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Israele, le sfide del nuovo governo

“Benny, abbiamo lavorato bene insieme durante l’operazione Margine Protettivo, io come Primo ministro, tu come capo di Stato maggiore, e sono sicuro che lavoreremo bene insieme in questo nuovo governo al servizio di tutti i cittadini di Israele”. Ricordando la collaborazione durante un momento particolarmente complicato per la sicurezza d’Israele – il conflitto con Gaza del 2014 -, il Primo ministro Benjamin Netanyahu si è rivolto al suo nuovo alleato di governo, Benny Gantz (che nell’operazione del 2014 era a capo dell’esercito), per voltare pagina e dare il via al nuovo esecutivo che dovrà guidare il paese fuori da una nuova fase difficile: la crisi innescata dall’epidemia del coronavirus. Dagli scranni della Knesset, Netanyahu ha presentato il 35esimo governo d’Israele, il più corposo della storia del paese: due premier in rotazione (18 mesi Netanyahu, 18 mesi Gantz, con possibile estensione del doppio mandato), 34 ministri che potenzialmente aumenteranno a 36 e un esercito di sottosegretari. I quotidiani di oggi, anche i più vicini a Netanyahu, non guardano con favore a questo elefantiaco governo ma molti lo descrivono come il male minore. In fondo l’accordo tra il Likud di Netanyahu e il Kachol Lavan di Gantz (che nel frattempo ha perso per strada gli alleati Yair Lapid e Moshe Yaalon, oltre a 15 parlamentari) ha messo fine a oltre un anno di instabilità politica e al continuo ritorno alle urne (tre volte dal aprile 2019 al marzo 2020). “A causa della pandemia, abbiamo deciso di mettere da parte le nostre differenze e di combattere insieme, spalla a spalla, contro questa enorme sfida”, ha detto Netanyahu, ribadendo anche l’intenzione di annettere parti della Cisgiordania, come già preannunciato in campagna elettorale. Un tema questo non prioritario per Gantz, che in un ipotetico elenco dell’agenda del governo ha detto che avrebbe messo l’educazione. Solo al quarto posto la sicurezza. Dare risposte alla crisi occupazionale, con oltre un milione di persone senza lavoro, sicuramente sarà tra i primi obiettivi del nuovo governo mentre il citato tema dell’annessione – molto discussa a livello internazionale – potrebbe scivolare un po’ indietro. “Se Israele annettesse davvero la Cisgiordania in luglio, si scatenerebbe un massiccio conflitto con il Regno hashemita di Giordania”, ha detto il re Abdullah in un’intervista al giornale tedesco Spiegel. “Gli esperti dell’establishment della difesa credono che in circostanze estreme le pressioni interne potrebbero persino portare il re ad annullare il trattato di pace con Israele”, scrive Amos Harel, analista militare di Haaretz, mentre Ehud Yaari, giornalista di Arutz 12, sostiene che sia il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo che una grossa fetta dell’amministrazione Trump non sono sicuri che l’annessione sia una mossa giusta: “Fonti ben informate a Washington dicono che la maggior parte dei leader della comunità evangelica non sta spingendo Trump ad appoggiare l’annessione”. In ogni caso su questo punto sarà decisivo Trump: il suo piano di pace – o visione di pace – doveva fargli guadagnare credito internazionale ma non è ancora chiaro come sarà portato avanti. Per Israele, afferma il nuovo ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi, è un’opportunità ma ogni passo sarà fatto “responsabilmente, con il pieno coordinamento con gli Stati Uniti e il mantenimento di tutti gli accordi di pace e gli interessi strategici dello Stato di Israele”.