Italia, Europa, Israele: una società straordinaria
“Sono veramente felice che questa conferenza non sia focalizzata sui temi della guerra e del terrorismo, oggi si parla anche dell’aspetto sociale di Israele, del suo straordinario capitale umano”. A parlare, nel corso dell’intensa giornata di lavori dedicata a Italia, Europa e Israele voluta dalla Farnesina e dall’Aspen Institute, è il professor Sergio Della Pergola (nella foto). Illustre demografo, consulente strategico di numerosi governi di Gerusalemme, docente all’Università Ebraica, Della Pergola è un italiano di punta nell’ambito della società israeliana e uno straordinario osservatore delle prospettive possibili su tutte le sponde del Medterraneo.
A margine del dibattito, risponde ad alcune domande rivoltegli da Moked, il portale dell’ebraismo italiano.
Pensa che nel mondo prevalga una visione distorta di Israele, unidimensionale: Israele uguale realtà di guerra e terrorismo?
“Sì, lo credo. La colpa in parte è anche dello Stato ebraico, che ha permesso ai mass media mondiali di esprimersi in maniera distorta, senza contrastarli come sarebbe stato necessario. Appuntamenti come questo possono contribuire a correggere l’immagine di Israele agli occhi di coloro che hanno ancora pregiudizi. Israele è un paese democratico con mille sfaccettature, con pregi e difetti. Oggi sul tavolo si parla di Israele su un raggio più ampio.
Perché ritiene importante una partnership con l’Europa, cosa ci guadagnerà Israele? E l’Europa?
Israele sotto certi aspetti è molto avanti. Sul tema immigrazione, ad esempio, è stato detto quanto Israele sia aperta al multiculturalismo e all’accoglienza dell’immigrato, sono perfettamente d’accordo. É una grossa vittoria di Israele quella di riuscire a far coesistere un crogiolo di gruppi di origini diverse.
Il nostro problema è invece oggi creare un’identità che sia unica e forte. Penso che con questo esempio posso arrivare a dire che Israele ha qualcosa da insegnare all’Europa sul tema immigrazione, per ricollegarmi a quanto detto, (come anche sul tema della Famiglia, ancora molto forte da noi, in Europa un po’ meno) allo stesso modo l’Europa occidentale ha qualcosa da insegnare a noi. Il Vecchio continente infatti, ha già attraversato questo tipo di conflittualità generata dal multiculturalismo, può fornirci consigli utili. Il fine di partnership di questo tipo è una collaborazione profonda nello scambio di conoscenze ed esperienze. Trasmettere reciprocamente le proprie esperienze, questo è l’obiettivo”.
Daniel Ben Simon, editorialista e nuovo candidato per il Partito laburista israeliano, intervenendo alla Conferenza organizzata dall’Aspen Institute alla Farnesina, ha definito Israele il paradiso delle diversità.
Israele, a differenza di tutti gli altri Paesi del mondo vive di immigrazione, ha sostenuto Ben Simon, e nel pieno rispetto della diversità consente ai propri immigrati di mantenere la propria lingua e la propria cultura, è infatti l’unico Paese in cui sussistono cinque sistemi di istruzione differente. Oggi anche i Russi, che consistentemente negli ultimi anni hanno accresciuto il proprio numero in Israele, hanno chiesto di mantenere il proprio sistema di istruzione. In tutti gli altri Paesi del mondo, gli immigrati hanno bisogno di parlare la lingua del Paese che li ospita per potersi integrare e per accedere alle scuole.
Questo, se da un lato testimonia l’altissimo grado di civiltà e di democrazia del Paese, dall’altro ne è anche il suo limite perché può comportare il pericolo della perdita del senso di unità del Paese, ci sono tanti gruppi e tanti punti di vista differenti, la varietà può essere un ostacolo. L’obbiettivo israeliano deve essere quindi quello di costruire un tessuto sociale unico, ha concluso Ben Simon, poichè ad una vera identità dei vari gruppi corrisponderà un cammino univoco verso la pace.
L’ambasciatore israeliano in Italia Gideon Meir, intervenuto in seguito i lavori, ha invece posto l’accento sul problema dell’antisemitismo. Il fenomeno dell’antisemitismo in Italia “é molto marginale” e “spero che in altri paesi europei sia come in Italia”-ha detto-.
L’ambasciatore ha spiegato che “a volte in Europa vediamo accadere fenomeni di demonizzazione, delegittimazione e doppio standard nei confronti dello stato di Israele”. Secondo Meir è “totalmente legittimo” criticare le decisione del governo israeliano ma “non è legittimo demonizzare e delegittimare utilizzando un doppio standard quando si parla di Israele”. Il diplomatico ha osservato che “chi utilizza questi tre aspetti viene da un altro fronte e in alcuni casi si tratta di antisemitismo”. Ma, ha aggiunto, “vorrei sottolineare che in Italia il fenomeno è molto, molto marginale”. In conclusione Meir ha voluto ricordare che “le relazioni tra l’Italia e Israele sono oggi molto forti e solide”.
“Israele è uno stato prospero e libero: quello su cui dobbiamo invece lavorare oggi è la sua sicurezza”. Con queste parole il ministro degli Esteri Franco Frattini, alla presenza del Presidente Ucei Renzo Gattegna, del Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici e del Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, ha aperto i lavori del Convegno “Italia, Europa e Israele: come costruire una partnership privilegiata”, organizzato dall’Aspen Institute Italia, presso la Sala delle Conferenze Internazionali della Farnesina.
“Dobbiamo riconoscere che vi è stata e vi è in Europa, con un trend che va a diminuire, una freddezza ed una diffidenza nei confronti di Israele che sono difficilmente accettabili”, ha spiegato il ministro stigmatizzando la tendenza ancora in atto di confondere questi sentimenti con la critica politica. “Ma è chiaro – ha detto ancora – che quando questa legittima critica politica sconfina con l’antisemitismo poi si verificano gli incidenti che tutti conosciamo”. Frattini ha anche osservato che nel recente passato c’é stata una “timidezza politica di alcuni leader europei a reagire ad alcuni propositi sconsiderati che sono arrivati fino alla negazione dell’olocausto e a pubblici proclami di cancellazione dello Stato ebraico dalla cartina del mondo”. Fortunatamente, secondo il titolare della Farnesina, “oggi l’Europa ha capito meglio la necessità di distinguere la diffidenza dalle critiche legittime”.
Articolata in quattro sessioni di lavoro lungo l’arco dell’ intera giornata, la Conferenza punta di approfondire, nel contesto delle celebrazioni per il 60° anniversario della nascita di Israele, le principali tematiche concernenti l’identità e il l’assetto dello Stato ebraico, come pure la sua collocazione nello scenario internazionale, le prospettive del processo di pace israelo-palestinese e la costruzione di un nuovo scenario di sicurezza e cooperazione in Europa e Medio Oriente.Alla Farnesina per intervenire al Convegno erano presenti importanti personalità: oltre al Ministro del Welfare israeliano, Isaac Herzog, a colloquio con il Ministro Frattini, anche esponenti della politica, fra i quali il Ministro dell’ Economia e delle Finanze Giulio Tremonti e l’ ex Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, dell’ imprenditoria, fra cui Carlo De Benedetti, Piero Gnudi, Giancarlo Elia Valori, studiosi e giornalisti, fra i quali Renato Mannheimer, Edward Luttwak, Arrigo Levi. Le sessioni mattutine dei lavori saranno incentrate sui temi “Europa e Israele: le sfide sociali di fondo per le prossime generazioni” e “Lo scambio di merci e servizi: investire nell’ economia”. Verranno in particolare approfonditi temi quali l’antisemitismo in Europa, gli antidoti alla xenofobia, il “giusto mix” fra multiculturalismo ed identità, l’ interdipendenza economica e tecnologica, la cooperazione nei trasporti, nelle comunicazioni e nelle questioni energetiche, le opportunità del turismo. I lavori pomeridiani si sono concentrati su una riflessione sull’ “agenda concreta” per passare dalla semplice vicinanza alla vera e propria “partnership strategica” fra Unione Europea e Israele, e ad una disamina dell’ andamento del processo di pace. Molti gli interventi dedicati alle aspettative dell’ Europa e le attese israeliane, sul futuro del processo di Annapolis, sull’ “economia della pace”, sulla sicurezza regionale, sulla possibile visione condivisa di un “nuovo Medio Oriente” fra Europa, Stati Uniti e Israele.
Valerio Mieli