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Nella notte fra il 13 e il 14 maggio del 1943 la Scuola Grande Tedesca, il centro pulsante della vita ebraica di Padova, veniva data alle fiamme dai fascisti. Già nel 1925, dopo il primo attentato a Mussolini, gli squadristi padovani avevano tentato di incendiarla. E ancora nel 1970 i neofascisti di Freda e Zorzi provarono ancora a ripetere il gesto dando fuoco al portone della sinagoga italiana. Quella sera di 70 anni fa Lea, la piccola figlia del rabbino Paolo Nissim, era stata svegliata da un insolito trambusto che così ricorda: “Era notte, io dormivo nel lettino accanto al letto dei miei genitori. Cosa insolita suona il telefono. Prima risponde la mamma che subito passa la cornetta al papà. Le voci sono concitate anche se a tono basso. Mi rendo conto che è successo qualcosa che fa paura. La luce della lampadina del corridoio rimane una visione che ritornerà sempre nei miei sogni notturni. Il papà si veste alla svelta e esce. Io e la mamma restiamo nel buio pauroso”. La stampa quotidiana di quei giorni non riporta la notizia, la questura invita pressantemente la comunità a considerare l’episodio un evento accidentale. Padova, presa nel turbinio della guerra, si dimentica presto e cancella dalla memoria questo atto di autolesionismo (in)civile: dei padovani che bruciano in una notte il simbolo della secolare presenza ebraica in città, cercando di anticipare i nazisti nell’operazione di rimozione della memoria. Lunedì sera Padova, assieme alla sua comunità ebraica, ricorderà.

Gadi Luzzatto Voghera, storico


(10 maggio 2013)