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Palatina e Biblioteca d’Israele – Insieme per salvare i libri

mishna XI secolo biblioteca palatinaGrazie a un accordo siglato tra Biblioteca nazionale israeliana e Palatina di Parma, presto la collezione di oltre 1600 manoscritti ebraici dell’istituto emiliano (tra essi cinquecento biblici e duecento miniati, tra cui la preziosissima Mishna dell’XI secolo nell’immagine) sarà a disposizione degli studiosi di tutto il mondo, con la completa digitalizzazione in alta risoluzione. A raccontare il progetto di riunire in un’unica raccolta le copie di tutti i manoscritti ebraici al mondo ideato da Ben Gurion, è uno dei suoi grandi protagonisti, Mauro Perani, ordinario dell’Università di Bologna insignito della laurea honoris causa a Gerusalemme per la sua straordinaria opera in questo ambito, e recente scopritore del Sefer Torah integro più antico al mondo.
Di seguito la versione integrale del testo apparso sul numero di Pagine Ebraiche di novembre.

Mauro PeraniQuando il popolo del libro, dopo esser stato espulso dalla Terra di Israele dalla X legione romana che aveva distrutto Gerusalemme nel 70 e.v. per sedare la prima guerra ebraica contro Roma, venuto meno per sempre il giudaismo del tempio ed essendo per il momento abbandonata il giudaismo messianico, si dovette disperdere nei paesi della diaspora, poté portare con se solo i suoi rotoli. Prima di tutto il Sefer Torah, cuore pulsante della rivelazione divina, e gli altri rotoli dei libri biblici. Li avrebbe commentati, alla luce della Torah orale, tramandata da generazioni di bocca in bocca e, a causa delle critiche condizioni storico- politiche che ne rendevano precaria la catena di tradizione, i maestri misero per iscritto anche la seconda e nacque prima la Mishnah e poi il Talmud.
L’ebraismo divenne una vera e propria civiltà del libro, del suo commento e del commento del commento. Fino al 1455, i libri furono solo manoscritti e, quindi, il manoscritto riveste per l’ebraismo una importanza assolutamente centrale.
Lo conferma il fatto che il primo ministro del neonato Stato, Ben Gurion, due anni dopo la sua proclamazione nel 1948, il 5 marzo 1950 chiese al Ministro delle finanze Eliezer Kaplan un fondo per finanziare la microfilmatura di tutti i manoscritti ebraici esistenti al mondo, per concentrarne i microfilm in un apposito istituto che li rendese consultabili a tutti gli ebrei di Gerusalemme e del neonato Stato ebraico. Egli, essendo per ovvi motivi impensabile di radunare tutti i manoscritti Ebraici del mondo a Gerusalemme, scriveva: “… il nostro primo dovere è di salvare la letteratura ebraica. Ci sono migliaia di manoscritti Ebraici che giacciono dimenticati in diverse biblioteche… molti di essi sono scomparsi nelle tenebre del passato o sono stati distrutti dalla collera di oppressori … È dovere dello Stato di Israele acquisire e raccogliere quegli esuli dello spirito di Israele dispersi nella diaspora. Non credo che sia possibile acquisire i manoscritti originali, …ma le loro riproduzioni… avranno lo stesso valore dei manoscritti stessi e che noi dobbiamo realizzare ciò immediatamente senza indugio e con ogni sforzo”.

Il progetto si realizzò con la creazione dello Institute of Microfilmed Hebrew Manuscripts, annesso a quella che si chiamava fino a pochi anni fa Jewish National and University Library di Gerusalemme, ora divenuta National Library of Israel dopo essersi staccata dalla Hebrew University. In sessant’anni di lavoro, l’Istituto, che ebbi la gioia di frequentare assiduamente negli anni Ottanta del secolo scorso, ha realizzato la microfilmatura del 90% circa di tutti i manoscritti ebraici esistenti e noti, sparsi in 1.200 collezioni nel mondo. Nei sessant’anni della sua storia alla sua direzione si successero personalità culturali di spicco come Nehemia Allony, David Loewinger, Malachi Beit-Arié, Israel Ta-Shma, Benjamin Richler e, attualmente, Yael Okun Mayer, che è anche direttrice del Dipartimento dei manoscritti della Biblioteca Nazionale. Il primo direttore, funzionario del Ministero dei Beni Culturali, fece un intensissimo lavoro mediante viaggi in Europa e, quando terminò il suo mandato, nel 1963, l’Istituto fu trasferito presso la Jewish National and University Library di Gerusalemme, nel Campus di Givat Ram, dove prese il nome attuale.
Un significativo avanzamento delle riproduzioni in microfilm si ebbe dopo la caduta del Muro di Berlino, avendo ottenuto il permesso, prima negato, di acquisire i microfilm anche delle ricchissime collezioni russe – che contano circa 20.000 manoscritti ebraici -, realizzati con campagne fotografiche iniziate nel 1992. Nella sala di lettura dei microfilm sono conservati 70.000 rullini con le fotografie del 90% di tutti i manoscritti ebraici del mondo, calcolati attorno ai 90.000, dei quali solo 25/30.000 medievali, prodotti prima dell’anno 1550.
Nel 1987 il catalogo cartaceo fu chiuso, e si continuò a catalogare elettronicamente, usando il programma ALEPH della Biblioteca Nazionale. Oggi l’intero catalogo preparato dall’Istituto dei Microfilm, assieme al catalogo dei 10.000 manoscritti ebraici del Dipartimento dei manoscritti della nazionale può essere consultato tutto online nel sito www.nli.org.il.program. L’istituto dei microfilm, la sua collezione e la ricerca dei frammenti riusati in Italia come legature, a cui esso da trent’anni si è dedicato essendo l’unica fonte di nuovi manoscritti, è stato scelto come soggetto del film Footnote del regista Joseph Cedar, che ha ricevuto la nomination dell’Oscar nel 2011 come miglior film straniero e che per alcuni alluderebbe anche ad alcune scoperte fatte fra le legature italiane di un’antica copia del Talmud.
Gli studiosi calcolano che il numero dei manoscritti ebraici medievali giunti fino a noi sia piccolissimo, ossia pari a circa il 5% di tutti quelli che produssero gli ebrei in Europa durante il medioevo. Questo avvenne certamente a causa della sistematica distruzione perpetrata dall’Inquisizione e dal mondo cristiano per la persecuzione antiebraica nel tentativo di convertire gli ebrei, ma anche a causa delle precarie condizioni di conservazione dei testi ebraici da parte degli ebrei, spesso espulsi e sempre caratterizzati da grande mobilità, dell’intenso loro uso per lo studio e, soprattutto, per la preoccupazione rituale di evitare la profanazione del Nome santo di Dio che in essi poteva essere contenuto, tramite la riposizione dei manoscritti nelle Genizot, spesso come passo transitorio per essere poi sepolti. Questo ha causato anche una sistematica distruzione per motivi rituali di tutti i testi ebraici, e, a maggior ragione dei Rotoli della Torah, una volta divenuti pesulim.
Come ha recentemente sottolineato l’amico Benjamin Richler (Italy, the “Breadbasket” of Hebrew Manuscripts in The Italia Judaica Jubilee Conference, a cura di S. Simonsohn e J. Shatzmiller, Brill, 2013, pp. 137-141), che ha elaborato accurate statistiche sui cataloghi elettronici della Biblioteca Nazionale di Gerusalemme a conferma delle sue osservazioni, c’è una incredibile sproporzione nei manoscritti giunti a noi fra il numero complessivo e quello altissimo di manoscritti copiati in Italia o recanti note di possesso, atti di vendita o censure eseguiti in Italia. Per chi non lo sapesse, analogamente al ruolo preponderante dell’Italia nella produzione dei Beni Culturali in generale oggi conservati in tutto il mondo, calcolati in una cifra che supera la metà del totale, allo stesso modo più della metà – per qualcuno di più – di tutti i beni culturali ebraici, in particolare i manoscritti interi conservati nelle biblioteche e nelle collezioni di tutto il mondo, proviene dall’Italia. Come mai? Un fatto davvero impressionante, se si calcola che la popolazione ebraica della Penisola italiana non ha mai raggiunto le cifre di centinaia di migliaia o di milioni di persone, che hanno caratterizzato altre aree geografiche, come quella sefardita e quella ashkenazita dell’Europa orientale. La spiegazione sta nel fatto che, considerando la situazione della presenza ebraica in Europa nel secolo XV, in Italia risiedeva circa il 20% degli ebrei dell’Europa, mentre circa il 50% viveva in Spagna e Portogallo. Questo contrasta con la situazione precedente alla seconda guerra mondiale, quando in Italia, su 16 milioni di ebrei allora esistenti al mondo, ne ospitava sul suo suolo solo 50.000, ossia una percentuale assai più bassa di quella del Quattrocento. Un altro fattore della preservazione dei manoscritti ebraici nella nostra penisola, è che nell’Italia fatta di tanti ducati e piccoli stati, gli ebrei per duemila anni, e in particolare fra Medioevo ed Età moderna, non furono mai espulsi dall’intera penisola, e questo favorì la conservazione dei manoscritti ebraici in essa. I sefarditi, espulsi nel 1492, portarono una incredibile quantità di loro manoscritti in Italia e nelle altre regioni in cui andarono a vivere. A partire dal 1550 iniziò a diffondersi il libro ebraico stampato, e il manoscritto divenne superato, con il conseguente crollo della copiatura a mano di testi. Nel 1500 in Italia era presente un numero di ebrei pari a due volte quello degli ebrei residenti nell’Europa orientale, e circa equivalente al numero di quelli che vivevano in Europa fuori dalla Penisola italiana. Il cambiamento successivo di questo rapporto numerico, anche a causa dell’ormai avvenuto passaggio al libro stampato, non ebbe come conseguenza anche un significativo aumento dei manoscritti ebraici, e per di più, proprio nelle regioni dell’Est Europa, persecuzioni antiebraiche della metà del sec. XVII, alle quali si uniranno quelle del Nazismo nel sec. XX, distrussero e bruciarono una enorme quantità di libri delle sinagoghe. Tutto ciò ha fatto si che nel sec. XIX non potesse esistere un rapporto diretto fra la popolazione ebraica dell’Italia e dell’Europa orientale, mentre nel sec. XV in Italia viveva circa la metà degli ebrei europei, e in essa si trovasse la stessa percentuale di manoscritti ebraici esistenti.
Ma questo è il passato. Sappiamo che oggi la riproduzione digitale dei manoscritti offre una qualità assolutamente inconfrontabile con il microfilm, che ha fatto la sua epoca, e richiede per essere letto complicate macchine lettrici di microfilm, le quali fra l’altro vanno scomparendo.

La realizzazione di una International Online Hebrew Manuscript Digital Library.

Il futuro è ormai divenuto la realizzazione di una International Online Hebrew Manuscript Digital Library, progetto preparato da un congresso celebrato a Gerusalemme due anni fa al quale chi scrive ha partecipato. L’impresa è gigantesca, perché nel progetto sono coinvolte, come si è osservato, 1.200 istituzioni nel mondo. Tutti i nuovi manoscritti ebraici scoperti, saranno invece direttamente digitalizzati dagli originali. Aviad Stollman, curatore delle collezioni di Judaica della National Library of Israel, nell’agosto di quest’anno 2013 ha delineato la strategia da seguire per la realizzazione di questo progetto nel General Strategic Outline. Fra le altre cose la Nazionale di Gerusalemme ha scritto una lettera a tutte le collezioni e le biblioteche, a tutti gli archivi del mondo che contengono manoscritti ebraici interi o frammenti di manoscritti riusati in legature, proponendo una collaborazione fra essi e la Nazionale. Essa consiste nel permettere di digitalizzare i manoscritti e di permettere che a Gerusalemme li mettano online a bassa risoluzione. Se qualcuno chiede immagini ad alta risoluzione per pubblicazione, la NLI li indirizza all’istituto che possiede l’originale a cui chi è interessato fa la richiesta e paga i diritti. Nel definire la strategia, si stabiliscono quattro tappe:

1. Digitalizzazione di tutti i microfilm dei manoscritti ebraici.
Si tratta del trasferimento su CD di tutti i microfilm posseduti dall’Istituto di Gerusalemme, scansionando tutte le pellicole. Ovviamente si escluderanno i manoscritti che si intendono digitalizzare dagli originali. Resta, comunque, che l’intenzione è, quando sarà possibile, di digitalizzare anche questi dagli originali. Il vantaggio enorme è quello di rendendoli consultabili online o con un qualsiasi computer se copiati su CD, con una spesa relativamente bassa.

2. Digitalizzazione in un arco di 5 o 6 anni di tutti i manoscritti delle più importanti collezioni.
Si inizierà, fra le altre, con la Bodleian Library di Oxford, la Biblioteca Apostolica Vaticana e la Palatina di Parma. Questo ramo del progetto si basa sulla considerazione che non tutte le collezioni di manoscritti ebraici esistenti hanno la stessa importanza e che, al contrario, per la storia della loro formazione, i testi in esse contenuti, hanno un primato indiscusso.

3. Digitalizzazione di manoscritti ebraici di particolare importanza e significato.
Questa tappa prevede la digitalizzazione dagli originali di una cifra di 1.000 manoscritti di particolare valore e significato. Essi saranno selezionati sulla base dell’importanza che la ricerca storica attuale ha loro assegnato, e dell’interesse che il pubblico può avere nei loro riguardi.

4. Tesori dei Manoscritti Ebraici per un vasto pubblico.
Sarà selezionata una quantità di manoscritti pari a circa il 10% del numero complessivo, scelti fra quelli ritenuti maggiormente apprezzabili e fruibili dal pubblico, e dei quali la digitalizzazione intende rendere consultabili i tesori. Per realizzare questo si adotteranno rivoluzionarie piattaforme interattive in grado di attrarre una vasta e nuova audience.

L’accordo recentemente firmato per la digitalizzazione dei Manoscritti ebraici della Palatina.

È all’interno di questo progetto che recentemente è stato firmato con la Biblioteca Palatina di Parma un accordo per eseguire la scansione e pubblicare i circa 1.600 manoscritti ebraici in essa conservati.
La Palatina che dipende dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e appartiene allo Stato italiano, conserva una delle collezioni di manoscritti ebraici più importanti del mondo, per antichità e per qualità dei testi, che furono in gran parte copiati fra Medioevo e Rinascimento. Di essi 1.400 appartennero alla collezione di Giovan Bernardo De Rossi (1742-1831) un ecclesiastico cattolico docente di lingue orientali alla Facoltà Teologica di Parma che raccolse la maggior parte dei manoscritti da ebrei italiani. Quando Parma passò agli austriaci, la collezione De Rossi nel 1816 fu acquisita dalla Duchessa Maria Luisa per la Biblioteca Palatina. Circa 200 manoscritti di questa splendida collezione sono illustrati con splendide miniature e decorazioni di vario genere. Uno dei codici più importanti è quello che contiene la Mishnah (Ms. 3173; De Rossi 138), copiato probabilmente nell’XI secolo in Italia meridionale dai copisti della scuola di Otranto o delle accademie rabbiniche pugliesi. L’accordo è stato siglato da Stollman e dalla direttrice della Palatina Sabina Magrini.
L’intero progetto di digitalizzazione di tutti i manoscritti del mondo, prevede una spesa che si aggirerà sui 6/6 e mezzo milioni di dollari, in parte già assicurati alla NLI da diversi sponsor.
Da notare che i manoscritti delle due collezioni italiane incluse nelle cinque considerate di eccellenza, sono stati recentemente catalogati con criteri moderni grazie al sostegno della Fondazione Vigevani, entrambi a cura di Benjamin Richler con la descrizione paleografica di Malachi Beit-Arié e collaboratori, rispettivamente dodici e cinque anni fa, nei cataloghi: Hebrew Manuscripts in the Biblioteca Palatina in Parma, The Jewish National and University Library, The Hebrew University, Jerusalem 2001, e Hebrew Manuscripts in the Vatican Library, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2008. Entrambi sono basati sulla catalogazione eseguita dall’Istituto dei Microfilm di Gerusalemme, e il secondo, curiosamente è stato preparato in un file pronto per la stampa a Gerusalemme e stampato a Roma in Vaticano.
Se da un lato la Chiesa cattolica, con l’Inquisizione e la persecuzione del libro ebraico, ha distrutto nei roghi una incalcolabile quantità di manoscritti ebraici, dall’altro ebraisti come De Rossi, o Biblioteche come la Vaticana hanno raccolto e preservato per secoli una enorme parte del patrimonio ebraico manoscritto.
Il pregio dei manoscritti ebraici della Palatina, che Giuliano Tamani iniziò per primo a studiare e a descrivere negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, sta nella loro antichità e qualità: alcuni furono prodotti in Italia meridionale, nei primi secoli del secondo millennio e.v., quindi portati nelle regioni dell’Italia centrale dopo la distruzione nel sec. XIII delle accademie rabbiniche dell’Italia meridionale, descritta da Umberto Cassuto in un suo articolo del 1942, in seguito portati nelle regioni settentrionali, finendo alcuni nella collezione De Rossi, altri smembrati e riusati per fare legature negli archivi di Bologna e di Modena.

Mauro Perani, Università di Bologna

Pagine Ebraiche novembre 2013

(12 novembre 2013)