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Israele e il record negativo dei contagi
“Serve una nuova strategia”

La curva dei contagi in Israele continua a salire e un nuovo record negativo è stato registrato nelle scorse ore: 966 nuovi casi sono stati individuati in un giorno, il numero più alto da inizio pandemia. I dati sui decessi e sui malati gravi – 58, di cui 24 attaccati ai respiratori – rimangono stabili e contenuti ma l’aumento generale dei casi di questi giorni fa temere per il futuro. “Le prospettive non sono ottimistiche”, ha ammesso il ministro della Scienza Yizhar Shai parlando all’emittente Reshet Bet e invitando il pubblico a continuare a utilizzare le mascherine, evitare luoghi affollati e mantenere il più possibile il distanziamento sociale. Consigli a cui presto potrebbero aggiungersi ulteriori misure restrittive: Shai infatti fa parte del gabinetto dedicato alla crisi del coronavirus, che ha già annunciato di voler reintrodurre alcune limitazioni, in particolare in aree considerate focolai di contagio (nella città di Ashdod per esempio, nel sud del paese, alcuni quartieri sono diventati zona rossa). Secondo il sito ynet i ministri israeliani, su indicazione dei funzionari del ministero della Salute, potrebbero applicare nuove limitazioni alle presenze nei locali ma per alcuni scienziati e analisti israeliani queste misure non bastano. Citando le parole del capo della Società israeliana per le malattie infettive, Miri Weinberger – secondo cui Israele “sta per perdere il controllo” rispetto ai contagi – la giornalista del Jerusalem Post Maayan Jaffe-Hoffman ha scritto che “il governo deve immediatamente esaminare le sue politiche e fare dei cambiamenti”. “Tanto per cominciare, – riporta la Jaffe-Hoffman – non sappiamo ancora quanti israeliani abbiano il virus, perché, sebbene il ministro della Salute Yuli Edelstein abbia aumentato il numero di persone sottoposte a screening al giorno, le persone che lo fanno sono ancora un gruppo autoselezionato”. Si tratta, spiega la giornalista, di persone volontarie che avevano motivo di supporre di aver contratto il virus. Difficilmente dunque tra questi volontari ci saranno gli asintomatici. “Poiché Israele non effettua controlli casuali sulle persone, il Paese non è in grado di identificare e separare abbastanza facilmente e rapidamente le persone infette che sono asintomatiche, e che quindi nel frattempo continuano a diffondere la malattia”, spiega l’articolo del Jerusalem post, segnalando la preoccupazione degli esperti per il mancato rispetto delle misure di prevenzione. “Tutti pensano che non succederà a loro – la testimonianza di Zeev Rotstein, direttore generale dell’Hadassah-University Medical Center al quotidiano – perché vedono solo numeri, non vedono pazienti intubati. Se è vero che i pazienti più giovani rischiano meno di sviluppare sintomi gravi a causa del coronavirus, ciò di cui la comunità medica ha paura è che questi pazienti, che sono asintomatici, visitino i loro genitori e nonni e li mettano a rischio. Se infettano i loro parenti ad alto rischio, ecco l’inizio della catastrofe”, l’avvertimento di Rotstein, che non chiede un nuovo lockdown ma nuove strategie al governo.
Intanto chi ha scelto la strada delle chiusure è l’autorità palestinese a Ramallah: a partire da venerdì e per i successivi cinque giorni rimaranno aperte solo panetterie e farmacie in tutti i distretti della Cisgiordania. 2500 i casi totali registrati nell’area sotto controllo palestinese, tre quarti dei quali nella sola Hebron. Ramallah è dunque preoccupata e auspica che le chiusure fermino lo sviluppo del contagio. Dall’altro lato prosegue – con qualche colpo di scena – il suo impegno a contrastare il piano di annessioni promosso dal Premier israeliano Benjamin Netanyahu (che per il momento è ancora fermo): gli acerrimi nemici di Fatah – movimento spina dorsale dell’Autorità nazionale palestinese – e del gruppo terroristico di Hamas hanno annunciato una conferenza stampa congiunta per “combattere insieme l’annessione”. Il segretario generale di Fatah, Jibril Rajoub e il vice capo di Hamas, Salah al-Arouri, si sono presentati insieme in un colloquio a distanza online, a cui ha partecipato il leader della Lista araba Ayman Odeh (partecipazione stigmatizzata dal Likud). Rajoub e al-Arouri hanno minacciato una risposta violenta in caso il governo di Gerusalemme vada avanti sulle annessioni.