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Israele e la diplomazia Usa,
il segno di Friedman

Amatelo o odiatelo, ma David Friedman sarà comunque ricordato come uno degli ambasciatori americani in Israele più influenti della storia. A dirlo, il New York Times, aprendo l’intervista al diplomatico Usa ormai a fine mandato. “Non si può tornare indietro da quanto siamo riusciti a fare”, ha dichiarato Friedman al quotidiano americano in un’intervista rilasciata pochi giorni prima dell’assalto al Campidoglio. “Abbiamo cambiato la narrazione”, ha aggiunto. E non solo. Negli anni in cui ha rappresentato il Presidente Donald Trump in Israele, l’amministrazione statunitense ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico e vi ha trasferito la propria ambasciata da Tel Aviv, ha riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan. Ha interrotto buona parte dei finanziamenti ai palestinesi e chiuso l’ufficio dell’OLP a Washington.
Avvocato esperto in cause finanziarie e diritto fallimentare, legale di Trump prima della nomina, Friedman si è presentato come uno scettico della soluzione a due Stati (almeno quella fino a quel momento proposta) e sostenitori degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Per questo, il mondo progressista ebraico americano lo ha ripetutamente contestato.
Al New York Times, ha dichiarato che la presidenza Trump “ha iniettato nella psiche palestinese una dose tremendamente necessaria di realismo su ciò che è realizzabile e ciò che non lo è”. In particolare, ha fatto riferimento al piano di pace proposto a Ramallah e Gerusalemme, definendolo “un dono al popolo palestinese”, che avrebbe reso la loro “qualità di vita molto più tollerabile”. Nel piano rifiutato dai palestinesi e a cui Friedman ha lavorato in prima persona con il genero di Trump, Jared Kushner, non si chiedeva come in passato l’evacuazione degli insediamenti israeliani. Anzi, veniva prevista la possibilità per Israele di annettere ampie zone della Cisgiordania sotto il suo controllo. Ai palestinesi, venivano fatte alcune concessioni territoriali, ma soprattutto si metteva sul piatto soldi e investimenti. Il no palestinese ha stoppato il piano sul nascere, ma il diplomatico Usa non lo ha interpretato come un ostacolo alle annessioni. Anzi, a suo avviso Israele potrà comunque agire unilateralmente in futuro. Non ora, visto che la rinuncia è stata elemento cardine per la firma degli storici accordi di normalizzazione con alcuni paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e di recente Marocco). Ma un domani sì. “Israele continuerà un processo che, si spera, siamo stati utili ad iniziare, per determinare internamene, dimenticando il resto del mondo, quale dovrebbe essere il suo confine orientale”, ha sostenuto l’ambasciatore. Annettere in modo unilaterale, ha aggiunto, non sarebbe la strada ottimale, “ma a un certo punto è solo il frutto della necessità di andare avanti”. Friedman si dice consapevole che l’amministrazione Biden non sposerà questo atteggiamento, tornando all’approccio critico sugli insediamenti e riaprendo il dialogo interrotto con i palestinesi. Per lui però il piano di pace promosso da Trump rimane il più plausibile. “Ha il vantaggio di essere una soluzione realistica a due Stati, generalmente approvata dall’opinione pubblica israeliana. Perché lo si dovrebbe buttare via?”. Facendo poi riferimento alle richieste palestinesi, aggiunge: “Una marea di rifugiati in Israele? Non succederà mai … Dividere Gerusalemme? Non succederà mai. Israele rinuncerà a certe parti del suo cuore biblico? Non succederà mai”.

dr