Netanyahu, una nuova vittoria

Due o forse un solo seggio. È quanto manca al leader del Likud Benjamin Netanyahu per ottenere la maggioranza alla Knesset e tornare a governare Israele. Le terze elezioni in un anno lo hanno premiato come grande vincitore: il suo Likud – mentre lo spoglio è ancora in corso – si è imposto sul partito di centro Kachol Lavan guidato dal generale Benny Gantz, distanziandolo di almeno tre seggi, se non quattro (36 a 32). Ma soprattutto il blocco di destra – formato da Likud, i partiti religiosi Shas e Yahadut HaTorah e Yamina – si trova a pochissime lunghezze dall’avere la maggioranza alla Knesset: a Netanyahu potrebbero bastare una o due defezioni tra l’opposizione per avere i 61 seggi (su 120 totali) necessari a riportarlo in sella al paese. Ancora una volta. “È stato un successo gigantesco, abbiamo fatto l’impossibile”, ha dichiarato Netanyahu ai suoi dopo che sono usciti i primi exit poll. E in effetti in questa terza campagna elettorale gli analisti sono concordi nel riconoscere a leader del Likud di aver spostato gli equilibri: grazie a lui – e alla Lista Unita, la compagine araba – la percentuale dell’affluenza alle urne ha raggiunto livelli che non si vedevano da 20 anni. 71%. Un dato simile a quello del 1999. Allora però Netanyahu aveva perso contro Ehud Barak. Questa volta sono stati i suoi a uscire e riportarlo in alto, in particolare nel sud e nel nord del Paese. A Beer Sheva, per esempio, città del Negev (Israele meridionale), il Likud ha ottenuto oltre il 60 per cento delle preferenze (stando ai dati attuali) contro il 12 di Kachol Lavan. Nel nord, ad Afula e a Tiberiade supera di poco il 50 contro un ben più risicato 17 di Gantz e compagni. Sono dunque le periferie del paese – e Gerusalemme – a riporre la propria fiducia in Netanyahu, a riportarlo in alto e a conferirgli la possibilità di diventare nuovamente Primo ministro. “Questa vittoria è ancora più dolce perché è una vittoria contro ogni previsione. Abbiamo affrontato poteri enormi, ci avevano già fatto l’elogio funebre. Hanno detto che l’era di Netanyahu era finita”, ha dichiarato nella notte il leader del Likud davanti a una folla di sostenitori in festa, che chiedeva in coro di mandare via il procuratore generale d’Israele Avichai Mandelblit. Perché la partita, una volta conclusi i seggi, si sposterà sul piano legale: il 17 marzo inizia il processo contro Netanyahu per corruzione e frode. I suoi elettori vogliono che sia stralciato e chiedono la testa di Mandelblit, il procuratore che si è occupato dell’incriminazione. Ma soprattutto fanno pressione sulla Corte Suprema affinché permetta al leader del Likud di formare un governo anche se incriminato. I giudici avevano rimandato la decisione ma ora saranno nuovamente interrogati e dovranno scegliere. Qualsiasi sarà la sentenza creerà ripercussioni e spaccature.
In questo quadro Kachol Lavan – che ha basato la sua campagna su un unico messaggio, Rak Lo Bibi, solo non Bibi (Netanyahu) – rimane alla finestra mentre si lecca le ferite e cerca di capire i propri errori. Il leader del Likud, a seconda dei numeri finali, potrebbe anche riproporre un governo di unità nazionale a Gantz e compagni, che si troverebbero in una situazione molto diversa da settembre, dove erano la parte forte. Ora il partito di centro – composto da varie anime, di destra e di sinistra – potrebbe spaccarsi e in parte dare sostegno a Netanyahu cercando di arginarne i poteri. Per il momento tutti escludono cedimenti ma la pressione dell’opinione pubblica sull’evitare quarte elezioni potrebbe far cedere qualcuno. E come si è visto basteranno pochi parlamentari per cambiare gli equilibri. E potrebbero anche arrivare da Israel Beitenu, nonostante l’ostinato no di Lieberman a sedere con i religiosi.
Chi sicuramente è fuori da questi giochi è la Lista araba, l’altra grande vincitrice – seppur in misura minore – di queste elezioni. Le proiezioni la danno a 15 seggi, due in più rispetto a settembre. Due in più rispetto a un risultato che già veniva considerato storico. Ora la compagine araba consolida il suo potere come terzo partito della Knesset e con esso le responsabilità di partecipare al gioco democratico. Il suo obiettivo era intralciare Netanyahu. Non c’è riuscita fino in fondo ma avrà un peso decisamente significativo nel far sentire in parlamento la voce araba d’Israele (il 20% della popolazione) e portare avanti i suoi interessi.