Gattegna: “La crisi di Gaza e gli ebrei italiani. Facciamo chiarezza”.
La crisi mediorientale e gli ebrei italiani. Emozioni, tensioni, drammi, solidarietà. Che cosa possono fare le istituzioni della minoranza ebraica in Italia? Come possono essere d’aiuto? Come possono proteggere la realtà di Israele e il suo esempio, il suo modello prezioso di democrazia e di civiltà in Medio Oriente? Qual è, in sostanza, in momenti tanto difficili la vocazione, la missione della più antica comunità della Diaspora?
Interrogativi che in queste giornate accompagnano inevitabilmente tutti noi e che di ora in ora si fanno sempre più pressanti.
“Prima di tutto – afferma Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – le istituzioni degli ebrei in Italia possono e devono contribuire a fare chiarezza. Chiarezza ed equilibrio, anche nei momenti più duri e più difficili. Equilibrio, anche di fronte ai tentativi di strumentalizzazione e di distorsione che provengono da più parti”.
Ma in concreto, Presidente, le istituzioni degli ebrei italiani devono intervenire sulla crisi di Gaza, o dovrebbero invece restare piuttosto a guardare, neutrali e silenti?
“E’ molto importante – riprende Gattegna – essere chiari. Dobbiamo riaffermare non solo la nostra solidarietà con le ragioni della democrazia israeliana continuamente aggredita da parte di forze che predicano la violenza cieca e ingiustificata e cercano di imporre in tutta la regione mediorientale una aberrante cappa di terrore e di intolleranza. Dobbiamo riaffermare la nostra ferma opposizione nei confronti di organizzazioni terroristiche che attaccano popolazioni civili in Israele e al tempo stesso tengono in ostaggio le popolazioni civili di Gaza, del Libano meridionale e di altri territori, dimostrando di avere in spregio la dignità della vita umana. E per farlo non possiamo limitarci all’esecrazione, alle dichiarazioni di principio”.
E di conseguenza, Presidente, cosa altro possiamo fare?
“Dobbiamo opporci a questo stato delle cose in quanto ebrei e in quanto italiani. Dobbiamo farlo per i valori di un mondo democratico, civile e progredito in cui crediamo, che abbiamo contribuito con fatica e sofferenze a costruire e di cui rappresentiamo, in quanto minoranza radicata da due millenni nella società italiana, il sigillo di garanzia. Ma dobbiamo farlo anche per dimostrare quali sono i valori ebraici che sono in gioco di fronte a una crisi di questa portata e di questa natura”.
A cosa si riferisce?
“Nella tradizione ebraica è connaturata una forte cultura della solidarietà, di capacità di partecipazione alle sofferenze altrui. Non serve scomodare tutte le numerose possibili citazioni bibliche. Per spiegare la nostra vocazione è sufficiente conoscere anche solo a grandi linee la nostra storia. Noi in quanto ebrei non siamo mai stati insensibili alle sofferenze altrui. Resto convinto che il nostro ruolo in questo mondo sia quello di essere i garanti e i difensori dei diritti dei più deboli”.
A chi fa riferimento?
“Alla popolazione civile di Gaza tenuta in ostaggio da terroristi senza scrupoli. Quando le necessarie, inevitabili azioni di una democrazia attaccata che reagisce, di uno Stato che interviene come è suo dovere per difendere i cittadini di cui porta la responsabilità e le sue popolazioni inermi minacciate, quando queste azioni rischiano inevitabilmente di colpire anche altri civili, avviene qualcosa di inevitabile, ma non per questo di meno doloroso. Abbiamo il dovere di dirlo e di trarne le conseguenze”.
Tutto qui?
“No. C’è dell’altro, ben altro. Noi ebrei italiani siamo un elemento piccolo, ma importante della società italiana nell’ambito della quale viviamo. Il mondo politico, le realtà sociali, i mezzi di comunicazione ci tengono gli occhi puntati addosso. Alcuni lo fanno esprimendo una sincera attenzione, altri forse perché sperano di cogliere nelle contraddizioni e nelle inevitabili debolezze di una minoranza che conta appena poche decine di migliaia di componenti qualche elemento che possa giustificare l’odio nei confronti di Israele. Il nostro ruolo è quindi un ruolo di mediatori. Forse non tutti capiscono. Ma noi abbiamo il dovere di capire e di spiegare. Abbiamo il dovere di continuare a fare da ponte e da garanti”.
E in concreto?
Prendiamo a esempio l’iniziativa degli scorsi giorni. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha lanciato un appello umanitario per venire in aiuto delle popolazioni civili colpite in Medio Oriente. Mi sento di dire che si è trattato di un appello trasparente e utile, che fa onore al nostro Paese e che le istituzioni degli ebrei in Italia non possono ignorare. Contemporaneamente un benefattore che comprensibilmente ha domandato di mantenere l’anonimato ha preso contatto con la Comunità Ebraica di Roma e con l’Ucei mettendo a disposizione medicinali per un controvalore importante. Mi è sembrato molto positivo connettere queste diverse potenzialità, provenienti dal mondo diplomatico, politico, imprenditoriale e offrire le migliori garanzie perché questa operazione andasse a buon fine.
Quali garanzie?
Prima di tutto la garanzia di totale sintonia e correttezza nei confronti della democrazia di Israele costretta a difendersi. Se aiuto umanitario da parte dell’Italia deve essere, allora deve certo provenire nella regione sulla base di assicurazioni molto chiare. Il Governo italiano deve fare da garante. Le istituzioni degli ebrei italiani devono fare da garanti. Lo Stato di Israele, impegnato in un’azione di difesa tanto delicata, deve essere pienamente consapevole e concorde. Abbiamo creato sintonia e agito in piena sintonia con tutte queste realtà così diverse. E abbiamo riaffermato i valori che ci stanno a cuore.
Ma qualcuno ha dimostrato di non aver gradito.
Credo che qualcuno abbia dimostrato di non aver compreso. O forse non è stato correttamente informato di come stavano le cose. Ma non importa. Quando si lavora onestamente, la verità presto o tardi viene sempre a galla.
Alcuni israeliani di origine italiana hanno contestato il fatto che si spendano risorse per creare una sensazione di equidistanza, distribuendo aiuti sui due fronti, quello degli israeliani e quello dei palestinesi.
Non esistono due fronti, ma un solo fronte, quello delle popolazioni civili coinvolte dalle azioni terroristiche di chi non vuole che il progresso e la democrazia si facciano strada in Medio Oriente. Il compito delle realtà progredite è quello di proteggere e aiutare queste popolazioni. Esattamente la stessa preoccupazione con cui si muove l’esercito israeliano. Nelle scorse ore, infatti, verso Gaza sono passati centinaia di convogli di aiuti. Il compito degli ebrei italiani è quello di abbattere l’intolleranza, l’odio e l’antisemitismo attraverso la pratica degli ideali di coesistenza e di progresso civile.
Allora perché queste incomprensioni?
Sono giorni difficili. Capisco che alcuni, soprattutto coloro che vivono quotidianamente in prima persona e sulla propria pelle la minaccia del terrorismo islamico, abbiano i nervi a fior di pelle. Capisco meno chi dall’Italia non vuol capire o fa finta di non capire, forse nella speranza di trascinare le realtà ebraiche italiane in una spirale di polemiche che non hanno senso e non possono avere costrutto. Il nostro gesto ha un significato ben chiaro, chi ha voluto intenderlo lo ha inteso. E credo che molti, fra la gente comune come fra i mezzi di informazione, lo abbiano compreso per quello che voleva essere. Tutto il resto sono chiacchiere inutili e in una situazione tanto delicata anche fuori luogo.
Con questa azione, Presidente, gli ebrei italiani hanno quindi da insegnare anche qualcosa a una società israeliana esasperata e sulla difensiva?
Non lo credo. Una volta di più non possiamo che imparare dalla compostezza della società israeliana. Dalla solidarietà che dimostra nei momenti di crisi in tutte le sue articolazioni, dalla destra alla sinistra. Dalla sobrietà del suo mondo politico, che alla vigilia di una consultazione elettorale delicatissima mette da un canto i mille motivi di divisione fra i partiti. Dalla professionalità di un sistema di informazione che è fra i più liberi e sviluppati al mondo. Dalla sua forte capacità di testimoniare i valori ebraici di rispetto della vita umana, preoccupandosi della salute e dell’incolumità non solo dei propri cittadini, ma di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Israele è una realtà dove ragazzi poco più che maggiorenni rischiano la vita di persona per evitare al massimo il pericolo che qualche innocente venga coinvolto nei combattimenti. Esattamente il contrario del comportamento di chi cerca di farsi scudo delle popolazioni civili che tiene in ostaggio. Israele ha aperto le porte dei propri ospedali alla gente di Gaza. Ha aperto i confini per far passare quanti più aiuti era possibile. Ha abbassato le difese assumendosi gravi rischi, strategici e politici, per diminuire quanto più possibile perdite e sofferenze. E chi porta le responsabilità di governo a Gerusalemme lo ha più volte ribadito che il nemico non è certo la popolazione civile di Gaza. Noi non abbiamo certo inventato nulla. Cerchiamo solo, fra mille difficoltà, di fare quel poco che è in nostro potere e di dimostrarci all’altezza della situazione.
E il problema di come si spendono le risorse?
Ripeto che si è trattato del gesto generoso di un donatore, i magri bilanci degli enti ebraici italiani non sono stati intaccati in alcun modo. Noi abbiamo speso ben altre risorse: la capacità di fare da tramite e di creare sintonie fra realtà diverse. A tutto vantaggio di chi crede nella pace e di chi pretende sicurezza in Medio Oriente.
Torniamo agli italkim, agli ebrei di origine italiana in Israele. Alcuni segnali di malessere hanno dimostrato che una parte di loro non si sente compresa.
Questo lo posso capire. La situazione non è solo tesa, ma anche delicatissima e difficilissima. Voglio ribadire quanto siamo vicini a questi nostri fratelli e voglio ripetere che una delle mie maggiori ambizioni è quella di comprendere le esigenze di questa realtà di ebrei italiani che ha onorato la minoranza ebraica italiana. Si tratta di una realtà importante nei valori, ma anche quantitativamente in relazione ai nostri piccoli numeri. Di una delle più grandi comunità di lingua italiana in assoluto. Di una delle comunità più significative e più vitali nell’ambito della società israeliana che le istituzioni degli ebrei italiani devono attrezzarsi a comprendere e a valorizzare sempre meglio. Nei prossimi mesi spero di poter dimostrare con iniziative tangibili che gli ebrei italiani insediati in Israele costituiscono la migliore risorsa per realizzare il compito comune per questo appuntamento inevitabile di gettare ponti e creare nuove intese che portino pace, sicurezza e prosperità fra tutti i popoli del Mediterraneo.