moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

L’ebraicità di Israele

lucreziDunque, lo scorso 25 marzo, i leader della Lega Araba, in occasione del loro summit in Kuwait, hanno espresso, relativamente ai cd. “colloqui di pace” in corso tra Israele e ANP, un verdetto che più chiaro non si può: “Esprimiamo il nostro assoluto e decisivo rifiuto nel riconoscere Israele come Stato ebraico”. Si tratta di un punto, evidentemente, per la Lega molto importante, e sul quale riterrebbe molto grave che possano generarsi equivoci. Qualcuno, a forza di parlare di pace, di colloqui, di trattative ecc. ecc., potrebbe, a lungo andare, confondersi, perdere di vista il punto essenziale, e pensare che il dialogo sia tra un ‘quasi stato’ arabo, destinato a diventare e a essere riconosciuto come uno stato a pieno titolo – ovviamente arabo -, e uno stato ebraico che, almeno per alcuni, già esiste, e che aspirerebbe semplicemente a continuare a continuare ad esistere e ad essere quello che già è, ossia uno stato ebraico, in quanto patria del popolo ebraico. Gravissimo, inaudito, intollerabile errore. E’ vero che da un parte del tavolo è seduto un ‘quasi stato’ arabo che vuole diventare uno stato arabo vero, ma dall’altra parte non dovrebbe esserci chi c’è, ma qualcun altro. E chi c’è oggi, c’è esclusivamente in rappresentanza di questo qualcun altro, che aspetta impaziente fuori dalla porta. Ma il guaio è che questo lo hanno capito tutti, tranne lo stesso Israele, che non ha compreso di essere un semplice rappresentante ‘pro tempore’. Israele, parla, tratta, dialoga, ma non ha capito che non parla per se stesso, ma a nome e nell’interesse del suo successore. Anzi, parlando e trattando, Israele dovrebbe gradualmente, naturalmente trasmutarsi nell’altro soggetto, diventare quel bellissimo stato ‘non ebraico’ che si ostina a non volere diventare. Come quei transgender che si sottopongono a cure ormonali, anche Israele dovrebbe cambiare forme, voce, atteggiamento, per diventare finalmente quello che deve essere.

Il blocco delle trattative di pace, in fondo, è tutto qui: Israele non vuole cambiare sesso. Resta caparbiamente, ostinatamente legato a un’identità sessuale che non è la sua e, soprattutto, non è quella che desiderano i suoi premurosi vicini. Eppure, oggi cambiare sesso è diventato qualcosa di facile. Non è carino ostinarsi a non volerlo fare, quando il vicinato, anche per il tuo bene, te lo chiede, e quando è evidente a tutti che, se ti risolvessi a compiere il ‘gran passo’, tutti i problemi sarebbero risolti.

Francesco Lucrezi, storico

(2 aprile 2014)