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Israele pensa al modello Anthony Fauci,
un esperto per gestire la crisi

Le sale degli ospedali, le piazze e la aule dei tribunali. Qui si giocano le partite principali d’Israele in queste settimane. Innanzitutto negli ospedali, in prima fila nella lotta all’emergenza coronavirus, riesplosa nel paese dopo essere stata tenuta sotto controllo per mesi. I dati parlano di 49575 contagiati complessivi, 406 decessi e 649 persone ricoverate in ospedale. Una situazione critica che gli esperti imputano alla fretta con cui il governo di Gerusalemme ha deciso di porre fine a moltissime misure restrittive già a metà maggio. Allora, ricordano i media israeliani, il Premier Benjamin Netanyahu aveva dichiarato la vittoria d’Israele sul coronavirus. Un’affermazione che si è dimostrata prematura e che ha portato, stando ai sondaggi, a un crollo verticale della fiducia nei confronti del Premier e del suo governo, nato – nelle dichiarazioni dell’alleato di Netanyahu, Benny Gantz – proprio per affrontare l’emergenza. Per riguadagnare fiducia ma soprattutto per riportare verso il basso la curva dei contagi, l’esecutivo ha deciso di affidarsi a un superesperto nello stile americano: l’Anthony Fauci d’Israele dovrebbe essere Gabi Barbash, ex amministratore delegato dell’ospedale Ichilov di Tel Aviv e già direttore generale del Ministero della Salute. Barbash in queste settimane ha criticato pubblicamente il governo per non aver contenuto il riemergere del virus e per aver avuto fretta di riaprire. Ora dovrebbe spettare a lui – la nomina non è ancora ufficiale – guidare una task force in grado di coordinare la lotta all’emergenza sanitaria, che ha generato rabbia e scontento dell’opinione pubblica israeliana. Una rabbia espressa nelle tante manifestazioni che da settimane stanno portando per le strade migliaia di persone di estrazione diversa: dai commercianti a chi lavora nei servizi sociali, dai ristoratori a chi lavora nella cultura. Le richieste sono simili: “lo stato non ci abbandoni”. La crisi economica sta infatti mordendo molti settori del paese e dal governo non sono arrivate risposte soddisfacenti. “L’idea che far arrivare a ogni israeliano 750 shekel, ovvero 200 euro, possa far ripartire l’economia è un’illusione”, commenta il professor Sergio Della Pergola, demografo dell’Università Ebraica di Gerusalemme e analista politico, in riferimento al piano annunciato recentemente da Netanyahu di versare appunto 750 shekel nelle tasche di ogni cittadino. “Le proiezioni parlano di un calo del 9% del Pil israeliano ma la situazione potrebbe peggiorare”, sottolinea Della Pergola, che sottolinea come al governo nessuno stia riuscendo a rispondere alla crisi con competenza. “Netanyahu rivendica di aver salvato il paese da una crisi nel 2003 ma la partita da vincere è quella del 2020. Gantz non pervenuto, a parte una battaglia sull’approvazione di un bilancio biennale che vedremo se vincerà”. Nonostante infatti fosse nell’accordo di coalizione, il Likud preme per approvare un Bilancio di un solo anno e per molti analisti, compreso Della Pergola, è il segnale che Netanyahu vuole far saltare il banco prima di dover lasciare il posto da Premier a Gantz. Un Netanyahu che, nonostante la preoccupazione del coronavirus, è quotidianamente contestato da un nutrito gruppo di manifestanti davanti alla sua residenza in via Balfour, a Gerusalemme. La scorsa notte la polizia è nuovamente intervenuta con gli idranti, a dimostrazione di quanto sia acceso il malcontento. La maggior parte di chi manifesta in via Balfour – ci sono stati diversi sit-in poi smobilitati – chiede le dimissioni di Netanyahu e contesta che un Premier possa continua a esercitare nonostante sia sotto processo. Tre, come è noto, i casi per cui il leader del Likud è stato incriminato – con l’accusa di corruzione, frode e abuso di potere – e in queste ore il processo ha ripreso il suo corso. Nelle sale del tribunale distrettuale di Gerusalemme, i giudici hanno deciso che avrà inizio nel gennaio 2021 l’esame del primo dei tre dossier per i quali Netanyahu è imputato.Da allora il processo proseguirà al ritmo di tre udienze settimanali. Inizialmente, secondo i media, sarà affrontato il Dossier 4000 relativo ai rapporti intercorsi tra il 2012 e il 2017 tra Netanyahu, all’epoca ministro delle comunicazioni, ed il mogul Shaul Elovitch della compagnia di Bezeq, proprietaria del sito di informazione Walla. Poi sarano esaminati il Dossier 2000 (sulla natura dei rapporti fra Netanyahu e l’editore del tabloid Yediot Ahronot) ed infine il Dossier 1000 relativo a regali di valore ricevuti dai coniugi Netanyahu da importanti imprenditori.