Il cinema israeliano torna a stupire
$9.99 è il costo di un libro che rivela il senso della vita. Il problematico disoccupato 28enne Dave Peck, lo compra, lo legge e cerca, invano, di rendere partecipe della sua scoperta la piccola comunità che vive nel suo palazzo. Nessuno lo prende sul serio e ognuno, a modo suo, continua a vivere le proprie vicende cercando di capirne il senso. Questa è, in sintesi, la storia di $9.99; una co-produzione israelo-australiana diretta dalla talentuosa animatrice Tatia Rosenthal e sceneggiata dal noto scrittore e filmmaker Etgar Keret.
Con questo film, ancora una volta, il cinema israeliano torna a stupire e a confermarsi tra le più audaci e vibranti cinematografie contemporanee. Se all’inizio dell’anno eravamo rimasti folgorati dall’iper-(sur)-realista rappresentazione animata della prima guerra in Libano nel capolavoro di Ari Folman Waltz with Bashir, oggi siamo sorpresi da questo film d’animazione che testimonia l’alto livello di sofisticazione raggiunto dai filmmakers israeliani.
La tecnica utilizzata nel film è quella che Nick Park usa nei film inglesi della serie Wallace and Gromit: pupazzi di plastilina animati.
La regista Tatia Rosenthal riesce a rendere questi pupazzi che provano dolore e si macerano in contraddizioni e perplessità, completamente umani.
Diventa, così, facile per lo spettatore meditare sul proprio percorso esistenziale. Lo schermo diventa magicamente uno specchio e ci ritroviamo a guardare e a riflettere su noi stessi.
La storia di Keret si concentra su una fetta di umanità in crisi, gli abitanti di un condominio di Sidney, ognuno dei quali alle prese con problemi più o meno seri; un vecchio signore vive con i figli e il suo antipatico angelo custode, un mago si ritrova pieno di debiti, una donna ammaliatrice ama i suoi uomini extra smooth, un bambino decide di liberare il suo salvadanaio a forma di porcellino, un uomo col cuore spezzato inizia a frequentare un gruppo di scatenati studenti alti solo qualche centimetro mentre un altro signore muore. Ciascuno vorrebbe risolvere la propria crisi esistenziale e da lì, in qualche modo, ripartire.
Nessuno dei personaggi del film trova una risposta ai propri quesiti né tanto meno lo spettatore riceve una lezione, tuttavia un’importante verità è compresa: per capire noi stessi e i nostri desideri dobbiamo guardarci attorno e prestare attenzione agli altri.
Alla base del film è presente una critica alla società contemporanea che spinge gli individui ad annullarsi nella corsa al possesso. Davanti ai pupazzi di plastilina, rinchiusi nei loro appartamenti come cavie di laboratorio, non riusciamo ad evitare un certo disagio. Utilizzando materia al posto di attori veri, Rosenthal descrive in maniera efficace la condizione umana odierna schiacciata da una società materialista che ne blocca lo sviluppo spirituale.
Ma non tutto è perduto. Nelle sequenze magico-realistiche (così care al Keret scrittore) è presente la speranza di una vita migliore per ognuno di noi; la fantasia e la magia sono, infatti, un prodotto dello spirito umano che non si arrende.
Questo film, dichiara Keret in un’intervista rilasciata al New York Times, è una sorta di storia chassidica agnostica. Secondo la tradizione ebraica avere un desiderio è più importante che esaudirlo; ancor di più quando sappiamo che quel desiderio non è possibile realizzarlo. $9.99 è un film fatto di persone che non rinunciano a quello che non possono avere e non smettono di sognare.
Rocco Giansante