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Come cambia il Medio Oriente

“Vediamo un Medio Oriente connesso al mondo grazie alla tecnologia e ai social media, con i cittadini di molti stati che guardano alla propria situazione e si chiedono ‘perché noi soffriamo?’. Ma i processi di cambiamento hanno bisogno di tempo e Israele ne è la dimostrazione: ci sono voluti secoli al popolo ebraico per ridarsi, dopo la Diaspora, uno Stato. Ci vuole tempo, ma anche la capacità di guardarsi allo specchio, di fare autocritica, elemento che in molti paesi arabi per il momento manca”. Lo ha ricordato nelle scorse ore l’ambasciatore d’Israele a Roma Dror Eydar nella prima lezione della serie di incontri Global Governance Lecture Series, organizzati in collaborazione con l’Università di Tor Vergata. “Comprendi il Medio Oriente? Vecchi e nuovi paradigmi”, il titolo del primo appuntamento, in cui il diplomatico israeliano ha ricapitolato in modo approfondito la storia e i conflitti dell’area mediorientale, ponendo l’accento sulle prospettive future, come quelle aperte dagli accordi di Abramo. “Siamo all’inizio di grandi processi di cambiamento nell’area – ha sottolineato l’ambasciatore – L’auspicio è che quando gli altri paesi arabi vedranno i benefici delle relazioni costruite da Israele con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan, faranno scelte simili”. Nel corso dell’approfondita lezione, Eydar ha ricordato il legame storico del popolo ebraico con la Terra d’Israele, la genesi del sionismo, la dominante percezione da parte del mondo arabo – con conflitti annessi – che Israele fosse un intruso in Medio Oriente, l’incrinarsi di questa convinzione con le intese di pace e le normalizzazioni dei rapporti. Guardando alle difficoltà di molti paesi confinanti con Israele, l’ambasciatore ha evidenziato come sia l’Iran a beneficiarne: “dall’Iraq alla Siria e il Libano, il regime degli Ayatollah usa i suoi alleati per creare instabilità”, guadagnandoci in termini di influenza. Ma “un fronte di difesa” è stato creato, con Israele e alcuni paesi arabi sulla stessa linea nel contrastare l’aggressività di Teheran. In questo cambio di approccio, anche la questione palestinese ha avuto un evoluzione. “Adesso i popoli arabi hanno cominciato a capire che il loro presente – prima ancora del loro futuro – è prigioniero del costante rifiuto dei palestinesi a un compromesso”, ha detto l’ambasciatore, e quindi si sono smarcati dal legare la normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico al tema palestinese. L’ex segretario di Stato Usa John Kerry, ha ricordato Eydar, dichiarò sbagliando che i paesi arabi non avrebbero mai aperto a Gerusalemme, se non dietro al raggiungimento di un’intesa con i palestinesi. Gli Accordi di Abramo con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan sono invece la dimostrazione che il cambio di orientamento è avvenuto.
Tanti i temi analizzati nel corso della lezione, dal problema dei rifugiati palestinesi e della loro definizione al tema della sicurezza digitale fino alla questione vaccini, a dimostrazione dell’interesse per l’argomento, con un ampio e diretto scambio tra l’ambasciatore e gli studenti collegati da varie parti del mondo, dall’Italia alla Siria, dalla Giordania alla Turchia. “Sono molto contento che ci sia stato un confronto aperto; la dialettica fa parte della tradizione del Medio Oriente così come del Talmud”, ha sottolineato in chiusura Eydar. Il diplomatico israeliano ha risposto a tutte le domande degli studenti, intavolando con loro un dialogo che proseguirà con i prossimi appuntamenti, a cadenza settimanale, dei Global Governance Lecture Series.