Israele – Negoziati, la destra frena Kerry
Montano di nuovo le critiche nelle frange del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu, contro il segretario di Stato americano John Kerry. Parlano, come già il ministro della Difesa Moshe Yaalon, “dell’ossessione di Kerry” nei confronti dei negoziati di pace. E il diretto interessato si dice sorpreso e controbatte, “stiamo lavorando duramente” e mette in guardia Israele rispetto al rischio di fallimento delle trattative che porterebbe a un intensificarsi del boicottaggio internazionale contro i beni e servizi israeliani. Altra affermazione mal digerita nei corridoi della Knesset, con lo stesso Netanyahu a prendere posizione: “ogni tentativo di boicottare Israele non è etico ed è ingiustificato. E in ogni caso non raggiungerebbe il suo scopo. Allontanerebbe solamente la pace”. Pericolo reale o meno, il boicottaggio sembra essere diventato uno strumento per mettere Israele con le spalle al muro, una sorta di incentivo a negoziare. “Guardate quanto avete da perdere”, ha affermato non troppo tra le righe Kerry, che sembra voler porre sulle spalle della coalizione israeliana buona parte della riuscita del processo di pace.
A Gerusalemme, però, la sensazione è che si stiano applicando due pesi e due misure. Se da una parte si responsabilizza Israele, la controparte palestinese non sembra nelle parole di Kerry avere gli stessi oneri. “Il discorso di Kerry sul boicottaggio di Israele – ha affermato Yuval Steinitz, ministro degli Affari strategici e dell’Intelligence – è nocivo e intollerabile. Non è possibile costringerci a negoziare con una pistola alla tempia quando stiamo trattando la questione più essenziale per i nostri interessi”. A rincarare la dose, la dura presa di posizione di un altro ministro, Naftali Bennet di HaBayt HaYeudi, “ci aspettiamo che i nostri amici nel mondo stiano al nostro fianco, contro il boicottaggio antisemita che colpisce Israele e non che lo amplifichino”. “Abbiamo sempre saputo come essere forti – ha aggiunto Bennet – e ancora oggi sappiamo come rimanerlo”. Il ministro, in un post su Facebook, ha poi ribadito la sua posizione e sottolineato che nessun territorio verrà abbandonato come risultato di pressioni economiche.
Nonostante gli attriti, secondo la stampa israeliana il governo Netanyahu sarebbe pronto ad accettare il progetto di massima di Kerry come base per le negoziazioni con i palestinesi. Con Yaalon e il ministro degli Esteri Avigdor Liebarman propensi comunque ad andare avanti sui punti principali previsti dalla trattativa: la creazione di uno stato palestinese basato sui confini pre-1967, esclusi il 75-80% degli insediamenti che rimarrebbero sotto la sovranità israeliana; il riconoscimento di Israele come stato ebraico, una compensazione per i profughi palestinesi senza però il riconoscimento a un diritto al ritorno.
(2 febbraio 2014)