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L’Italia ebraica e il coronavirus,
il racconto sui media israeliani

“Ci perdiamo spesso a parlare dei numeri delle vittime ma dietro a quei numeri ci sono delle persone, una vita, una famiglia e un mondo intero”. Lo ha ricordato più volte in questi giorni Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, nel corso di diverse interviste con alcuni dei principali media israeliani. Chiamata a raccontare come l’ebraismo italiano sta rispondendo alla crisi del coronavirus, parlando con le emittenti Kan e con Arutz 20, Di Segni ha spiegato che l’emergenza tocca tutti: “è entrata in ogni casa”. E poi ha ricordato al pubblico israeliano come “non è vero che solo gli anziani vengono colpiti dal virus. Medici, polizia, esercito, chi sta in prima linea viene colpito, e non solo. Il nostro compito come comunità è seguire le indicazioni delle autorità e rimanere a casa, dove organizzare una nuova quotidianità”, sottolinea la presidente UCEI che ricorda come il virus stia causando anche molte difficoltà economiche alle famiglie. “Nella nostra Comunità, come in tutto il paese, ci sono tanti esercizi commerciali che hanno chiuso e le persone non percepiscono reddito”. L’Unione sta pensando a come dare un aiuto, sottolinea Di Segni. Tra le iniziative promosse, la decisione di devolvere una parte dell’Otto per mille agli enti impegnati nella lotta alla crisi sociosanitaria. “Il nostro compito come UCEI – aggiunge la presidente dell’Unione – è di stare al fianco alle famiglie, non farle sentire sole, organizzando iniziative comunitarie virtuali e a distanza. Lezioni di rabbini, attività culturali ma anche consulenze mediche e aiuto psicologico”. In più una rete per portare a casa delle persone anziane i prodotti alimentari. “La situazione è ancor più complicata dall’arrivo di Pesach: qui è possibile andare solo al supermercato vicino a casa, la polizia ti ferma per chiederti dove stai andando e noi sensibilizzare le autorità sulla necessità delle persone di raggiungere i market casher per comprare i prodotti per Pesach”.
Schermata 2020-03-30 alle 11.00.16Il tema delle problematiche religiose e del rispetto della Halakha in questa situazione emergenziale è al centro di un’ampia intervista al rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni, pubblicata dalla rivista israeliana Makor Rishon. Nello spiegare le misure adottate progressivamente per contenere il rischio del contagio e nel rispetto delle ordinanze governative, rav Di Segni sottolinea come “all’inizio abbiamo solo ridotto il numero dei fedeli nella sinagoga, in modo che ognuno mantenesse le distanze dall’altro. Li abbiamo fatti sedere fila per fila, e ci siamo anche assicurati che non fossero l’uno dietro l’altro, ma qualche posto a sinistra o a destra. Così la sera di Purim abbiamo letto la Meghillat ancora in pubblico ma in tutte le 15 sinagoghe di Roma c’erano in totale 800 fedeli, molto meno che negli anni scorsi. Di solito le famiglie vengono con i bambini, e quest’anno purtroppo non è successo. C’era molta meno gioia”. “La mattina di Purim, il 10 marzo, la chiusura generale è stata imposta dallo Stato, e tutte le riunioni sono state vietate”, il resoconto del giornalista di Makor Rishon Zvika Klein, che spiega come da allora rav Di Segni sia impegnato nel dare risposte a questioni molto significative per la Comunità: “come può una comunità ebraica continuare a funzionare senza sinagoghe e senza rapporti tra i suoi membri”. “Nell’ultima settimana, ho ricevuto molte richieste da rabbini di tutto il mondo che vogliono sapere come comportarsi in una varietà di situazioni halachiche. Queste domande non sono solo legate alla questione dell’apertura o della chiusura delle sinagoghe”, ha raccontato il rav, spiegando che le problematiche toccano vari ambiti e in particolare sono complicate quelle inerenti alle celebrazioni dei funerali (dalla cura della salma alla shiva) a causa delle tante restrizioni. “Quando le famiglie si avvicinano a me e mi chiedono come dire Kaddish per il defunto, purtroppo non ho molte risposte. – sottolinea rav Di Segni – Al cimitero non può essere raggiunto il minian, né nelle case private, così ci siamo rivolti alle sinagoghe ancora aperte in Israele, soprattutto agli immigrati italiani, e abbiamo chiesto loro di dire Kaddish in memoria del defunto”.
Tra i temi toccati nell’intervista anche il seder di Pesach e la discussione se sia permesso riunirsi virtualmente per l’occasione. “Alcuni ebrei non sanno come condurre la sera del Seder quindi di solito stanno con altri o frequentano un Seder pubblico. Quest’anno abbiamo una significativa pressione da parte di queste persone, che vogliono essere collegate a un grande e organizzato Seder in cui venga spiegato passo dopo passo cosa fare. Ovviamente, spiego che questo non è halakhicamente possibile, ma devo anche fornire loro una soluzione diversa. Abbiamo preparato Haggadot di Pesach dove il testo è tradotto in italiano e appare anche in ebraico traslitterato, in modo che possano leggerlo. Eppure, mi è chiaro che ci sarà chi vorrà partecipare a una serata virtuale”.
A proposito di mondo virtuale, il rav racconta degli scambi via whatsapp con altri rabbanim d’Europa per tenersi aggiornati sulla situazione negli altri paesi ed esprime la sua soddisfazione per i risultati delle lezioni di Torah online. “Tutti i nostri rabbini hanno preso confidenza con Internet e danno lezioni in continuazione. Una settimana fa ho fatto una lezione di mezz’ora online e l’hanno guardato oltre 2.600 persone – molto di più del numero di utenti che ho registrato in passato”.