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La lettera dei ministri europei a Mogherini
Il pericolo per il made in Israel

federica_mogheriniSedici ministri degli Esteri, tra cui quello italiano, hanno firmato una lettera indirizzata al capo della diplomazia dell’Unione Europea Federica Mogherini in cui si chiede di accelerare il processo per l’introduzione di etichette che identifichino i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nella West Bank. Una strada che, protestano le autorità israeliane, potrebbe portare a un boicottaggio di tutti i prodotti made in Israel e quindi a un grave danno economico per il paese, ostacolando inoltre il processo di pace invece che agevolarlo. “Facendo seguito all’onere assunto pubblicamente dal Consiglio dell’UE nel maggio del 2012 e più recentemente del novembre 2014, crediamo che questo costituisca un passo importante per la piena implementazione della politica dell’Unione Europea in relazione alla difesa della soluzione dei due Stati”, scrivono i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Svezia, Malta, Austria, Irlanda, Portogallo, Slovenia, Ungheria, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Lussemburgo (16 paesi su 28 dell’Ue, con l’assenza della Germania). Secondo i firmatari del documento – pubblicato ieri in esclusiva da Haaretz -, “i consumatori europei hanno diritto di sapere l’origine dei prodotti che stanno acquistando. I produttori israeliani e palestinesi della Green Line ne avranno beneficio”. Non vedono nessun beneficio da questa iniziativa molti esponenti della politica israeliana: “i ministri degli Esteri europei stanno proponendo de facto il boicottaggio di Israele”, ha dichiarato Yair Lapid, leader di Yesh Atid, che ha parlato nella notte al telefono con l’Alto commissario agli Esteri Ue Mogherini per chiedere di bloccare l’iniziativa. “Questa è una richiesta irresponsabile – ha dichiarato Lapid – che può creare scompiglio nell’economia israeliana. Questo tipo di appelli sono una macchia per l’Unione Europa, e lo Stato di Israele deve combattere per prevenire questo tipo di azioni”.
Secondo i diplomatici europei la proposta delle etichette sarebbe una risposta a Israele contro “la continua espansione di insediamenti israeliani illegali nei Territori occupati palestinesi (secondo la definizione usata nella lettera) e negli altri territori occupati da Israele dal 1967 che minacciano la prospettiva di un accordo giusto e definitivo”.
Per il ministro dell’Energia Silvan Shalom siamo di fronte a “un’azione controproducente, avviata anni fa ma che non ha dato risultati”. Sullo sfondo della questione delle etichette della West Bank, il movimento del boicottaggio contro Israele, che ha cominciato a preoccupare in modo più significativo il governo di Gerusalemme. La lettera dei ministri europei, rappresentati diplomatici di paesi importanti come Francia, Gran Bretagna e Italia, rischia di legittimare questo movimento, diretto a colpire solo una delle parti coinvolte nel conflitto, Israele. Al momento il primo ministro Benjamin Netanyahu, impegnato nella formazione di un nuovo governo, non ha commentato la notizia. Molti paesi europei non hanno apprezzato le parole proferite da Netanyahu nell’ultima campagna elettorale: “con me non ci sarà uno Stato palestinese”, aveva dichiarato il premier, ricalibrando il tiro dopo la vittoria alle urne e specificando che al momento non ci sono le condizioni. Chi fa pressione è invece la Francia, che oltre aver firmato il documento sulle etichette, è la prima sostenitrice di una risoluzione palestinese in cui si chiede all’Onu di riconoscere la Palestina come Stato entro i confini del 1967. La partita, dunque, riguarda uno scacchiere diplomatico molto ampio e ora si attende quali mosse vorrà fare Israele.

Daniel Reichel

(17 aprile 2015)