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All’assemblea generale della Hevràt Yehudé Italia (HYI), che si è tenuta ieri sera a Gerusalemme, sono emersi e si sono confrontati due diversi modelli del vivere in Israele: l’uno, come un gruppo di origine con una propria personalità, lingua e cultura destinato a mantenersi separato e distinto dalla maggioranza della società nei tempi lunghi; l’altro, come un gruppo destinato a fondersi e ad assimilarsi nella corrente centrale della società israeliana pur tenendo viva la tradizione ebraica italiana. La realtà sociale ovviamente comprende elementi dell’uno e dell’altro modello. Ciò non toglie che un’organizzazione come la HYI, basata su uno statuto, proprietaria dell’importante bene immobiliare di Rehov Hillel 25, e soprattutto dell’impareggiabile patrimonio di oggetti del Museo Umberto Nahon di Arte Ebraica Italiana, debba fare delle scelte di conduzione fra le diverse opzioni – tutte rispettabili – che esistono. La HYI è stata fondata negli anni ’40 del 20° secolo da un gruppo di immigranti in Palestina, provenienti da diverse città, variamente aderenti all’osservanza delle regole della tradizione religiosa ebraica, ma in grandissima parte rispettosi del comune patrimonio di ideali ebraici e di valori culturali, estetici e civili italiani nei quali erano cresciuti prima della parentesi tragica e violenta del fascismo. Oggi la comunità degli italkim è molto cambiata, arricchita dalla numerosa aliyah degli ultimi anni. Sul tappeto due questioni principali: la più complessa gestione amministrativa nel regime di separazione che è stato creato fra la HYI e il Museo Nahon; e la necessità di integrare i nuovi luoghi di culto soprattutto di rito romano che operano con successo in città, in una struttura più amichevole e coerente. L’assemblea ha deciso di rimandare le decisioni, inclusa l’elezione del nuovo Consiglio direttivo a un supplemento di riunione che si terrà prossimamente.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

(27 ottobre 2016)