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Alfred Döblin e la tutela delle identità

Nel 1933, a pochi mesi dall’avvento di Hitler al potere, Alfred Döblin (1878-1957, qui a fianco in un celebre ritratto di Ludwig Kirchner) scrive un pamphlet dal titolo Jüdische Erneuerung (Rinnovamento ebraico, edito in queste settimane da Giuntina). A giudizio di Alfred Döblin occorre superare l’esperienza del’emancipazione (un processo che è stato vissuto come resa e abbandono della propria identità) e dalla proposta di una lettura politica del concetto di identità. Questo il ragionamento di Döblin: nel momento stesso in cui una minoranza chiede cittadinanza politica ha consapevolezza di essere minoranza, e di acquisire dei diritti e dei doveri. La possibilità di un domani non passa per la costruzione di un proprio Stato, ma per la definizione di una coabitazione tra minoranze che appunto si riconoscono reciprocamente (ovvero si rispettano).
E’ uno scenario che con molta incertezza si è riaperto oggi in Europa (pur non senza contraddizioni, controspinte, movimenti in senso opposto) in un clima culturale alquanto turbolento, attraversato da neo-nazionalismi e da “paure”. Per il mondo ebraico con non meno incertezze, sospeso da una parte tra la costruzione di un’identità europea ancora indefinita e per molti aspetti conflittuale, in cui non sono chiari né un criterio, né un canone, ma in cui si ripresenta una coscienza di essere minoranza; dall’altra l’ipotesi dello Stato,ovvero di un proprio Stato, l’opzione che ha definito nel complesso il percorso ebraico nel corso del ‘900, e che è oggi di fronte alla necessità di ripensarsi.
Apparentemente è lo stesso scontro che ha attraversato il mondo ebraico all’inizio del ‘900, tra territorialisti e statalisti, ma non si tratta dello stesso scenario.
Quello attuale è anche uno degli affetti dell’emergere delle società multiculturali, basate sul principio della coabitazione condominiale, in una dimensione dove torna ad esercitare un suo fascino il richiamo dello spazio proprio dove trovarsi, di un “ghetto” che tuteli, o che fornisca i termini della propria identità. Una condizione non senza conflitti, ma dove l’antisemitismo, che c’è, non ha le stesse caratteristiche, almeno per ora, di quelle messe in atto nei totalitarismi e dunque non adotta il linguaggio e la pratica sociale della “lotta allo straniero”, ma quella della tutela delle identità.
David Bidussa, storico sociale delle idee