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Per una tradizione ebraica mantovana

Gentile visitatrice, gentile visitatore,
il mio benvenuto nel sito della comunità ebraica di Mantova.
La nostra tradizione di ebrei mantovani ha radici lontane e qui vorrei raccontarne una breve storia, un’introduzione che sperò riuscirà ad incuriosirvi e a coinvolgervi, in un reciproco desiderio di conoscere e farsi conoscere.

La prima presenza ebraica a Mantova risale all’anno 1145 quando vi si trasferì la famiglia dello studioso Abramo ibn (figlio) Ezra, docente che aveva esercitato nel campo dell’esegesi, della letteratura e della filosofia prima a Roma e successivamente a Pisa e Lucca.
Da allora la presenza ebraica nel mantovano rappresenta una costante ininterrotta; le notizie storiche, tuttavia, presentano un vuoto di 229 anni, sino al 1374 quando, come documentato, un gruppo di Ebrei proveniente dalla città umbra di Norcia, allora la latina Nursia, si insediò nelle vicinanze del Mincio nella località oggi conosciuta come “Valle dei Signori” nei pressi di Barbasso di Roncoferraro.
Al gruppo, inizialmente composto da poche unità, attirati dalla tranquilla ospitalità e tolleranza che, pur se non del tutto disinteressata, i Gonzaga avevano manifestato di saper offrire, si aggregarono in tempi successivamente ristretti altri nuclei familiari di diversa provenienza.
Vennero pertanto ad essere presenti nel Territorio mantovano, caso assai singolare, i 3 ceppi della popolazione ebraica componenti la Diaspora (gli Askenaziti dalla Germania; i Sefarditi dalla Spagna; gli Italichì, che da Roma si diramano per le loro attività nell’intera Penisola creando un esclusivo ceppo tutto italiano, di cui Mantova, nei secoli, è stata forse la più significativa espressione).
La presenza ebraica nel XV secolo si diffuse sull’intero territorio del Ducato, con una consistenza demografica complessiva superiore alle 3.000 unità, rappresentando circa l’8% dell’intera popolazione. (simili percentuali, escludendo ovviamente lo Stato d’Israele, sono oggi riscontrabili solo a New York ed a Los Angeles) e tra il 1500 ed il 1600 furono aperte a Mantova (città) sei Sinagoghe, che, nella parlata “borghese – ebraico-mantovana” erano dette “scuole” ed in termini “dialettal-judaici” più volgarmente “scole”: la “Norsa – Torrazzo” di rito Italchì nell’attuale angolo della Banca d’Italia tra le Vie Bertani e Scuola Grande; la “Porto” di rito askenazita nella allora Piazetta dell’Aglio (oggi Piazza Concordia ed il Largo con Via Spagnoli) la “Prima Scuola Grande” di rito Italchì nell’attuale Via Scuola Grande; la “Ostiglia” di rito askenazita in adiacenza alla Sinagoga “Porto”; la “Cases” di rito misto Sefardita-Italchì nell’attuale Via Bertani di fronte all’attuale nota “Casa del Rabbino”; quella detta “della Beccheria” adiacente alle “Porto ed Ostiglia” di rito askenazita, così denominata per l’attività e servizio collettivo di macellazione kasher lì praticata, oltre, naturalmente alle funzioni religiose.
I Gonzaga, spinti dal desiderio di migliorare tanto la qualità della vita a corte quanto la propria organizzazione generale, in funzione del concetto già allora molto radicato del ‘ritorno di immagine’, offrirono agli Ebrei la possibilità di integrare le loro consolidate attività nei campi dell’insegnamento, della finanza e del commercio con altre sino ad allora mai praticate quali: il Teatro, arte nella quale si riconosce come caposcuola Jehudà Portaleone, più noto come Leone dè Sommi; la Musica, dove in assoluto eccelse Salomone Rossi, allievo del Palestrina, le cui musiche ed opere, che tuttora vengono rappresentate, costituiscono anche nell’attualità un indiscusso riferimento culturale che spesso si associa alla musica “monteverdiana”; la Medicina, dove dalla già elevata dottrina generale, emerse la famiglia Portaleone, che per decenni eserciterà, in una sorta di ciclica e naturale eredità tacitamente imposta dai Duchi, alla Corte dei Gonzaga; l’Ingegneria civile e bellica, dove si riconosce in Abramo Colorni il massimo esponente in un periodo di particolare vitalità, intensa attività e specializzazione del settore; l’Editoria e la Stampa, arti dove si distinse in particolare il sefardita Abraham Conat, anche medico ed astronomo, che produsse a Mantova nel 1474 la prima stampa in Italia in caratteri ebraici.
Le opportunità del Ducato attirarono molti Esegeti che, oltre a fondare una Scuola Rabbinica di assoluto rilievo, successivamente consolidatasi a Viadana, Sabbioneta e Padova, istituirono la maggior centro di ogni epoca relativamente alla Qabbalàh, con una grandiosa produzione libraria locale che ancora oggi, con il “Fondo Ebraico” consistente in oltre 1800 testi conservati nel Centro Culturale “Gino Baratta” in Corso Garibaldi, eleva Mantova quale primo riferimento mondiale in materia.
Nel 1612, con la costrizione nel Ghetto delle 408 famiglie ebraiche, iniziò l’incontrovertibile decadenza accentuatasi poi nel 1630 con il ridimensionamento dell’insediamento coatto in modo proporzionale al numero dei sopravvissuti ai tragici eventi della peste e del Sacco dei Lanzichenecchi; un declino che seguirà quasi parallelamente quello dei Duchi. Quanto accade nel mantovano altro non fu se non l’onda lunga dell’intero contesto italiano che a fronte delle Bolle dei Papi Paolo IV nel 1555, e Pio V nel 1568, seguite da quelle di Clemente VIII nel 1593 e di Urbano VIII nel 1639, tese ad isolare la cultura israelita-giudaica e separare fisicamente (ghettizzare) la popolazione.
Quando il 21 gennaio 1798 Napoleone Bonaparte aprì i cancelli del Ghetto di Mantova riconoscendo e restituendo ai “Cittadini Ebrei” i pieni diritti civili (l’emancipazione), la popolazione continuò a risiedere nella zona, ma trasformò le proprie attività adeguandole all’esterno: luoghi di ritrovo, caffè, negozi, botteghe artigiane, empori di commercio all’ingrosso ed al dettaglio.
Dagli inizi del 1800, dopo la chiusura del Ghetto nel 1798, l’allora Comunità Israelitica, che contava circa 2400 appartenenti, istituzionalizzò quelle attività che, espletate all’interno dello stesso Ghetto, ne avevano consentito in qualche modo la sopravvivenza; in particolare quelle cultuali, culturali ed assistenziali seguendo propri criteri, spesso difformi da quelli adottati da altre Comunità, in quanto adattate alla realtà della popolazione locale ed alla propria storia.
Come tutte le Comunità Ebraiche Italiane, anche quella di Mantova venne duramente colpita dalle restrizioni imposte dalle Leggi razziali fasciste del 1938 che determinarono la demolizione immediata della “Prima Scuola Grande” sorta nel 1546. La cancellazione dagli Albi Professionali, il divieto al commercio e l’espulsione dalle scuole per insegnanti e studenti (solo i bambini delle elementari poterono frequentare pur se ammassati in un’unica aula presso l’attuale Istituto di Piazza Seminario di recente intestato a Luisa Levi, la più giovane deportata da Mantova), crearono una situazione di estremo disagio appesantitasi il 1° dicembre 1943 quando, nella Sede della Comunità i nazisti istituirono un Campo di Concentramento nel quale vennero internati gli ebrei rastrellati nel Ghetto la precedente notte.
Alle ore 11 del 4 aprile 1944, dalla Sede della Comunità vennero deportati 42 ebrei, dei quali 22 mantovani e 20 forestieri ospiti della Casa di Riposo; il 10 aprile, giunti ad Auschwitz, la gran parte di loro fu gasata; unico superstite il diciottenne Emilio Foà di Rivarolo Mantovano. Con gli arresti successivi gli ebrei mantovani deportati risulteranno essere 104, dei quali solo 5 sopravvissuti.
Dal 1800, la Comunità Ebraica ha la propria Sede in Via G. Govi n°13: al suo interno si trovano la Sinagoga “Tempio Norsa” (ex Torrazzo) ed il prezioso Archivio Storico, nella Sala dedicata in vita al prof. Vittore Colorni, che raccoglie i documenti ufficiali della Comunità stessa dal 1516 al 1861 ed oggi oggetto di catalogazione.
Il Tempio Norsa, luogo di culto dal 1513 ma pre-esistente come fabbricato, sorgeva nell’angolo della Banca d’Italia tra le vie Bertani e Scuola Grande; i Norsa Torrazzo l’acquistarono e nel 1898 lo donarono alla Comunità finanziandone anche trasloco dalla sede originaria e la completa ricostruzione in quella attuale, compresi gli splendidi arredi settecenteschi. L’unica parte non originale è il pavimento, recuperato da Ebrei furtivamente e nottetempo dalla “Nuova Scuola Grande” subito dopo la demolizione nel 1938; gran parte di quello stesso pavimento venne invece recuperata ufficialmente ed alla luce del sole dall’Autorità governativa e posata nell’atrio municipale tra le attuali Vie Roma e Buozzi e nell’ Istituto Magistrale “Isabella d’Este”, anche oggi visibili, mentre gli arredi vennero occultati dalla Comunità nel periodo razziale ed inviati nel primo dopoguerra al Museo delle Comunità Ebraiche Italiane di Gerusalemme, unitamente ad oggetti ed arredi delle Sinagoghe di Sermide e Sabbioneta.
La consultazione dell’Archivio Storico, patrimonio culturale privato, oggetto di tesi di laurea da ogni parte, ha consentito che la storia degli ebrei mantovani e del ducato, inscindibilmente tra loro legate, siano note negli Atenei di Londra, New York, Berlino,Gerusalemme e Tel Aviv; in quest’ultima città, nel Museo della Diaspora, Mantova è presente con una copia della Pala mantegnesca dove esponenti della Famiglia Norsa sono raffigurati con il distintivo del “cerchio giallo”, il primo caso di discriminazione in assoluto, dopo gli eventi relativi al rifiuto di finanziare la costruzione della chiesa della “Madonna della Vittoria”.
Oggi la nostra è una delle più piccole Comunità Ebraiche italiane, ma la nostra presenza sul territorio è vivace e partecipativa. La Comunità, l’Istituto Franchetti e l’Associazione Mantova ebraica collaborano con le istituzioni, il Comune e la Provincia, con gli archivi comunali, con l’Istituto mantovano di storia contemporanea, con le scuole e la Fondazione Università di Mantova. Tra le attività di quest’ultimo anno ricordo in particolare la catalogazione dell’Archivio, il secondo ciclo di lezioni di cultura ebraica tenuto, presso la sede del polo universitario, dal Rav Adolfo Locci e che si appresta alla terza edizione. La Comunità, inoltre, è tra i promotori di “Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni”, un progetto unico sul piano nazionale nato più di un anno fa dal tavolo permanente per le celebrazioni del Giorno della Memoria. Ogni giorno Comunità Ebraica, Associazione Sucar Drom, Istituto di cultura sinta, Arcigay, Istituto mantovano di storia contemporanea, con la collaborazione di Comune e Provincia di Mantova, lavorano insieme per la tutela dei diritti fondamentali e contro ogni forma di discriminazione.
Benvenute e benvenuti ancora in tutta la nostra storia, nella nostra cultura, nelle nostre tradizioni, oggi e tutti i giorni in cui vorrete entrare.
Vi ringrazio per aver dato ascolto a quella voglia di conoscerci che vi ha portati qui e a tutte e tutti voi il mio più cordiale

Shalom (pace).
Fabio Norsa
Presidente della Comunità ebraica di Mantova