi qualcosa”, ha sottolineato di recente il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontrando i leader dell’ebraismo americano. “C’è un enorme cambiamento… nell’accettazione di Israele in tutto il mondo, da parte di quasi tutti i paesi”, l’analisi di Netanyahu. La diplomazia israeliana è da tempo impegnata nel portare sempre più paesi africani dalla sua parte. Il perché lo aveva chiarito lo stesso Netanyahu nel 2017 incontrando alcuni diplomatici africani: “Voglio dire qual è il nostro interesse. Il primo interesse è quello di cambiare radicalmente la situazione dei voti africani all’ONU e ad altri organismi internazionali, passando dall’opposizione al sostegno”. “La maggioranza automatica contro Israele all’ONU è composta, in primo luogo e soprattutto, da paesi africani. – ricordava il Premier – Ci sono 54 paesi. Se si modifica lo schema di voto di una maggioranza di loro, li si porta subito da una parte all’altra. Così si cambia l’equilibrio dei voti contro di noi alle Nazioni Unite e non è lontano il giorno in cui avremo la maggioranza”.
Il mese scorso Netanyahu si è recato a N’Djamena, in Ciad, per ripristinare le relazioni diplomatiche con il paese che – a differenza del Ruanda – è a maggioranza musulmana. Durante il viaggio, il vice direttore generale del Ministero degli Esteri per l’Africa Yoram Elron ha detto alla radio dell’esercito che Israele “spera che il Mali sarà il prossimo paese con cui rinnoveremo i legami”. “L’Africa è il futuro – aveva spiegato l’ambasciatrice d’Israele in Etiopia Belaynesh Zevadia in un’intervista a Pagine Ebraiche (dicembre 2018)- e mi pare che ciò sia stato compreso in modo chiaro e trasversale. Non a caso il governo, le istituzioni, l’accademia e il mondo imprenditoriale stanno avviando iniziative e impegni significativi in questo senso”. “Per quanto riguarda l’Etiopia, – sottolineava Zevadia – che non è a maggioranza islamica ma che è vera e propria porta di accesso a un continente, cito un risultato tra i tanti di questo sforzo: l’esito di un certo tipo di approccio è stato che oggi il governo etiope ci sostiene nelle sedi internazionali dove spesso il nome di Israele è messo alla berlina e delegittimato. La speranza è che sempre più paesi, anche tra quelli islamici, scelgano questa strada di impegno e consapevolezza”.
Sul fronte opposto l’interesse per Israele da parte di paesi africani come il Ruanda sembra essere legato soprattutto alla ricerca di presentarsi come realtà in cui investire. “Per molti paesi africani è diventato importante coltivare un ambiente economico in grado di attrarre attenzioni e investimenti, in un periodo in cui le entrate derivanti dalle materie prime e gli aiuti internazionali sono diminuiti”, ha spiegato Bohlund, economista che si occupa dell’Africa di Bloomberg Intelligence a Londra. “Il Ruanda è stato d’esempio nel tagliare la burocrazia, fornire incentivi fiscali e migliorare la sua amministrazione, e questo ha contribuito a superare svantaggi come la sua piccola dimensione, la mancanza di porti e le poche risorse naturali del paese”.