“Tel Aviv? È ancora in cerca di un’identità”
Il cinquantenario della guerra dei sei giorni è giocoforza un tempo di bilanci. Quali sono le scelte che è chiamato a fare Israele? Il sionismo è destinato a essere sempre più egemonizzato dalle correnti del nazionalismo religioso, o l’ebraismo secolare, in Israele e nella diaspora, ha ancora un ruolo da svolgere? Sono questi alcuni degli interrogativi che animano da tempo il lavoro di Ami Bouganim. Gli abbiamo rivolto alcune domande a partire dal suo Vers la disparition d’Israel?, opera che si caratterizza per la proiezione di termini quali «sadduceo», «fariseo», «filisteo» alla realtà ebraica contemporanea, fornendo al lettore la possibilità non soltanto di rileggere criticamente il presente ma anche, in modo spesso ardito, di rivedere alcune delle note che contraddistinguono da generazioni l’autopercezione ebraica.
Solitamente Tel Aviv è sinonimo di ebraismo secolare e progressista. Nel suo libro la associa al filisteismo, all’assimilazionismo; altre volte vi si riferisce secondo l’immagine del parvenu. Tel Aviv, scrive, si vorrebbe vedere come l’Atene di Pericle, la Firenze medicea o la Sillicon Valley del Medio Oriente…
Tel Aviv deve ancora decidere dove si trova, che tipo di abito vuole indossare, cosa vuole simboleggiare. Per molti anni ha offerto ai suoi abitanti la possibilità di stabilire il carattere dei suoi quartieri. Ricordi urbanistici di Varsavia si mescolavano con quelli di Berlino e Casablanca. Tel Aviv non era sul Mediterraneo perché lo rifiutava. I suoi viali, piazze e balconi gli volgevano le spalle. Negli ultimi anni mi pare che in qualche modo stia venendo a patti con la sua natura mediterranea. La sua effervescenza è tipica di tutte le città che cercano la propria anima. A volte ti conquista con la sua originalità, a volta ti respinge per la sua volgarità. Si ostina a essere sempre all’ultima moda. Non è in grado di portare un vestito, deve subito cambiarlo. Non sa fermarsi, è in movimento permanente. Si è trasformata in una sorta di città rifugio per immigrati interni che vi affluiscono per perdersi in un relativo anonimato, conoscere altre persone, incontrare stranieri. I suoi antichi abitanti scompaiono e sono sostituiti da nuovi ricchi i quali, come tutti i nuovi ricchi del mondo, non rinunciano a nessun ingrediente dell’ostentazione. Si concentrano in quella che è chiamata Medinat Tel Aviv, emigrano dal resto di Israele in una riserva che trasmette un’immagine di salute mentale e rivendica il diritto a perseguirla. In tal modo sul litorale prende forma, nel bene e nel male, un regno filisteo che si prostra davanti all’arricchimento facile e si trastulla nell’illusione di essere l’unica nazione High Tech del mondo.
Lei parla del sionismo religioso di destra, e del movimento dei coloni, nei termini di «estremismo farisaico». Questo rappresenterebbe un pericolo poiché assocerebbe alla nazione di Israele, alla sovranità ebraica, gli elementi tipici della religione. Qui vi sono due punti da chiarire, tra loro intrecciati: anzitutto la sua posizione, da neopositivista allievo di Leibowitz, per una «distinzione dei confini»: un conto è la religione un conto è lo stato, e questo lei lo dice proprio in quanto ebreo e sionista. In secondo luogo lei sostiene un’idea molto peculiare di «farisaismo».
Il farisasimo è servito come religione per gli ebrei nell’esilio. E’ impregnato di esilio, invita all’esilio e lo trasmette in eredità. Il farisaismo è cucito a doppio filo alla condizione diasporica e agiscono al suo interno forze antitetiche all’idea di sovranità che rischiano di causare la dissoluzione di quella ebraica in Terra di Israele o in qualsiasi altro luogo. Il farisaismo dei haredim è venuto a patti con lo stato di Israele soltanto per poter beneficiare dei suoi servizi e per propagandare tra gli ebrei la propria concezione dell’ebraismo. Non riconosce veramente le sue istituzioni, i tribunali, l’esercito, la polizia, non offre un grande contributo alla sua vita civile. Un’altra tipologia di farisaismo, ancora più pericolosa, è quella messianica della scuola di Rav Kook che ha instaurato un vero e proprio regno in Giudea e Samaria e detta l’ordine del giorno teologico-politico dello Stato degli ebrei. Se il farisaismo haredi non costituisce un pericolo diretto per l’esistenza di Israele – poiché non lo riconosce de iure ma lo preferisce a un dominio arabo – quello messianico costituisce una minaccia teologico-politica particolarmente concreta per le risorse spirituali dell’ebraismo. Entrambe queste correnti del farisaismo contribuiscono, ciascuna a suo modo, ad un’erosione graduale ma certa della legittimità religiosa, etica e internazionale dello Stato di Israele come stato degli ebrei…
Lei auspica un «ritorno dei sadducei». Solitamente i sadducei vengono collegati a un approccio letteralista alla Torà, al rifiuto della tradizione orale. Lei afferma che i sadducei erano i più vicini alla cultura ellenistica, e che la loro lettura della Torà fu una sorta di anticipazione dell’approccio razionalista di Spinoza.
I sadducei rappresentarono l’Illuminismo in seno agli ebrei del Secondo Tempio. Il problema è che li giudichiamo attraverso la lente dei loro avversari. Una lettura maggiormente critica mostra che erano il partito della sovranità nazionale contrapposto ai farisei che erano il partito dell’esilio (una creazione più di Bavel che di Yerushalaim). Non erano legati all’interpretazione diasporica dei farisei, e tuttavia possedevano una Torà orale. Interpretavano la Torà scritta alla luce della realtà effettiva e tenendo conto delle condizioni geopolitiche della loro epoca. La classe sacerdotale di allora è comparabile alla magistratura dei nostri giorni. L’Israele contemporaneo è di fronte a due o tre decisioni fatali che ne stabiliranno il futuro nei prossimi decenni: la prima è la separazione tra stato e fariseismo. La seconda è la delineazione di un confine chiaro che impedisca ad Israele di trasformarsi in uno stato di apartheid. La terza è denunciare l’egemonia farisaica sull’ebraismo, altrimenti esso rischia di degenerare nella chiacchiera messianico-sionista. Il rinnovamento della forma mentis sadducea costituisce la possibilità dell’ebraismo di non fare teshuvà nella direzione di un fariseismo paradossale, che porta dentro di sé i semi di una disgrazia incombente perché destinato alla condizione d’esilio. Mi chiedete di offrire un esempio di rinnovamento sadduceo – per me è riconoscibile nella letteratura ebraica e ancora di più nell’attività legislativa israeliana.
Nel quadro da lei delineato come si inserisce la figura di Leibowitz?
Leibowitz era un ebreo positivista dalla testa ai piedi e in quanto tale non faticava a denunciare il cumulo di proposizioni prive di senso (nel significato neopositivista del termine nonsense) dei vari predicatori e in particolar modo quelli tra i coloni che considerava come sostenitori di una forma di avodà zarà. Ma nel suo più intimo era un fariseo. Tutto il suo comportamento era tipico di un ebreo fariseo, ma tutte le sue richieste erano di un ebreo sadduceo. Il fariseo radicato in lui disturbava efficacemente il sadduceo che gli ardeva dentro. Era ricettivo alle necessità del momento e si augurava dei cambiamenti nella Halakà affinché si adeguasse alle condizioni della nuova sovranità ebraica, ma non proponeva un percorso operativo per avanzare in quella direzione e non si era scosso di dosso la condizione diasporica impressa nell’ebraismo farisaico. Per lui l’osservanza delle mizvot era un imperativo categorico divino e in essa vedeva una disciplina di libertà da onorare. Era un uomo coraggioso e le sue analisi brillanti e profetiche – purtroppo – si sono realizzate.
Veniamo al ruolo della diaspora. È stata de facto superata l’idea di una parte del movimento sionista secondo cui tutto il popolo ebraico si sarebbe dovuto trasferire in Eretz Israel. Israele, ha secondo lei tutto da guadagnare dall’esistenza della diaspora.
L’appello ad eliminare la diaspora mi è del tutto incomprensibile. Sorge dalla medesima invalidità teologico-politica che caratterizza il farisaismo messianico. Israele è stato fondato per rinnovare l’ebraismo, per rivitalizzarlo. Sino ad ora la diaspora l’ha servito fedelmente. Quando Israele le ha chiesto finanziamenti li ha ricevuti; quando ha chiesto sostegno politico gli ebrei non ortodossi hanno stretto i denti e sostenuto i vari governi. Hanno servito Israele con una lealtà maggiore di quella dei farisei haredim, l’hanno sfruttato meno di quanto abbiano fatto i farisei messianici. Israele può soltanto essere orgogliosa della sua diaspora. Non capisco come si possa continuare a invitare all’aliyà quando i migliori tra i giovani israeliani emigrano per costruirsi una loro diaspora. In quest’ultima situazione si nascondono grandi promesse. Vedo un movimento di migrazione di tipo nuovo. Ci sono olim hadashim da Roma o da Londra, che trascorrono un certo periodo in Israele, acquisiscono la lingua e un’istruzione ebraica, si stabiliscono oppure decidono di spostarsi in Nuova Zelanda o a Nuova Delhi. Vedo anche i nipoti degli immigrati di un tempo ritornare in Bulgaria o in Spagna, e stabilirvisi facendo rifiorire le comunità ebraiche locali, e i loro figli, a propria volta, oscillare tra un desiderio di tornare in Israele e quello di restare altrove.
Senza la diaspora Israele sarebbe uno stato come tutti gli altri. Io lo vorrei come una terra di passaggio e un baluardo contro l’antisemitismo. Ciò che è davvero importante è che non sia indebolito dall’interno.
Cosimo Nicolini Coen, Pagine Ebraiche Agosto 2017