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J-Ciak – Benvenuti a Sukkah City

sukkahcityVi siete mai chiesti perché la sukkah è così noiosa? Gli anni passano, l’architettura è un calderone in perenne ebollizione eppure ogni Sukkot siamo lì a montare gli stessi pali, gli stessi teli e lo stesso tetto. Tutto nello stesso identico modo. Potenza della tradizione, va bene. Ma soprattutto un’abissale mancanza di fantasia, come suggerisce “Sukkah City” di Jason Hutt. Girato nel 2013, il documentario ripercorre la strepitosa competizione lanciata due anni fa da Joshua Foer – autore del libro “L’arte di ricordare tutto” e fratello dello scrittore Jonathan Safran – per costruire una sukkah contemporanea. Un’impresa impossibile? Al contrario, vedere per credere.
La sfida, che ha coinvolto gruppi e professionisti in tutti gli Stati Uniti, ci mostra come gli elementi tradizionali possono rimescolarsi, con intelligenza e immaginazione, fino a dare a vita a una sukkah diversa. Una sukkah che ancora ci parla dell’instabilità sperimentata dagli ebrei negli anni trascorsi nel deserto, ma ce lo racconta con una sensibilità e un linguaggio nuovi.
Proprio questo era l’obiettivo di Joshua Foer dopo un’infanzia trascorsa a vedere la sukkah di famiglia abbellirsi ogni anno di piccole cose. Insieme a Roger Bennett, cofondatore dell’associazione culturale Reboot, nel 2013 Foer decide di sostenere una gara di architettura per ridisegnare la struttura, sempre seguendo le regole bibliche e senza smarrire il significato più profondo della festa di Sukkoth. Una scommessa non da poco se si considera che, secondo Foer, solo cinque americani su cento oggi costruiscono la loro sukkah e nella maggior parte dei casi lo fanno usando kit preconfezionati.
Il film che finora è stato proiettato nei festival e nelle scuole di architettura e solo da poco ha raggiunto una più ampia diffusione, ci mostra i concorrenti alle prese con i progetti e infine la realizzazione dei prescelti in Union Square. C’è la sukkah che pare aprirsi come un riccio, quella fatta di filo e quella in cartoni come i giacigli degli homeless. La più bella s’ispira a una moschea, vista dagli architetti che l’hanno ideato in un campo di rifugiati somali in Yemen, realizzata fogli di cartone intrecciati uno all’altra in un motivo luminoso. Insomma, c’è di tutto. “Sukkah City” ci mostra il pubblico che assiste, commenta e valuta la kasherut di ogni capanna (la maggior parte lo sono). A dominare è un senso di stupore. Riletta con gli occhi contemporanei la sukkah è capace di toccarci ancor più nel profondo. È sempre la stessa vecchia storia, vero. Ma forse così la capiamo meglio.

Daniela Gross

(1 ottobre 2015)