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“Nella mia vita ho avuto molto
Cerco di restituire, nel nome d’Israele”

Vuoi realizzare un sogno? Chiedi a Sylvan Adams. Nato nel 1958 in Quebec, da qualche anno cittadino israeliano, questo imprenditore e filantropo dall’entusiasmo contagioso ne ha raggiunti già parecchi. Appassionato di sport e in particolare di ciclismo, ha portato una squadra con il nome e i colori di Israele a competere nelle più importanti gare internazionali. Il suo impegno abbraccia vari campi: dalla scienza all’intrattenimento. Ma è sui pedali che vuole fare l’impresa più grande: vincere il Tour de France. La stagione ciclistica che va concludendosi gli ha già regalato alcune gioie, con vittorie di tappa sia al Giro d’Italia che alla Vuelta.
Solo un antipasto però di quel che si aspetta nel 2021: Chris Froome in maglia gialla sul traguardo di Parigi.

Fino a pochi anni fa in Israele il ciclismo non era troppo popolare. Adesso ha una squadra nel World Tour e la possibilità di lottare per il traguardo più ambito. Qual è il segreto di questo miracolo sportivo?
Pianificazione, concretezza, entusiasmo. Ce lo ha insegnato Theodor Herzl: nessun traguardo è irraggiungibile. La Israel Cycling Academy, oggi Israel Start-Up Nation, nasce un po’ come una scommessa. Il salto di qualità è arrivato nel 2018, con la prima partecipazione al Giro d’Italia e l’organizzazione di una storica partenza da Gerusalemme.

L’anno prossimo il leader della Israel Start-Up Nation sarà Chris Froome. Quattro volte vincitore del Tour, uno dei più grandi ciclisti di sempre. Naturale che le aspettative siano tante. Già questo autunno ha detto qualcosa. Vittorie di tappa al Giro e alla Vuelta, molte fughe, la voglia di lasciare sempre un segno. È sorpreso?
In realtà no, fa tutto parte di un percorso di crescita. Mi aspettavo anzi qualcosa di più dal nostro primo Tour. Purtroppo la vittoria lì non è arrivata, anche se qualche soddisfazione ce la siamo tolta. Come la maglia di “più combattivo” di giornata assegnata a un nostro corridore. Un riconoscimento molto ambito.

Come ci si prepara a una sfida così impegnativa come il Tour?
Naturalmente, come tutti, scontiamo il clima di grande incertezza. Programmare è un verbo molto difficile in tempo di pandemia. Resto però fiducioso. Tutti i nostri atleti si stanno allenando bene. Li seguiamo con attenzione.

Oltre al Tour c’è una speranza di vedere Froome anche al Giro?
Allo stato attuale no. Con Chris abbiamo previsto di correre Tour e Vuelta. Il Giro potrebbe entrare come opzione solo nel caso in cui il calendario della stagione fosse pesantemente stravolto. Nulla può essere escluso. Ma ad oggi è improbabile.

Lei stesso è un ciclista più volte vincitore di titoli nelle categorie over. Tra le finalità che si era posto, lanciandosi in questa avventura, c’era quello di sensibilizzare un numero crescente di israeliani. Di farli avvicinare alla bicicletta. Le sembra di esserci riuscito?
Direi di sì. La nostra squadra sta catalizzando un interesse crescente. Quando vinci e hai delle belle storie da raccontare è più facile entrare nei cuori della gente.

Tra le collaborazioni che caratterizzano il vostro impegno in questo sport c’è quella con il Centro Peres per la Pace. Come a dire che non c’è sport senza valori.
La nostra visione è questa, da sempre. Non a caso tutti i nostri atleti vengono proclamati “ambasciatori per la pace”. Non uno slogan vuoto, ma l’invito ad assumersi una responsabilità che vada oltre la mera dimensione sportiva. È un qualcosa in cui credo. A breve spero di potervi annunciare qualcos’altro di molto interessante.

Ci può anticipare qualcosa?
Posso solo dire che sto lavorando a qualcosa che mette in gioco uno dei Paesi che hanno siglato gli “Accordi di Abramo”.

Riguarda il mondo del calcio?
No, non è uno sport che mi interessa particolarmente.

Lo stesso non troppo tempo fa ha portato un certo Lionel Messi in Israele.
Sì, è vero. Un’iniziativa molto importante dedicata ai bambini africani che non possono essere curati nel Paese d’origine. In Israele sono ospedalizzati e operati. Salviamo loro la vita.

Lei ha spesso detto di avere un modello: suo padre Marcel. Sopravvissuto alla Shoah, eroe della guerra di indipendenza di Israele, è stato un vero self-made man.
È proprio così. Mio padre, che ci ha da poco lasciati dopo aver tagliato il traguardo dei 100 anni, è stato un uomo straordinario. Da lui ho imparato che bisogna saper rendere alla società il bene che si riceve. E soprattutto che non bisogna mai piangersi addosso. Mai e poi mai. Da lui e da mia madre, entrambi di origine rumena, ho anche appreso l’importanza del sionismo. Di battersi per quella grande causa che è Israele. Io cerco di unire le due cose: restituire qualcosa agli altri, e farlo nel nome di Israele.

Tra le imprese più significative che ha sostenuto c’è il tentativo di allunaggio compiuto da Israele nel 2019. Un risultato che sembrava a portata di mano e che si è infranto sul più bello, a un passo dalla meta.
Mi piace un po’ scherzarci sopra: sulla luna alla fine ci siamo arrivati, anche se in mille pezzi. Ci riproveremo però a breve, con lo stesso scienziato che ha realizzato il progetto originario ma con l’intenzione di implementarlo ulteriormente. Non sarà quindi soltanto un lancio, ma l’avvio di uno studio più approfondito. Ci riproveremo. E magari stavolta il finale sarà diverso. Sono ottimista.

Adam Smulevich, Pagine Ebraiche Novembre 2020